La mattina egli sarebbe andato là.... nella sua stanza.... I brividi lo riassalivano, si tappava le orecchie colle mani, quasi stesse per udire un colpo. Attese. Come si sarebbe uccisa? Non sarebbe venuta a morire alla sua porta? Gli sembrò di udire in basso, all'uscio, raspare. Dio! No! Ebbe paura ad aprire, ebbe paura a tacere, il silenzio lo faceva delirare, si stropicciava forte le orecchie colle mani, non voleva più sentire, più vivere. Forse era lì, già morta! Come? Avvelenata forse? Si fece forza, tacque, nulla. Si sarebbe forse gettata dalla finestra? Avrebbe ad un tratto sentito uno schianto nella via.... Gli parve udire il cigolare di una persiana, una finestra che fosse aperta con cautela. I suoi occhi, naufraghi per la stanza, incontrarono finalmente la loro tavola di salvezza: il ritratto di Micheline, e in quelli che li guardavano con dolcezza si affidarono immemori un'ultima volta. Maurizio rimase così fisso. Riposò e si sentì sollevato. Ora sarebbe andato, no, non doveva uccidersi povera donna no no! Ma dopo? Che ne avrebbe fatto? Avrebbero pattuito, si sarebbero separati da buoni amici. Si incominciò a vestire, tremava, tremava, nell'alba tragica.... che cosa lo aspettava? Andando nel suo appartamento come l'avrebbe trovata? Morta? Morta come? Come aveva potuto indugiare? Voleva correre mentre continuava a vestirsi lentamente. Perchè non glie ne aveva parlato la sera avanti? Essa lo aveva lasciato come ogni altra sera.... che invece ella dormisse immemore il più pacifico sonno? Che non ricordasse più la data? Che si fosse sbagliata? Dieci anni erano passati da quella sera quando fu scritta, chi ne aveva parlato più da allora? Non poteva star fermo, girava su e giù per la stanza, tutto gli palpitava dentro, il suo cuore era per scoppiare.
Erano le sette, era appena il primo chiarore dell'alba, la luce grigia penetrava a suoli dalle gelosie delle persiane chiuse per la stanza. E Micheline che non apriva la sua porta prima delle dieci! Attese, attese, poi, trovato l'estremo coraggio uscì. Non seppe dirigersi risolutamente, entrò nella sala da pranzo ancora tepida e profumata dalla sera avanti. Sulla tavola erano sparsi avvizziti i petali di una rosa ch'ella aveva sfogliato ninnolandosi; i mozziconi delle sigarette erano nel piattino di porcellana insieme colla cenere e i fiammiferi estinti; e il loro profumo vagava ancora prigioniero; e il profumo di lei, il suo profumo lieve e fresco come quello delle rose.... Si diresse alla porta tante volte, ritornò alla tavola, voleva sedersi, voleva aprire, non voleva.... ma che cosa c'era dentro la sua anima, la più grande tragedia o la più ridicola farsa?
La porta dello spogliatoio era aperta, il suo cuore si fermò ma ebbe la forza di entrare, la porta della camera aperta.... entrò.... nulla.... nessuno.... il letto era rifatto, girò, cercò, nulla, più nulla, non uno scritto, non ebbe fiato di chiamare ma le sue labbra pareva gridassero: Micheline! Micheline!
***
Un bel pomeriggio d'inverno, quasi dieci anni dopo da questo fatto, Maurizio passeggiava sotto il bel sole napoletano della riviera di Chiaia. Era divenuto un uomo posato, le sue arie frivole erano scomparse, aveva quarant'anni oramai e li dimostrava perfettamente. Non più così accurato ed elegante nell'abito, si era deciso a divenire uno degli infiniti esseri di questa terra. Gli erano cresciuti smisuratamente i baffi e gli davano un'aria anche più matura. Gironzava sotto il delizioso tepore, lungo il mare, quando vide venire avanti lungo la riva una bella signora alta, bionda, elegante, accompagnata da un giovinetto men che ventenne, più basso di lei, pure elegantissimo, tutti e due marciavano di buon passo allegramente. Potevano sembrare la madre di quaranta col figlio di venti.
— Che bella donna — Pensò istintivamente Maurizio mentre la coppia si avvicinava.
— Maurizio?
— Micheline?
— Tu qui?
— .... sì.... — Maurizio balbettava.