Nella frase volutamente provocatrice dello stupore, dello sprezzo o dello sdegno dei contemporanei è nascosto un contenuto inconscio e quindi sincero: la rappresentazione ideale dell'attaccamento comune all'idolo aggredito, o di una larga stanchezza per culti durati da troppo tempo.

L'anima dell'insulto, sotto al desiderio di offendere, è il convincimento che alcuno possa esserne offeso. Così il desiderio resta immutabile, ma i convincimenti cambiano e si sostituiscono e tal aggettivo suona innocente oggi che ledeva ieri l'onore, ed espresse l'elogio tal altro che servirà a significare il biasimo domani.

Senza iniziare ancora questa esegesi psicologica osserviamo che già un primo valore sintomatico il futurismo l'ha nel suo bisogno di echi immediati. I futuristi si accontentano di «un decennio per compiere l'opera loro». Oggi i più anziani, fra essi, hanno trent'anni. «Quando avremo quarant'anni, altri uomini più giovani e più validi di noi ci gettino pure nel cestino, come manoscritti inutili. — Noi lo desideriamo!».

Il Loti, piacevolmente, se ne conturba ed azzarda la domanda: «A che cosa posso dunque esser buono ancora?». Ma Andrea Ibels, senza preoccuparsi dei limiti d'età, enuncia rigido la propria teoria: «Ogni epoca non deve avere che i suoi artisti: e questi, una volta invecchiati, devono sparire tosto che sorga la novella aurora. Che cosa mi cale di vivere domani nella memoria degli uomini? È il sole radioso dell'oggi che desidero e che voglio con tutte le forze del mio corpo e del mio spirito».

Il poeta non vuol più vincere il tempo, ma frustare e sottomettere gli astanti. Dove troviamo più il casto desiderio dell'«amplesso aereo in faccia all'avvenir» onde erano febbricitanti le giovinezze poetiche? La rapida evoluzione dei gusti e delle tendenze ha scosso la fede nel sopravvivere delle opere d'arte; insieme l'intensità, la ricchezza della vita presente, l'odierno lussureggiare dei frutti della notorietà fanno più desiderabile all'orecchio il sussurro dell'attenzione generale. Ma accanto a siffatto accendersi di cupidigie vi è uno scoppiettìo di dispetti e d'invidie.

Invidia contro qualche recente, il Carducci o il D'Annunzio per l'Italia, la cui poesia sia doviziosa di troppa cultura storica. I futuristi alla storia sostituiscono la geografia: scavalcano il Gange, si sdraiano nei golfi di Oman e del Bengala, si precipitano contro i fianchi del Gorisankar, ed il prossimo romanzo del Marinetti ci condurrà in Africa colle avventure del futurista Mafarka. Invero la poesia non abbandona per questo il gravame didascalico e non si avvicina troppo al reale. Ma in arte la bontà d'una tendenza non va giudicata dalla pratica e tutti i risvegli del pensiero, tutte le indipendenze e le insurrezioni dei fantasmi sono state prodotte da un violento richiamo all'oggi, da una scossa alla letteratura d'accademia che sempre, per sua natura, si volge verso l'ieri ed in questa contemplazione, come la moglie di Lot, impietra.

Questo richiamo viene da uno scrittore, il Marinetti, che è insieme francese ed italiano. Ed è il parossismo di reazione a due malattie uguali e diverse delle due nazioni. In Francia il culto della tradizione sociale, dopo l'Etape del Bourget, minaccia di diventare una sonnolenza e nasce infatti da uno stato d'animo per eccellenza antipoetico ed antifattivo, dallo spavento della borghesia di fronte alle nuove crisi ed alle prossime battaglie della società democratica. Nasce cioè dal grande contatto della letteratura francese colla società circostante e sopratutto con quei suoi centri dove la ricchezza insinua la cultura. Questa società, quando si sentiva padrona, ispirava gli scrittori alle maggiori audacie: poi che teme di perdere, non il solo prestigio ma la forza reale, esercita sui letterati un malefico influsso di terrore dell'oggi e dell'avvenire. Di fronte a questo fatto è quasi bene che gli amici del Marinetti, come Adelsward de Fersen, proclamino: «è meglio per l'artista congiungersi alla divina essenza dell'avvenire, piuttosto che all'umana materialità del passato».

In Italia il soverchio culto dell'ieri nasce da circostanze opposte; dalla mancanza di contatto, che persiste ancora ad eccezione di alcune metropoli, fra il letterato e la società. L'attività letteraria sboccia quindi da un intenso commercio intellettuale col nostro passato e corre assai spesso il pericolo di fermarsi, di morire in esso, di essere apparentemente d'imitazione e di conferire per ciò alle manifestazioni artistiche del nostro paese una patina d'anticaglia. Sentiamo pertanto in questo futurismo, che tuttavia è per metà straniero, una protesta d'orgoglio patriottico. Alcuni ce lo invidiano questo sapore di vecchio.

«Limitata all'Italia — scrive Enrico Bataille al Marinetti — la rivoluzione da voi desiderata acquista un significato che fatalmente essa non può acquistare in Francia. Ma se mai si avverasse, quanto ce ne dorremmo, noi francesi, se ai nostri occhi di stranieri il più gran fascino dell'Italia è di essere ritardataria». Per i futuristi il fascino è un morbo: «Vogliamo liberare l'Italia dalla sua fetida cancrena di professori, d'archeologi, di ciceroni e d'antiquarii. Già troppo tempo l'Italia è stata un mercato di rigattieri.» Occorre liberarla dai Musei «cimiteri innumerevoli». «Date fuoco agli scaffali delle biblioteche! sviate il corso dei canali contro le tele gloriose».

Quanta retorica di proteste per rispondere a questa retorica di aggressione! E fa quasi pena a chi ama l'esercizio del saldo pensiero critico sui fenomeni letterarii il vedere i più andar tastoni fra piccoli rottami di vero. Alcuni ansiosi vogliono cancellare dalla lista di proscrizione i nomi cari, salvare dall'esterminio questo o quel capolavoro. Ma certo! Ma tutto! Gli dei maggiori ed i minori. È una civetteria di predilezione che sa d'orgoglio: e la vanità di Erostrato può anche palesarsi nel salvare il tempio di Efeso.