Dunque al Secco del Palo, durando le rassegne, gl'indugi, le minuzie e i tempi contrarî (molestie oramai consuete), passarono quindici giorni; e crebbero le malattie, le febbri e la mortalità della gente. Si noverarono in così breve intervallo duemila morti; non solo di marinari, di soldati e di uomini volgari, ma di principalissimi signori e capitani; tra i quali fu sul punto di morire l'istesso Giannandrea, e di fatto in pochi giorni pur di flusso venne a morte il colonnello Quirico Spinola, cui il Doria nel mettersi a letto aveva lasciato il comando delle sue galèe. Cresceva col mal governo la confusione dei governati: e nella medesima tranquillità dell'ancoraggio per forza di venti mai più veduti, e per negligenza di ormeggi non proporzionati al bisogno, alcuni navigli sferrarono a rischio di perdersi. Ripeto sferrare nel senso intransitivo, e talvolta prenominale, qui dove mi vien bene allegarne gli esempî dei marinari, i quali nelle faccende proprie del loro mestiere devono godere autorità altrettale che classica. Ne cito parecchi, il primo del Bosio navigatore e storico, che al nostro proposito ne scrive con queste parole[571]: «I tempi così furiosi si messero che per memoria di alcun marinaro tali in quel Secco mai veduti non si erano. Posciachè se bene ordinariamente è stimato quel Secco come sicuro porto, stante la poca forza che le onde del mare possono avere in quei bassi fondi, alcuni vascelli nondimeno furono costretti a sferrare. E tale fu l'impeto del mare che trovandosi la nave Imperiale, capitana delle altre navi, sorta vicino al galeone della Religione, sforzata dal furore delle onde, con qualche mal governo dei marinari suoi, urtando nel detto galeone, si ruppe e si fracassò; non ricevendo però il galeone quasi danno alcuno, per essere di fabbrica saldissima. Onde parve miracolo che egli non si perdesse, come la detta nave Imperiale si perdette; la quale sì fattamente sdrucita e rotta ne rimase che si affondò. Avvegnachè essendosi poi quietati alquanto i tempi, prima che ella finisse di andare in fondo, fosse dalle galere rimorchiata più verso terra ad incangliarla: dove le genti, le armi e le artiglierie si salvarono; rimanendo però quasi tutte le munizioni e le vettovaglie in preda del mare.» E non fu sola nelle gravezze la nave Imperiale, chè altri ed altri grossi bastimenti patirono avarie, e fecero gettito e sperpero, massime dei corredi di ricambio e degli abeti di rispetto[572]. Sbigottimento di animo, rilassatezza nella disciplina, litigi per frivolezze, investimenti e perdite per negligenza: attorno i rottami, e a quando a quando il tonfo dei cadaveri che si gittavano insaccati nel mare[573].
Supremo rifugio gli afflitti all'estremo di tanta distretta trovarono nel conforto dei sacerdoti, sotto la guida del vescovo Arnedo, eletto di Majorica, e cappellano maggiore dell'armata. Essi agli spedali comuni sui grippi, essi nelle corsìe del galeone di Malta, essi nelle infermerie particolari di ciascun naviglio, al pubblico servigio degli infermi, come già prima in Afrodisio. Da Roma erano venute amplissime facoltà e grazie spirituali per chiunque appartenesse all'armata, e i cappellani ne erano i distributori[574]. Così passarono i quindici giorni dell'indugio, consumandosi l'armata nell'aspettare dalla parte di Sicilia il supplimento della gente e delle provvigioni, e il soffio del vento favorevole per andare a Tripoli.
XXXI.
[1 marzo 1560.]
XXXI. — Finalmente all'entrante di marzo il Medina potè raccattare qualche notizia di Dragut da certi Arabi venutigli intorno con piccole barche a vendere montoni, vegetabili, ed altri rinfreschi utili agli infermi ed ai sani: allora soltanto, e ben tardi, per maggiore sua e nostra confusione, venne a cavarne di più. Seppe adunque come Dragut si era trovato alle Gerbe, quando esso vi approdò la prima volta per l'acquata; e come da lui erano stati sollevati a battaglia i Gerbini: seppe che Dragut medesimo, prevedendo l'attacco di Tripoli, era passato per terra a quella volta, ed aveane rinforzato il presidio con duemila soldati veterani, oltre al fornimento di molte artiglierie, munizioni e vittuaglie per sostenersi alla lunga: seppe per fama pubblica in Africa doversi aspettare tra poco da Costantinopoli la comparsa dell'armata ottomana. Turbato vie peggio dagli avvisi, e sempre più scarso di partiti, volle sentire il parere degli altri. E perchè Giannandrea non erasi ancora levato di letto, intimò la consulta sulla capitana di Roma[575].
Flaminio da gran cavaliero accolse quei signori nella splendida sala di poppa, dove per la magnificenza e leggiadria degli ornati dava nobil saggio delle arti belle sempre fiorenti in Roma; e per la ricchezza delle armi e la tenuta delle genti faceva testimonianza onorevole al marzial genio di casa Orsina. Colà il Vicerè espose le notizie compendiose dei nemici e la condizione presente dell'armata propria: mortalità continua, venti contrarî, Dragut vicino, Tripoli rifornita. Esso in cuor suo disperava di vincere, e voleva non più mettersi a quella prova. Ma per uscir d'impegno senza vergogna, leggeva le note della gente morta, delle navi perdute, delle munizioni scemate; e veniva all'opportunità di occupare le Gerbe per agevolare l'acquisto di Tripoli. Lo secondavano alla scoperta don Alvaro de Sande, parecchi soldati del Re, e più di tutti in questo senso Giannandrea, che aveva mandato il parer suo per mezzo di Plinio Tomacelli gentiluomo bolognese[576]. Plinio in questa occasione parlò di tornare alle Gerbe, e un altro giorno di andarsene via, e poi un'altra volta consentì a fermarsi per ventiquattr'ore[577]. Cose diverse, che non si vogliono confondere insieme, nè legare dal primo di marzo al dieci di maggio tutte in un fascio con una sola ritortola[578].
Contro questo parere modestamente si contrapposero i due capitani di Roma e di Malta, ambedue sostenuti dal pieno dei cavalieri, che avevano per venti anni fatto parte della guarnigione di Tripoli, e ne conoscevano minutamente i muri, le porte, le strade e tutto il debole. Essi dicevano esser venuti là per ricuperare quella piazza, e per togliere baldanza e ricetto a Dragut, secondo le commissioni dei principi e il desiderio dei popoli. Il possesso di Tripoli, città grande, bella, popolosa, di buon porto e di ogni comodità, crescerebbe riputazione e forza alle potenze cristiane, e ne toglierebbe altrettanta ai pirati. Le Gerbe cadrebbero da sè appresso a Tripoli, non all'opposto. Facile l'espugnazione con sì bella armata e con diecimila valorosi che pur restavano in essere. In somma volevano far presto, pigliar Tripoli, guernirla, e via[579]. La giornata passò in ragionamenti e repliche, pro e contra, senza niuna deliberazione. Tanto eransi oramai confuse le menti!
[2 marzo 1560.]
Ma la seguente mattina raunatisi un'altra volta sulla reale di Giannandrea, presente lui stesso sur una seggiola alla meglio involto nel capperone, e riprese le dispute con quelle nuove ragioni che ciascuno aveva meglio ripensate nella notte, tutti deliberarono di levarsi subito da quello stento, e di navigare contro Tripoli. Si era sull'ordinare il viaggio e si allestivano già i segnali e le manovre per quella rotta, quando saltando freschissimo il vento da Levante, si rivolsero ancora gli animi del Medina e del Doria. I quali, sostenuti da don Alvaro de Sande, e da pochi altri, fermatisi sulla prima parte della deliberazione intorno alla partenza immediata, e veduto il vento opposto alla gita di Tripoli, e favorevole al ritorno verso le Gerbe, vinsero violentemente il partito per quest'ultima direzione[580]. Poco dopo tutta l'armata, condotta quasi da occulta forza di fortuna avversa, navigava col vento in poppa, filando dieci nodi per ora, tanto che la sera medesima prima del tramonto dava fondo sulla testa boreale dell'isola rimpetto alla capitale chiamata il Bazar[581]. Non parleremo più di Tripoli: la principale impresa è finita. Veniamo a quest'altra.