Il nome riverito degli Orsini avrebbe dovuto trovarsi di mezzo agli altri, secondo il suo grado e bandiera, certamente innanzi al Tessieri e innanzi al Gonzaga, se egli avesse voluto attivamente spingere la stranezza dell'opera. Ma col fatto contrario esso stesso ha chiarito la posterità di non averci consentito, pensando per fermo tra sè onori cotali non essere da lui. La quale dilicata temperanza come non reca meraviglia a chi ricorda la sua condotta durante la guerra di Campagna e le brighe del Moretto, così meglio ne conferma la nobiltà del carattere. Vedetelo inteso al dovere, senza offendere le opinioni; soggetto all'autorità, senza eccitarla agli eccessi; e ciò pure a costo del suo privato discapito, e di esser tenuto zotico e strano da quelli che allora riputavan sè stessi avveduti e saggi. La corrente in piena voga seguiva le visioni del Medina: ma a chi penetrava nel secreto dei pensieri era evidente che la fabbrica della fortezza non poteva servire ad altro se non a discolpare gli errori precedenti ed i futuri. Così l'intendeva l'Orsino: e così in quei giorni medesimi, quasi profetizzando, scriveva da Malta il celebre la Valletta; e registrava un bell'ingegno spagnuolo nel sonetto che il Bosio ci ha conservato[600].

[17 marzo 1560.]

La fortezza presa a fabbricare presso alla capitale dell'isola era stata disegnata sopra la peggiore di tutte le figure che si possono descrivere intorno al cerchio, perchè meno di ogni altra adatta al fiancheggiamento ed alla difesa radente. Un recinto di mille metri in giro col vecchio castello nel mezzo per mastio: quattro cortine di dugencinquanta metri per ciascuna; e quattro bastioni coi loro cavalieri negli angoli. Al mastio per onore supremo diedero il real nome di forte Filippo; ed ai quattro baluardi i nomi dei quattro Signori che ne presero il carico. Dunque una fortezza quadrata, sul lido del mare, senza porto, senza acqua, senza terra, senza muri: essendovi le cortine e i bastioni rilevati di rena, pali e fascine; e il fosso cavato pur nella arena cedevole, e tutto l'edificio sulla rena. Nell'interno baracche di tavole per alloggiamenti e magazzini, e specialmente le cisterne vuote, nelle quali bisognava portare acqua da lontane sorgenti. Misera condizione di tanta gente per due mesi nella strana opera.

Qualcuno oggidì leggendo il nome di Plinio Tomacelli, incastrato dal Promis nel novero degli ingegneri militari di Bologna, potrebbe sospettare che egli stesso sia stato l'autore del rovinoso disegno e della nuova fortezza alle Gerbe[601]. Ma ad onor suo possiamo dimostrare non doverglisi colà attribuire altro carico se non di sorvegliare i lavoranti di quel bastione che portava il nome del suo principale, e chiamavasi il Doria. Plinio, gentiluomo bolognese della discendenza collaterale di papa Bonifacio IX, era presente all'armata, godeva di molta riputazione, aveva fatto da maestro a Giannandrea, e continuava per volontà del vecchio zio a dirigerlo come consigliere e moderatore delle sue prime spedizioni[602]. Non per questo fece professione di ingegneria nè di architettura: e quel suo Discorso contro le fortificazioni di Bologna, rimasto inedito nella sua patria, dimostra lo studio da lui posto intorno alla popolare economia politica, non sopra le tecniche dottrine militari.

[19 marzo 1560.]

Tutti i contemporanei attribuiscono il disegno e la suprema direzione della nuova fortezza all'ingegnere Antonio Conti, uno di quei tanti Italiani che allora seguivano gli eserciti di ogni nazione[603]. Udiamone i particolari dal Cirni, che eravi presente[603a]: «Per questo dunque il Generale fece fare il disegno da Antonio Conte ingegneri, e subito fece metter mano a lavorare. Fece trattare collo Scecche se poteva avere una gran quantità di Mori per potergli far travagliare col pagamento; ma non essendoci ordine, si risolse alla fine di farlo fare a' soldati. Fece venire una quantità di cameli, acciocchè portassero la terra rossa per impastare, chè intorno al Castello non vi era se non rena, e bisognava condurla più di due miglia discosto. Eravi assaissima comodità di palme e di olivi: e con quei tronchi delle palme, interi e spaccati, faceva fare le incavicchiature per ogni banda. Eccetto un braccio incirca, sotto terra per tutto è pietra; ma tenera, e sottoposta al piccone. La gente tedesca, per essere più industriosa e travagliante, la misse a fare il fosso a forza di picconi. Il signor Gio. Andrea come quel cavaliere che haveva honoratissimamente risposto in tutte le occorrenze dell'impresa per complire e col valore e colla prudenza in ogni opera possibile per servitio di Sua Maestà, si prese assunto di fare un cavaliere. L'altro il Generale diede a fare al generale della Religione con la sua gente. L'altro a gli Spagnuoli, e l'altro al signor Andrea Gonzaga. Di maniera che venivano a esser quattro, con intenzione di farvene poi col tempo un altro in mare col suo molo verso tramontana. E per ora da quella parte del mare il Castello si accingeva quasi a stella, e volgeva in tutto da mille passi, o braccia ordinarie, come vogliam dire. Così con grandissima sollecitudine e cura si attese al lavoro.»

Alli diciannove di marzo, secondo il modello del Conti, in due giorni preparato alla grossa di cretoni e di legno, il Medina con solennissima pompa gettava al posto la pietra angolare; e appresso metteva alla direzione della gran fabbrica quattro ajutanti, nominati dal Campana e dal Bosio, Bernardo di Aldana, Sancio di Leva, Cesare Visconti e Carlo di Amanze[604]. Lavoro fastidioso di soldati in giornèa; non avendo a niun conto voluto prestare l'opera loro i Gerbini: i quali soltanto per somma grazia permettevano la vettura delle loro bestie. Bisognava rimenare tutto da lungi, pali, fascina, infino a un po' di terra per impastarla colla rena del luogo. Ciò non pertanto ai venticinque di aprile il forte era ridotto in condizione di potersi difendere, e vi entravano di presidio duemila fanti tra spagnuoli, italiani e tedeschi, sotto il mastro di campo don Alvaro de Sande, eletto governatore della piazza e dell'isola. Tutto questo sarebbe la metà del nonnulla rispetto al resto: dobbiamo inoltre disperdere ogni bene, vittuaglie, munizioni, armi, artiglierie, corredi, infino all'acqua; e dobbiamo sguarnire di tutto i navigli, se vogliamo, secondo la ragione di tanta lontananza e il pericolo di lungo assedio, provvedere ai magazzini ed alle cisterne del gran forte, per continuata stranezza piantato di pali sulla rena.

XXXV.

[8 aprile 1560.]