La sera innanzi lo Sceicco aveva mandato alcuni uomini a riconoscere il campo, ed a parlamentare col Medina, offerendogli rinfreschi ed amicizia, a patto che se ne andasse subito subito: ma essendogli stato risposto che si voleva prima fargli una visita al Castello per ringraziarlo in persona dei favori, e per trovare la comodità dell'acqua, esso capì che gli bisognava venire alle mani, come volevano gli arrabbiati de' suoi consiglieri. Messosi dunque pienamente nelle mani di costoro, raunò gran gente, e andò a far testa tra i palmeti sul passo di certe cisterne, dove sperava facilmente opprimere i nostri, assetati e riarsi dal sole africano e dalla marcia pe' sabbioni, quando si sarebbero disordinati per bere, come più volte in quel luogo medesimo, e per simile maniera era successo.
Ma agli otto di marzo, dove noi ci troviamo col discorso, le cose andarono tutte a rovescio: niuno sbandossi alle cisterne, le occulte insidie restarono deluse, e la forza aperta superata. Non mica, come dice taluno, che i Gerbini fuggissero via alla prima comparsa delle schiere cristiane, o alla prima prova della loro temperanza: chè anzi stettero intrepidi, e dieron dimostrazione di valore disperato. Non essendo più di ventimila con pochi archibugi e pochissimi cavalli, nondimeno si gittarono sopra ai nostri squadroni, menando scigrignate, punte e rovesci di scimitarre, di zagaglie e di falcini, a corpo a corpo, senza curare ferite o morte, tanto sol che potessero rompere i quadrati. Ma tornata loro vana ogni prova, e cominciando già per fianco a frustargli l'artiglieria di campagna, balenarono a un tratto; e poi via tutti di gran corsa, lasciando sul terreno circa dugento morti, e più del triplo feriti. Fra i nostri caddero venticinque dei primi, e una trentina degli altri; noverandoci un capitano, che morissi il giorno appresso per grande squarcio di zagagliata.
[9 marzo 1560.]
I vincitori trincerati sul campo mandarono intimando la resa al castello, dove le cose dei Gerbini e dello Sceicco pigliavano già tutt'altra piega. Il partito degli anziani pacifici ed esperti rimontava sopra quello dei giovani fuggiaschi e avviliti. Subito essi stessi spedivano oratori, chiedevano parlamento, davano ostaggi, e conchiudevano la pace, sottomettendosi lo Sceicco e tutto il popolo dell'isola al dominio del Medina in nome del re di Spagna, colla promessa del tributo medesimo che prima pagavano a Dragut per conto di Solimano.
Gli storici orientali poco o nulla aggiungono ai nostri intorno a questi successi; chè l'epoca presente scorre tra le più oscure nella storia loro. Il cavaliere Giuseppe de Hammer nel nostro tempo, tanto conoscitore della lingua e letteratura edita ed inedita dei Turchi, come tutti sanno, non aggiugne particolari di rilievo alle notizie degli storici occidentali, che compongono anche per me la base della narrazione; e continuamente sono richiamati con lui e senza di lui nelle note[595]. Dagli Arabi odierni non possiamo sperare nulla di meglio: e dai trapassati abbiamo due soli brandelli, che qui inserisco alla lettera come mi sono stati gentilmente favoriti dal preclarissimo professore Michele Amari, nel quale la ingenita cortesia cresce lustro al sapere. Il primo brano è dello storico Dinar, ben noto agli orientalisti, il quale nell'anno 1681 scrisse molto confusamente dei fatti anteriori; sì come nel caso presente a proposito dell'ultimo principe Hafsita di Tunisi dice così[596]: «Stretta amistà correa tra questi e Dragût pascià. Quando Dragût mosse contro l'isola delle Gerbe, il sultano Ahmed lo fornì di vettovaglia. (L'isola) si era ribellata da esso (Dragût) per torti ricevuti; onde la occuparono i Cristiani per sei mesi; e fu liberata per mano del pascià Ali, mandatovi da Dragût.» Appresso viene il Bagi non meno conciso nei fatti, e più confuso nelle date, con queste parole[597]. «L'anno 957 (20 genn. 1550 all'8 genn. 1551) i Napolitani, i Genovesi ed altri irruppero in Mehdiah: presero quanto e quanti erano in essa, la distrussero, e andarono via. Indi alcuni abitanti a poco a poco vi ritornarono, e in certo modo la ripopolarono. Essi (Napolitani, ec.) si insignorirono anco delle Gerbe, si empirono le mani del bottino fatto (in questa isola), e dimoraronvi sei mesi; a capo dei quali Dragût pascià liberolla, e di lì passò a Tripoli, e presela il 958.» Apparisce evidente la grossezza di costoro, che in quattro righe male arruffano i fatti di molti anni, nè mette conto il cercarne di più.
XXXIV.
[13 marzo 1560.]
XXXIV. — Mercoledì tredici di marzo entrava l'esercito cristiano nel Bazar, la guarnigione europea rilevava la moresca dal castello, le galere facevano salva, e gli stendardi della Spagna salivano sulla gran torre. Riaperti i mercati, tutti contenti; meno alcuni pirati turchi costretti a smucciare, e meno parecchi soldati cristiani impediti dal rapire. Tra questi vuolsi ripetere il fatto di uno spagnuolo, chiamato Ordugnèz; il quale, deluso nella speranza del bottino, giunse a tanto bestiale accecamento (come esso stesso confessò pentito prima di spirare), che, dicendo non essergli possibile sopportare in pace l'amicizia coi Cani, mise mano a un coltellaccio, e dandosi nel petto s'ammazzò[598]. Di tali stranezze, richiamandone ora le impressioni ricevute nel mio animo per molti esempî antichi e per certe osservazioni moderne, dico adesso che quando occorrono in alcun luogo, non restano solitarie; ma naturalmente pronosticano e sono seguìte da altri disordini e da maggiori sventure. A certi estremi non si trapassa, nè anche da un solo, nell'umana società, se non quando gli animi delle masse, riputate degne di tali spettacoli, siano pubblicamente al sommo della perturbazione; e per ciò stesso disposti a fare o a patire appresso di peggio. Vedremo tra poco quanti altri saranno ciechi e violenti contro alla propria e contro alla pubblica salute, al pari e forse più dello sciagurato Ordugnèz.
[15 marzo 1560.]
Cominciamo dal duca di Medina, il quale, invanito degli ultimi vantaggi, alla prima aura di fortuna si perde. Avrebbe facilmente potuto pigliare ostaggi e guide, rifornirsi di vittuaglie, demolire il vecchio cassero, togliere ai Gerbini ogni baldanza in due giorni; e dentro un mese pigliar Tripoli, e tornarsene vittorioso in Sicilia. L'armata ottomana, di che egli sapeva gli apprestamenti, non sarebbesi mossa così presto per impedirgli la conquista; nè poi si sarebbe ardita di riscuoterla, stando di fronte ai Turchi il presidio, e alle spalle l'armata nostra tutta intiera. Costui all'incontro delibera di fermarsi due mesi alle Gerbe per piantarvi nuova di fondo una bella fortezza. La stessa cecità dimostrano gli altri tre, che insieme con lui danno il nome ai quattro baluardi, e ne sostengono i lavori. I quali signori de' nuovi bastioni si chiamano Medina, Doria, Gonzaga e Tessieri[599].