Lo stambugio sulla cima del monte in poco più di due giorni fu pronto, e costruito colle pietre stesse del Calleio. Una cella di due metri per due metri, infossata giù nel terreno, alta circa tre sopra di esso, un orribile pozzo tenebroso. In basso, una porta piccolissima, foderata di lamiera, e tutta bardata di enormi chiodi nella parte superiore di essa, uno sportello di venti centimetri per venti tutto incorniciato di ferro, e incrociato da due sbarre, da quello il condannato doveva ricevere la luce e l'aria, e la legna se taluno glie ne avesse portata. Tugurio sì inesorabile non fu mai costruito per nessun colpevole. Guardandoci di fuori, per quello sportello, bisognava fare prima bene gli occhi all'oscurità, e cercare di non cuoprirlo che parzialmente colla propria faccia altrimenti non si vedeva più niente. Il recluso poteva tenerlo aperto o chiuso a piacimento, di dentro eravi infissa una lastra di ferro che scorreva su guide. La parete di fronte era tutta occupata dal camino che veniva in avanti più che a metà cella, sopra, sul tetto era la colonnetta dalla quale sarebbe uscito il fumo se mai quell'uomo avesse avuto legna da bruciare.

Il Calleio è la cima più alta delle colline che fanno corona alla città. È alto poco più di cinquecento metri. Le sue falde sono rivestite di belli alberi verdi e su fino a metà gli fanno mantello campi con bella simmetria coltivati. Ma dalla metà alla cima non v'è più nessuna vegetazione, la natura calcarea del suolo, l'aridità per il subitaneo sgrondare delle pioggie, impediscono qualunque coltivazione e non vi crescono che le piante dei terreni aridi, pietrosi, delle sabbie; esso finisce in un cumolo di rovine che scendono giù in torrenziale fuga di pietre e di terra.

Dalla via maestra si stacca un bel viale fiancheggiato da cipressi che sale fin dove il Calleio è verdeggiante, dopo, per giungere alla vetta bisogna seguire un sentiero appena tracciato che si avvolge a spire e si ritorce su su come un nastro, tortuosamente. Sopra la piccola spianata della cima è stata costruita la cisterna del condannato. Da lassù si domina bene la città ch'è giù a picco alle falde del monte; e si abbracciano in un solo colpo d'occhio tutti i suoi incantevoli dintorni.


Già dal mezzogiorno le vie del percorso sono animatissime, la piazza reale è zeppa fino alla scalinata chiusa dal cordone dei soldati perchè la folla non si inoltri alla porta della reggia. A tutte le finestre ferve grande agitazione. Le case sono ricolme di gente, amici, parenti conoscenze, tutti coloro che abitano fuori del percorso ma che hanno la fortuna di conoscervi qualcuno. Egli deve percorrere quella via del primo giorno quando solo e sconosciuto giunse in città, quella via ch'egli percorse trionfante la sera che il popolo lo acclamò come un sovrano.

L'ora stabilita è l'una dopo mezzogiorno, ma essa è già passata senza che si veda ancora niente. Le finestre della reggia sono chiuse.

Tutti, al solito, incominciano colle immancabili supposizioni. In queste circostanze si conta moltissimo sulla mezz'ora e magari ora di ritardo del personaggio atteso. Quell'attesa è tutto, è indispensabile per la buona riuscita, costituisce la solennità, l'importanza dell'avvenimento. Un Re sarà acclamato assai più, la gente non si vuole essere stancata per poco ad aspettare, e intanto tutti avranno avuto agio di cicalare, di montarsi, scaldarsi a vicenda per l'occasione. Un Re, un arcivescovo, un ministro, un personaggio qualunque che giungesse o passasse cinque minuti prima dell'ora stabilita sarebbe accolto con una generale freddezza, e tutti se lo vedrebbero sgattaiolare dinanzi come un uomo qualunque, pieno di occupazioni, che ha fretta, che vuol sbrigarsi, che guarda l'orologio lieto di essere qualche minuto in anticipo, senza nessuna solennità.

Nel caso nostro l'attesa aumenta, colla curiosità, l'odio per il condannato. Si incomincia a temere che il Re ne abbia fatta una delle sue, lo abbia fatto condurre lassù alla chetichella, di nottetempo, per sottrarlo al giusto sdegno della folla, al santo sdegno del popolo! — Certo, il Re vuol sottrarlo a questo impiccio e noi aspetteremo qui delle ore come tanti citrulli, e rimarremo di poi con due metri di naso! La debolezza del Re per quest'uomo è diventata favolosa! Favolosa! I ministri stessi lo stanno trattando con una dolcezza capace di far sortire dai gangheri i più pacifici! Sono a momenti le due....


Bdbun.... Bdbun.... Bdbun.... Bdbun bun bun. Bdbun.... Bdbun.... Bdbun bun bun.... Dan.... Dan... Dan.... Dan.... Dan... Dan.... Le sentinelle al portone della reggia si fanno indietro, escono i due primi tamburi che fanno fila a quattro metri di distanza l'uno dall'altro. Ecco Perelà, dietro altri due tamburi, che si inquadrano coi primi due. Il condannato, in mezzo, si avanza agilissimo, leggero, quasi saltellando ad ogni passo, mentre il corteo s'incammina pesantemente, lento, con cadenza funebre. Dietro vi sono quattro file di soldati col fucile a bilancia, a distanza di quattro passi una dall'altra.