— Il poeta Isidoro Scopino.

— Quando ho udito pronunziare il vostro nome, per la via, io passeggiava allora colla mia amante. Il nome che sulle volgarissime labbra della plebe m'aveva lasciato indifferente, su quelle di lei acquistò intero il suo significato.

Io le ho fatto ripetere mille volte il vostro nome, come ogni sera, prima di spengere il lume, le faccio ripetere l'eterna parola: poesia.

Su quelle labbra. Pe....re....là... lo si vede sfuggire rapido, come si vede partire per innalzarsi lieve, delicatamente la parola: poesia. Voi sentite il suono di questa maliarda parola? Quelle vocali. o....e.... i.... a.... E che cos'è mai una p su quelle labbra! Signor Perelà! È come la forza del soffio che la anima e le da vita; e chi mi soccorrerà a dirvi che sia una s che la spinge, di sotto, e la sostiene.... e la solleva, su, su, su!

— E che cos'è la poesia?

— La poesia, signor Perelà, è un mondo, è un globo tutto azzurro, ed è il poeta, sul Parnaso, l'alito che lo gonfia, e lo prepara per la sua ascensione celeste. Qual'è l'arte? Saperlo gonfiare, gonfiare fino a renderlo trasparente perchè possa innalzarsi.

— E voi salite con lui dopo?

— Ma vi pare? Un corpo estraneo? Se mi ci attacco io addio Gesù, quello rimane a terra, quando l'ho gonfiato lo mando via. Io resto sul Parnaso.

— Voi dovrete allora sorvegliare mentre lo gonfiate, il vostro globo, che nulla ci vada dentro.

— Ma certo, basterebbe un granellino della più semplice cosa e non anderebbe più su. Pare che ci sia dentro chi sa che, e invece non c'è nulla, ottenere il vuoto, qui è tutta l'arte del poeta e la poesia.