[3 marzo 1560.]

XXXII. — I navigatori italiani dal medio èvo infino al presente hanno sempre chiamato delle Gerbe quella isola che gli antichi dicevano Meninge, Lolofagite e Glauconia[582]; sì come gli arabi dicono Girbach; e gli spagnuoli, i francesi e gl'inglesi, secondo l'indole del loro linguaggio, dicono Gelves, Zerbi e Jerbah. Tra tante varietà, dove taluno miseramente si perde[583], in questo solo vengono tutti concordi, che la dimora siane infausta agli stranieri; come apparisce per molti esempî, cominciando dal greco Ulisse, e venendo all'iberico Medinaceli. La sua posizione, presa dalla Torre del Bazar, è sull'altura settentrionale di 33°, 53′, 30″; e la longitudine occidentale dal meridiano di Roma, di 1°, 29′, 2″; quasi nel mezzo del cammino tra Tunisi e Tripoli. Isola bassa, senza montagne, senza fiumi, in gran parte arenosa, lunga da ponente a levante ventidue miglia marine, e quasi lo stesso larga; di figura irregolare, e sottosopra alquanto simile al pesce che noi diciamo Razza Torpedine. E quantunque ella sia tutta dal mare per ogni banda circondata, pur dal lato australe la estremità dell'isola, e specialmente la coda, tanto si avvicina al continente da non lasciarvi interposto più di un sottil braccio di mare, pel cui mezzo con lungo ponte volante talvolta si unisce alla terraferma. La bocca del canale vòlta a greco si chiama Alcàntara, o la Cantèra; e segue dilatandosi più e più nell'interno, infino a formarvi ampio bacino che pel secondo canale giugne a sboccare dall'altra parte verso ponente: canale, non ostante il ponte, navigabile coi bastimenti da remo, ed anche colle galere, essendovi fondali per tutto di due, cinque e otto metri. Aveva in quel tempo una mediocre città, detta il Bazar, quasi nel mezzo del lato boreale, residenza ordinaria del principe, cui davano gli Arabi il titolo di Sceicco[584]. Mettete quattro terre popolose, intorno villaggi e casali: presso al Bazar il maggior castello, la cui torre maestra ancora sgomenta da lungi oscura e tetra i naviganti: ad oriente la torre della Rocchetta, a ponente della Valguarniera, di rincontro le Peschiere, e ad ostro un castelluccio alla guardia del passo e del ponte[585]. Per la campagna viti, ulivi, aranci e granati, selve di palme specialmente a levante, da ogni parte il loto, cui gli Arabi dicono Ghadàr, e noi diciamo Bàgola. La popolazione di contadini e pescatori quasi tutti bèrberi, e nemici dei Turchi[586].

Io mi riporto al meridiano del mio paese, e lo tengo per primo con lo stesso diritto con che altri tiene il suo[587]. Per necessità evidente chiamo i luoghi come li chiamavano i nostri maggiori cartografi, storici e marini, in vece di accattare nomenclatura esotica, arbitraria e moderna, di che largamente ho detto altrove[588]. Dalle bellissime Carte degli idrografi inglesi, delineate con sottilissima diligenza a punti grandi, e per questo ben distinti, raccolgo sulla estensione del mare la posizione dei porti, i rombi dei venti, i gradi dei meridiani, l'altura dei paralleli, le scale delle distanze, le anomalie della bussola, gli scogli, i banchi, gli scandagli, i fanali, e ogni altro soccorso della navigazione[589]: ma non posso punto seguirne la nomenclatura locale, senza mettere sossopra tutte le nostre ragioni. Bastino a piè di pagina, come saggio, alcuni dei nomi stampati nella recentissima Carta dell'Ammiragliato britannico[590].

Rifacendoci ai nostri, troviamo l'armata in semicerchio alla vista del Bazar, e dalla parte opposta già in marcia una grossa brigata di arabi Maamidi, assegnati a guardare la riviera e il castelluccio del ponte, perchè niun soccorso dal continente possa penetrare nell'isola. Intanto la nuova luna di marzo ci rimena i consueti tempi variabili, e per quattro giorni Scirocchi tanto procellosi, che non possiamo a niun altra cosa intendere se non a sostenerci sulle àncore al ridosso della Valguarniera.

[7 marzo 1560.]

Abbonacciatosi il mare, e calmato il vento, si ordina lo sbarco quivi stesso alla cala del medesimo nome, così: ogni nave e galèa metta fuori lo schifo col suo cannone, ogni schifo alla prima passata imbarchi un capitano e venticinque archibugeri, nella corsa vadano del pari sotto lo stendardo dello schifo reale, allo squillo della tromba tutti in un tempo colle prue investano nella spiaggia, le fanterie guazzino alla riva, formino di presente il primo squadronetto, e stiano in buona ordinanza per mantenere il terreno e per ispalleggiare lo sbarco dei seguenti[591]. Con questo la mattina del giovedì sette di marzo alla prima passata di centoventi palischermi vengono in terra quasi tremila uomini: i quali ordinati in battaglia sul lido con due lunghe maniche di stracorridori, come farebbero i bersaglieri del tempo presente, coprono le alture a mezzo miglio dalla marina, e stanno in sugli avvisi per tenere discosto il nemico[592]. Poi di mano in mano gli stessi schifi ritornando levano le altre genti, gli alfieri, le bandiere e quattro pezzetti da campagna[593]. In bell'ordine e in poco tempo eccovi sul lido con tutto il loro fornimento e corredo diecimila uomini: i quali, per esser l'ora già tarda, e per non avere riconosciuto ancora il paese, passano quivi la notte all'addiaccio.

XXXIII.

[8 marzo 1560.]

XXXIII. — Intanto lo Sceicco dell'isola, ed i suoi consiglieri, diversamente tra loro disputando di questo successo, non si accordavano insieme a far nulla. Quanti vi avea pirati di mestiero, giovani d'età, e turchi di origine, volevano battersi ad ogni costo: al contrario i nativi bèrberi e mori, e tutti quelli che odiavano le insolenze e il dispotismo turchesco e piratico, chiedevano gli accordi. Con questi consentiva il popolo minuto, gli agricoltori, e più di ogni altro gli anziani: i quali dimostravano con molte ragioni, e coll'esempio dei tempi passati, l'impotenza di resistere e la necessità di patteggiare. Lo Sceicco, ancorachè ondeggiasse tra le due sentenze, perchè in suo cuore odiava Dragut ed altrettanto la temeva, pure eccitato dai giovani e dagli amici del pirata, e avendo udito che le nostre fanterie erano state vedute infermicce, o come dicevano mezzo morte, volle provarsi a combattere. Avrebbe costui dovuto anche sapere come le genti istupidite e affrante dal mal di mare prestamente ripigliano lena e vigore, subito che possono mettere piede sul fermo, e respirare in terra.

Molto meglio dopo buon pasto e quieto riposo (senza lasciare per turno le guardie e le consuete diligenze) si levarono i nostri la mattina gagliardi e ardimentosi, come se non avessero patito mai lo strazio della mareggiata. Prese le armi, duemila corsero a guardare di rinforzo il passo della Cantèra; e gli altri ottomila marciarono verso la capitale dell'isola al castello dello Sceicco[594]. Silenzio intorno, niuno all'incontro, marcia guardinga, file serrate, tutti intesi nell'ordinanza, quantunque stimolati dalla sete.