L'accademia poetica di iersera fu indubbiamente la consacrazione ufficiale del futurismo.
Vittorio Cuttin.
A. TAMANINI
nell'“Arte„.
La viva curiosità di udire il geniale e sbrigliato poeta Marinetti, direttore di Poesia e i quattro poeti che formano lo stato maggiore del «futurismo», attrasse mercoledì sera al Politeama, gran folla di pubblico. La curiosità era resa più viva dal fatto che secondo una intervista di Giuseppe Piazza, pubblicista della Tribuna, anche Gabriele d'Annunzio, preso dal «futurismo», intenda uscire bruscamente dall'atmosfera mitologica e classica della sua Fedra per attaccarsi alle figure ultramoderne di Wilbur Wright, di Blériot, di Farman e di Latham. Al suo interlocutore confidò le sue ricerche riguardo una nuova nomenclatura italiana su tutto ciò che concerne l'aeroplano. Aggiungendo che l'aeroplano — che è divenuto il simbolo del futurismo, come espressione d'un assoluto distacco dal passato — ha una parte molto importante e quasi essenziale nel suo ultimo romanzo: «Forse che si, forse che no». Ciò è indiscutibilmente un risultato dell'influenza del futurismo. Il movimento, condotto con arditezza dal geniale direttore di Poesia si propone di allontanare i poeti creatori delle vecchie e rancide leggende, e dalle ricostruzioni storiche che sono tanto care ai professori ellenisti e latinisti, che non vivono che di storia morta.
Nella esposizione del programma dei futuristi, il Marinetti disse in termini molto vibrati e con parole... incendiarie, che buona parte del pubblico interpretò alla lettera, caricando l'ambiente d'elettricità ostile, il bisogno che devono sentire i poeti di abbandonare finalmente gli eroi antichi, le deità mitologiche, i tramonti del sole ed i chiari di luna, fatti per gl'innamorati sentimentali, per cantare invece la velocità impressionante dell'automobile, il taciturno suicidio dei sottomarini, le battaglie celesti degli aeroplani, le rivolte popolari e le lussuriose notti delle grandi capitali.
Secondo i «futuristi», infine, è assolutamente necessario fare «tabula rasa» di un passato troppo venerato e troppo imitato. Ciò disse anche con parole di fuoco Armando Mazza, suscitando applausi e... proteste vivaci. Dopo che il Palazzeschi con fievole voce ebbe declamato la sua poesia La regola del sole, il Mazza disse una Canzone folle del Marinetti, un frammento del Canto d'angoscia di speranza del Lucini, mentre il Marinetti declamò col maggior successo I Desideri di Libero Altomare, la canzone All'eroe che verrà di Federico de Maria, la lirica Alla Poesia ed il Canto dei reclusi di Paolo Buzzi. Chiuse la serata l'ode All'Automobile, che procurò al Marinetti calorosi applausi.
Attilio Tamanini.
I SIGNIFICATI DEL FUTURISMO
secondo PAOLO ARCARI