E allorquando infine si avanzarono i paggi seguìti dal Gran Maresciallo di Birònia Conte Ercole Pagano Silf, e da tutti i dignitari della Corte e dalle altissime cariche dello Stato, e dal corpo diplomatico e corpi religiosi, e i cavalieri tutti della Rosa di Birònia, e dame e ufficiali, e furono i paggi inginocchiati ai piedi del trono reggendo alto il cuscino di porpora, e le voci bianche, accompagnate da cento violini intonarono l'inno a Dio, s'alzò Ludovico XIII, erano le plebi nella polvere protese, e presa la corona di diamanti dal cuscino se la pose lentamente sulla bella testa, con tale gesto sì solenne e grazioso ad un tempo, come Re di nessun popolo di nessun tempo potè avere mai. E fu un vero miracolo se ognuno di quei cittadini non ne ritornò, per la gioia, pazzo alla propria casa.
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Circa tre mesi dopo questi memorabili avvenimenti, una mattina il vecchio Maresciallo conte Ercole Pagano Silf veniva di premura chiamato in udienza privata dal Re.
Ludovico XIII era ad attenderlo seduto al suo banco di lavoro con la consueta aria seccata e distratta colla quale sbrigava con lui le faccende più gravi dello Stato, accettando sempre con sorridente ironica naturalezza, ogni consiglio dell'ormai infallibile uomo di governo.
E non appena questi fu entrato e la porta fu bene richiusa dietro a lui, gli fece cenno, il Sovrano, con l'indice della sinistra di avvicinarsi più del consueto.
— Maresciallo, voi dite sempre: «poche parole» non è vero?
— Così è Maestà.
— Poche parole dunque: sono gravido.
— Oh! Sua Maestà!
— Il Re, proprio lui.