Nulla sfuggiva a Micheline, tutto capiva, sicura di sè andava avanti con una serenità divina, come quei sublimi artisti, consci del loro valore, seguono il loro cammino fra l'indifferenza e le ostilità, certi non di una pur lontana giustizia, ma certi e paghi solo di sè stessi. Non m'accusate di lirismo o di esagerazione amici, non mi accusate di volere ad ogni costo fare un simbolo di bellezza con un povero pezzo di carne. Lettore, io ti supplico, aiutami a dir bene di questa donna, la mia penna non arriva più dove ormai è la mia anima.

Passarono gli anni, cinque, sei, sette, otto....

L'unione era rimasta invariata, ma l'uomo era ora incatenato dalla soluzione. Ella doveva uccidersi per lui, per il suo amore, lo aveva giurato, lo aveva scritto quella sera. Egli aveva mantenuto nobilmente la sua parola, i dieci anni, ella doveva mantenere la sua. Ma si uccideva per lui? O piuttosto per non assistere al dissolvimento della sua bellezza? Non era invece una pazzìa dettata dall'orgoglio folle di quella donna? Ma intanto egli se ne liberava. Che ne avrebbe dovuto far più? Essa si avvicinava alla decrepitezza! Dio! Dio! Come aveva potuto amarla? Micheline che si alzava così presto la mattina, non si faceva vedere che tardi, mai prima delle dieci, si capiva tanto bene che non ne poteva più, era finita, si reggeva per virtù di ripieghi, con interminabili sedute di toilette, forse soffriva terribilmente e nascondeva la sua sofferenza. Come poteva avere ancora voglia di vivere e di amare a quell'età? Ella manteneva il suo contratto per onore alla firma ma certo agognava la fine.

E la fine si appressava e Maurizio si sentiva sempre più ostile nei suoi pensieri, nel suo dubbio. Sì, doveva morire, solamente colla morte poteva ripagarlo di quello che così impudentemente gli aveva usurpato: i suoi dieci anni di giovinezza.

Era la fine. Pochi giorni mancavano alla data.

Micheline non aveva cambiato dal primo giorno, era rimasta paurosamente uguale, il miracolo dava la vertigine del vuoto quando l'essere comune che vi era dinanzi poteva guardarlo serenamente. Per quanto la passione fosse morta in Maurizio, sull'ultimo si riaccese. L'avvicinarsi di quel giorno metteva una certa paura addosso al giovane, gli faceva sentire una sensazione di freddo. Eppure si doveva ammazzare, quale orribile canzonatura per lui altrimenti? S'ella fosse venuta ad implorare?... Se avesse chiesto tempo ancora?... Dio! Dio! Quella donna gli faceva ribrezzo!

Ma fra loro nulla era apparentemente cambiato e non si parlò mai della data.

La notte che precedeva il giorno fissato si presentò come ogni altra notte del tempo vissuto assieme.

L'agitazione di quelle due anime invece di erompere e rivelarsi doveva quella sera ricevere l'ultimo suggello, e mentre l'uomo non era riuscito a leggere una sola parola in quella della donna, la donna quella sera non aveva più una parola da leggere in quella di lui. E dinanzi a questa grande superiorità come non dobbiamo noi sentirci ammirati e commossi?

A Maurizio, che non aveva avuto la forza di credere, la notte portò ore terribili. Si alzava dal letto, gli era impossibile di dormirvi, guardava dietro la finestra e la persiana la via deserta, silenziosa, la luce scialba che l'illuminava lo rabbrividiva come si fosse sentito nudo nella nebbia, orecchiava con terrore, il tremito lo assaliva, tornava a coricarsi a seppellirsi sotto le coltri, poi si rialzava ancora, e ancora si ricoricava. Eppure non credeva, quella donna, secondo lui, non era capace d'uccidersi, ne sbagliava il perchè, ma lo sentiva, lo sapeva, non si sarebbe uccisa, non credeva ma aveva paura, come quegli uomini vissuti tutta la vita senza una fede all'ultimo istante domandano i segni della loro religione. È la paura di un grido, di un tonfo, di un colpo, è una vile immonda paura questa!