Dalle primissime ore del mattino il paese era tutto in movimento.

I fanciulli dovevano venire anche dalle vicinanze, purchè fossero venduti lì, a Vincignano, su quella piazza, dovevano avere questa marca di fabbrica «Vincignano».

Si erano installate lassù, già da vari giorni, coppie attempate, zitelle, zitelli, vedovi, facce più o meno arcigne che venivano incontro ad un torrente di gioia. I piccoli alberghi, le case, rigurgitavano. Un americano giungeva dall'America espressamente per comperare dodici fanciulli da portare in dono alla sua sterile sposa. Egli diceva di assicurare ai piccini un milione per ciascheduno. Due coniugi francesi dal muso d'uccello, volevano due maschietti colle gambe secche e dritte da introdurre come innesto per tentare la ripopolazione della Francia. Da ogni parte si domandavano informazioni e spiegazioni.

— I genitori! I genitori! — Bisognava vederli, farli visitare dal medico e accuratamente, bisognava essere certi della razza, al momento del mercato il medico avrebbe dato il responso.

— Io mi accontento del collo del padre. A me basta — diceva una secchina arricciando naso e bocca. — E i denti? I denti? — Incalzava un'altra colla faccia d'arancia e due occhi come grani di pepe — dove li mettete? Phue! — Il seno della madre! — Soffiava un grassone dalla faccia paonazza — È importante!

— I capelli! I capelli! I capelli! Non li contate voi? Non guarda ai capelli lei? È tutto. — Lasciava precipitare uno alto quasi due metri, secco secco, con un tubino grigio sotto al quale, nella cute bianca, nasceva una ghirlandina di lunghe setole giallicce.

Vincignano si popolava si popolava, si riempiva. Da tutti gli sbocchi apparivano sulla piazza donne che conducevano fanciulli, piccoli in fasce più grandicelli, se ne vedevano fino agli otto e ai dieci anni. Ce n'erano dall'espressione triste, malinconici o che piagnucolavano, altri in piena allegria e floridezza andavano incontro spensieratamente al loro destino. Alcuni, bambine in specie, parevano fiutare sottilmente una nuova vita di agi e di ricchezze. Erano tutti ben messi, i più piccini seminudi mostravano braccia e gambe paffute. Una madre ne teneva uno a gambe all'insù mostrandolo sotto come una meraviglia, infatti il piccolo agitandosi esponeva carni meravigliose di freschezza e di colore. Altre erano intente a ravviare capelli, soffiare per l'ultima volta un naso. Poi facevano passeggiare in bella mostra il loro prodotto mettendolo più in evidenza che fosse possibile. Un giovanotto ne prendeva uno e se lo portava sopra la testa, e il bimbo brillava e rideva al giuoco. Chi ne trascinava uno a forza come al macello.... chi ammoniva con promesse esorbitanti, chi ne ricuopriva uno d'improperî, chi gli stringeva forte le dita per farlo star su, dritto, o perchè sorridesse ai signori che circolavano, e l'innocente faceva sempre più la faccia d'uggia. Intorno, sulle panchine della piazza, si vedevano madri che davano il latte alla loro creatura sfoggiando ai passanti una mammella portentosa.

E fra tutta questa gente circolavano i concorrenti. Le signore coi loro occhialetti giravano, cercavano, si chiamavano, accarezzavano, domandavano, tutti si rimescolavano oramai sulla piazza. Ve ne erano anche venuti in gita, per pura curiosità, e ridevano, e facevano mille meraviglie per la novità del caso. — Il Condotto! Il Condotto! — Fu gridato da una parte. Il medico corse all'appello e fu rinserrato da un aggruppamento istantaneo di persone.

Il mercato era aperto. Fu venduta per lire quattromila una bambina di quattro anni, bruna, la quale per il grande trambusto e per la soggezione del momento si diede a piangere dirottamente. Portata subito nel vicino caffè le furono presentati vasi di confetti e drops dinanzi ai quali la piccina ristagnò le lacrime, e accennava timidamente quali di quei dolci le convenivano di più.

Il mercato era aperto.