F. T. Marinetti lesse prima una sua spiegazione sul futurismo, dicendolo «distruzione del passato», un bando a tutte le vecchie forme d'immaginazione e di prosodia, perchè si cantino liberamente la vita e le conquiste della scienza, si canti tutto ciò che è lotta, dalla guerra alla patria, dal militarismo «all'opera distruggitrice dei libertari.»

Il signor Mazza declamò poi il «Manifesto del Futurismo», requisitoria violentissima contro tutto il passato, sfolgorante nella forma, potente nella densità dei concetti e nella franchezza senza esempio che giunge a invocare la demolizione dei musei e delle biblioteche, concedendo tutt'al più che vengano visitati una volta l'anno come i cimiteri.

Tale violenza rivoluzionaria provocò qua e là nell'uditorio una forte reazione e predispose male per ascoltare «La regola del sole», grazioso lavoro di linee delicatissime, detto con voce troppo fioca, dal suo autore signor Palazzeschi. Ma i futuristi, nemici acerrimi d'ogni opportunismo, non se ne preoccuparono e i signori Marinetti e Mazza s'avvicendarono nella lettura di poesie futuriste del Lucini, del Cavacchioli, del Buzzi, dell'Altomare, del Covoni, del De Maria e proprie. Potente, grandiosa la visione poetica del terremoto di Messina, del Lucini, e l'ode all'automobile del Marinetti; vivi quadretti della vita quelli del Buzzi; serena visione della natura «La gioia» del Cavacchioli; vigorosa immaginazione la poesia «All'eroe che verrà» del De Maria; fantasime fulgenti quelle del Govoni.

Tutti questi lavori, che accanto a squarci di bellezza suprema, presentano qualche pecca di esagerazione o di soverchia insistenza nello svolgimento di certi concetti, s'impongono per l'assoluta libertà di ritmo e perchè mirano all'armonia invece che alla melodia, ma s'impongono anche perchè in essi la lingua «viva» della nazione italiana è assurta a solo istrumento di espressione, a solo elemento di forma e d'immaginazione, così che tutte le immagini, tutte le pennellate, le descrizioni, le visioni, vi scaturiscono vive dalla vita d'oggi e non v'ha sillaba che ricordi il passato.

L'uditorio — in gran parte d'invitati — posto a fronte di una sì franca rivoluzione di giovani ingegni, si divise in due campi: chi disapprovò e chi applaudì; e gl'incidenti furono molti, molte le scaramucce a parole.

Fu vittoria? Si tratta di futurismo e si lasci ai... posteri più o meno vicini di giudicare. Ad ogni modo anche la musica del Wagner fu detta dell'avvenire, ma è ormai di tutti i tempi.

Giacomo Giacomelli.

V. CUTTIN

nella “Coda del Diavolo„.

Magnifici dicitori, forti martellatori d'immagini nove, fervidi ribelli codesti nuovi bardi che sul palcoscenico del Politeama Rossetti, al cospetto dell'Areopago borghese, hanno strappato tutti i veli alla loro Musa futura, accusata al pari di Frine, d'essere troppo audace, troppo libera, ma altresì troppo bella nella rigogliosa espansione di una giovinezza insofferente di leggi e di pastoie retrive.