Raccolsi tanto di sensazioni che sono nella mia mente come un bel poema vissuto che si intitola: La Cometa.

Ora ditemi un poco mio caro amico, posso io uscire per le comuni vie con una coda di tela d'argento lunga settantacinque metri? Appena mi scorgono mi prendono, mi legano e mi portano qua dentro come un matto qualsiasi....

DELFO E DORI

Questi due piccoli villaggi, signor Perelà, sono i più graziosi dei nostri dintorni. Sulle rive di questo grosso fiume vivono la loro vita fraterna guardandosi amorosamente. Osservate la simmetria del loro assieme, due torri identiche, hanno entrambi una chiesa uguale, con uguale numero di guglie, si può dire che i loro tetti abbiano lo stesso numero di tegole e le case lo stesso numero di finestre. Essi vivono nella pace più serena, ed il fiume vi scorre in mezzo limpido e azzurro. La sera, al chiaro della luna, voi vedreste traghettare dall'una parte e dall'altra, alcuni giovani, s'incontrano e si salutano, si scambiano le parole più cortesi, un saluto cordiale.

Vanno cantando e colla gioia nel cuore, si recano a visitare quelle che saranno le loro spose. Si usa che gli uomini di Dori scelgono in Delfo la loro compagna, e quelli di Delfo in Dori. Ma questa bella pace non regnò sempre fra essi, e il fiume che ora s'abbandona nel mare in un ultimo flutto di dolcezza, gli portò un giorno il boccone più amaro che il suo stomaco abbia mai potuto digerire. Questo fiume fu un giorno il campo di una stranissima battaglia.

Sappiate intanto che da allora Delfo è abitato da quelli di Dori, e Dori da quelli di Delfo. I due paesi si odiavano dai tempi più remoti. Non era possibile piantare un arbusto soltanto sulla riva di Dori, che non ne venisse piantato uno consimile su quella di Delfo. Non una sola pietra veniva mossa di qua senza ch'essa ricadesse di là come un bolide d'odio e d'ira.

Un giorno imperversò un orribile temporale su questi villaggi e ben otto saette caddero insieme sulle piccole case di Dori, senza che nemmeno una vittima si avesse a lagnare. I poveri paesani spaventati, scampati al flagello, vollero innalzare in ringraziamento una torre alla Vergine santissima, e porre in cima a detta torre una statua della Vergine medesima. La torre è quella che voi vedete. Quando fu essa all'altezza dei tetti, e venne osservato dagli occhi scrutatori di Delfo un certo brulicare di uomini prima, e l'alzarsi di un edifizio poi, quei paesani non contennero più la loro rabbia. Che cosa dovevano fare? Alzare anch'essi una torre? Ma sarebbero rimasti indietro ed avrebbero finita l'opera con grande ritardo sugli odiati difaccia. Eppoi non erano cadute saette in Delfo onde ringraziare la Vergine santissima. E ancora: una volta al lavoro chi dei due avrebbe posto l'ultima pietra della torre nel timore che l'altro avesse prolungato ancora di un poco il suo lavoro? Quando avrebbero terminato? Dove sarebbero mai giunte le torri dell'odio? Doveva la terra squilibrarsi colla costruzione di due nuove Babele? No, no, bisognava finirla, ci volevano mezzi molto più spicci. In Dori si lavorava indefessamente alla costruzione di una torre? Benone. In Delfo fu incominciato colla febbre nel cuore il lavoro di ben altra costruzione, barche, barchette, zattere, navicelle, pertiche e remi. Il fiume giallo dell'odio non era stato fino allora solcato, questa era la sua volta.

Dori giorno per giorno assumeva un bell'aspetto maschio coll'elevarsi della torre superba, mentre riposta nel ventre di Delfo si agitava una mostruosa creatura: la guerra.

Le barche, le zattere, le piccole navi, le pertiche, i remi, tutto in breve fu pronto, la notte designata giunse.

Cauti calarono i paesani di Delfo i loro legni nel fiume, muti vi presero posto e a furia di braccia l'intero paese ecco traversa, è in Dori.