SILVIO BENCO

nel “Piccolo„.

Un magnifico teatro: le poltroncine tutte occupate, la platea zeppa, le gallerie ben popolate. Il «futurismo» ha agitato la curiosità del pubblico, e il pubblico, scoccata appena l'ora, non nasconde la sua impazienza di vedere i «futuristi». Compariscono alla ribalta: sono tre: Marinetti, che il pubblico riconosce e saluta con un applauso, Aldo Palazzeschi e Armando Mazza. I due altri che erano promessi, Paolo Buzzi ed Enrico Cavacchioli — lo annuncia il Marinetti — non poterono allontanarsi da Milano: le loro poesie saranno recitate da lui e dai colleghi. Frattanto, alla recitazione delle poesie il duce della scuola vuol premettere un breve esordio per dichiarare in che consista il futurismo. L'esordio è violentissimo; nè crediamo il pubblico abbia mai ricevuto sulla faccia parole più violente. Afferma la volontà di svincolare i vivi dai morti, la volontà di intraprendere una acerrima lotta perchè una quantità di poeti, di pittori, di musicisti, di statuarî dei nostri tempi, che dimenticati o ignorati, patiscono la fame o soccombono moralmente all'avvilimento e alla tristezza, abbiano una buona volta sgombro il cammino da quel culto del passato e delle glorie fatte e strafatte al quale con neghittoso misoneismo dedica tutta sè stessa l'umanità. Il futurismo vuole la gloria per gli artisti vivi; non per gli artisti morti. Se il suo libero linguaggio offende le abitudini del pubblico, il Marinetti riconosce al pubblico il diritto di fischiarlo; non chiede applausi, ma fischi.

Il pubblico invece applaude. Il discorso era stato detto con veemenza: conteneva una rivendicazione sociale dei diritti dell'arte giovane e diseredata; la folla vi aveva riconosciuto un'idea generosa e non aveva badato all'aggressività della forma.

Quindi si levò Armando Mazza e declamò il noto manifesto del «futurismo». Una voce forte e squillante; un dicitore che par tranquillo e padrone di sè. Due buoni polmoni e un'uniforme inflessione energica sostituiscono la varietà dell'espressione e il colorito che non è molto ricco. Ma il manifesto contiene cose troppo enormi, per essere ascoltate placidamente, o sia pure con amabile scetticismo, da un'assemblea di duemila persone: quando si giunge agli incendî delle biblioteche, agli annegamenti dei quadri e delle statue trovate nei musei, alla gioia vandalica degli incendiarî dalle dita carbonizzate, sorgono mormorii, poi grida ostili ed opposizioni clamorose. Una parte del pubblico batte le mani; un'altra parte fischia e rumoreggia; dalle gallerie si saetta qualche invettiva.

L'irrequietudine, che a quando a quando è tumulto, continua mentre Aldo Palazzeschi recita con voce fievole e bianca la sua Regola del sole. Egli sciupa completamente la sua poesia che, a leggersi, è bellissima. Pochi soltanto ne colgono qualche parola; gli altri cercano distrazioni.

È il momento di maggior trambusto della serata. Poi l'ordine si ricompone; e la recitazione può continuare senza impedimenti. Ma la tempesta, piccola o grande che fosse, si è ripercossa sul palcoscenico: la voce di Armando Mazza non è più quella, e anche il suo modo di leggere i versi, con il testo sotto gli occhi e presentandosi di profilo al pubblico, è il meno comunicativo che possa essere. Il giovane dicitore non è ancora avvezzo ad affrontare la folla; il Marinetti invece sì; la padroneggia con bella forza nervosa; e riesce ad imporle e a farle gustare la larga linea di due liriche di Paolo Buzzi e dell'Eroe futuro di Federico de Maria. Sono gli squarci più applauditi. Si recitano anche brani di Libero Altomare, di Corrado Govoni, del Cavacchioli e la folta e meditata sì, ma eternamente lunga poesia che Gian Pietro Lucini compose per la sciagura di Sicilia e di Calabria.

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Silvio Benco.

A. BELLOTTI