Siamo alla fine del viale dove incomincia il sentiero, la maggior parte della gente si ferma e rimane a guardare dal basso l'ascesa dell'ultimo tratto, la vettura si ferma, ne discende la marchesa Oliva Di Bellonda. Perelà, i soldati, un mannello di venti o trenta persone ancora, i più impenitenti curiosi, i più accaniti ingiuriatori che ora lo guardano lividi in silenzio con ghigno di disprezzo, e dietro la donna trascina il suo mantello nero sull'erta faticosa. Giù si vedono in fila, a naso ritto, quelli che sono rimasti.

Perelà è chiuso nella cella irreparabilmente.

I soldati, e il carceriere colla chiave fatale, tornano indietro e con loro ridiscende dopo un ultimo sguardo sdegnato, un ultimo tacito insulto, la gente, la donna che è rimasta sola in disparte, si avvicina alla prigione, piano piano la gira attorno per due volte, si ferma allo sportello e vi guarda lungamente. L'uomo è in piedi sotto la cappa del camino, alto, tranquillo — avrà freddo — ella pensa, — domani sera — guarda ancora, egli la guarda senza la forza di scambiare una parola, di aprire la bocca per articolare.

I soldati seguìti dalla gente camminano già sulla via, al principio la vettura nera attende. La donna incomincia con passo incerto affranto la discesa. Il sole è al tramonto, il disco sulla montagna difaccia sta come un'ostia infuocata, ostia pura di luce e di calore, e giù, giù per le rovine del Calleio il punto nero discende, dispare, ostia pura d'amore e di dolore.

Il sole scompare dietro il monte, la donna sale nella vettura, e i cavalli si muovono al trotto.


«Sono sotto questo camino e guardo su, in alto, il piccolo tondo azzurro, è il solo bene che mi è stato dato, esso mi appartiene. Ecco che in questo tramonto, io lascio le mie ultime volontà. I miei piedi sono uniti, e le scarpe posano come quella mattina quando faticosamente discesi fino ad esse, ed io le lascio qui, così.... come le avevano preparate loro. Pena! Rete! Lama! Voi mi daste queste scarpe perchè io camminassi sopra la terra non è vero? Forse io dovevo camminare fino a che non fossero tutte consumate? Se mi avessero sempre portato come oggi io potrei lasciare stasera un vecchio paio di scarpe rotte quaggiù, ma siccome sempre mi fecero camminare in splendide vetture, e vi fu chi si ebbe cura di ripulirle e lucidarle sempre, quasi avesse presentito che in fondo erano il mio solo bene terreno, esse sono ancora in buono stato, sono ancora belle, lucide, e il loro suolo non è punto consumato. È la sola cosa ch'io posseggo e ch'io vi possa lasciare, o uomini, esse mi legarono a voi, e più sarete ora persuasi che non valevo gran che, valevo questo paio di scarpe, eccole. Mi chiamaste coi nomi più belli, mi strisciaste i vostri inchini più profondi, mi adoraste come una reliquia, come un santo, poi vi siete accorti che cosa io valevo e mi avete disprezzato, calpestato come un rettile, ingiuriato, condannato come un assassino o un ladro, e mi voleste per sempre lontano da voi, per dimenticarvi, per sempre di me. Voleste tante cose da me, che io vi dettassi il Codice, eccolo, questo solo può essere il Codice di colui che vi piacque di chiamare Perelà, io ve lo lascio, esso manteneva sopra la terra la mia unica virtù. E in questo bel tramonto una piccola nube grigia in forma di uomo, le nubi hanno tante forme, volerà su su, traverserà lo spazio, l'orizzonte verso il sole, nessuno la scorgerà, forse una povera donna, che avrà per me un ultimo singhiozzo. A lei tutto il mio pensiero in questo istante, a lei che neppure potè capire quello che io ero solamente: leggero leggero leggero leggero».

Nell'uscire le gambe dalle scarpe cade a terra un piccolo disco roseo di cartone, la tessera, e l'ultimo sguardo dell'uomo sulla terra si posa sull'ultima sua parola «et ultra».


— Udite! Tutti! Venite qua! Correte! Qua.... con me! Vili! Vili tutti! Correte....