Il pegaso della giovane scola futurista ha lasciato le vecchie ali tra i rosai dell'Arcadia; lo slombato aganippeo poledro, è uscito a libera pastura e s'è rifatto forte, snello, audace nella rinnovata lena che gli viene da un'incontesa e animatrice libertà d'orizzonti luminosi.
Afferrato alla sua criniera, il rinnovatore (al secolo F. T. Marinetti) s'è slanciato lontano dai campi mietuti dall'artifizio, è fuggito dai vecchi sacelli in cui poltriscono le reliquie della vecchia Musa nella patena del classicismo e tra i fiori — ormai polverosi — del romanticismo.
E sulle orme del forte tutta una giovane falange di poeti dell'Italia rinnovantesi si è slanciata alla conquista di «più spirabil aere» gettando alle ortiche il liuto del menestrello e movendo fra le ruine di Delfo, «con la fiaccola in pugno e con la scure.»
Una torma d'anarchici del ritmo ha assaltato le alture olimpiche, ha incendiato i secolari allori ramificanti sui piedistalli arcaici delle Muse, ha disperso al vento della libertà i residui della paleontologia poetica e, giunta alla sommità, ha lanciato agli echi attoniti del passato il fiero grido di ribellione: «Noi siamo la vita.»
E infatti, iersera, ascoltando i cinque bardi del futurismo, noi abbiamo avuto quest'impressione diretta: Questa è la poesia che vive.
Per un istante il nostro spirito è uscito dal Museo delle vecchie concezioni, ha fatto di cappello al portiere del Museo: il manierismo, e s'è trovato in piena vita, nell'intensa vibrazione concentrica che va dall'universo al cuore.
E invero, la poesia, come sgorga dalle labbra di F. T. Marinetti è un'iride di tutte le voci misteriose che l'anima intende e che la passione ripercote nella Vita: è la Verità che sgorga limpida, impetuosa dalla sorgente dello spirito non annebbiato dal pregiudizio dell'antico e oppressivo culto della forma. Si potrà discutere in qualche sua enunciazione il futurismo, ma non si deve negare che l'ideatore, l'iniziatore, l'apostolo del futurismo, sia un grande, un meraviglioso ingegno. E perciò a Marinetti va il nostro plauso incondizionato, plauso che già iersera espresse il consentimento del pubblico intelligente.
Enrico Cavacchioli, che conobbi e ammirai nello specchio chiarissimo delle «Ranocchie turchine», è grande anch'esso nella forza della concezione nella robusta martellatura del verso, che pare niello ed è ferro fucinato.
E così i due poeti Buzzi e Mazza (ai quali l'indole di questo periodico non mi consente di dedicare nemmeno poche linee) apparvero iersera degni del Maestro e del Duce.
F. T. Marinetti è decisamente fortunato: la sua scuola non perirà perchè il successo n'è affidato a discepoli di tempra superba e di nobilissimo ingegno.