Non si strappano all'incendio i canti di Omero in grazia di Carneade. E, davanti ad Omero, siamo tutti Carneadi! Il martello degli iconoclasti che annienta in polvere inutile i marmi superbi nella loro mutilazione è — dicono altri — istrumento di crimine, arma di delinquenza. Tranquillatevi, più della vigilanza dei custodi e degli amici dei monumenti sarà inibitrice possente la paura del Codice. Tranquillatevi: il piccone non è un arnese ma una frase nella letteratura italiana. Allora, aggiungono i terzi, se essi minacciano senza propositi, son istrioni che vogliono divertirsi e divertire. Anche questo è vero, un po'. Ma sul pensiero umano, miope cronico, le immagini non si riflettono e non penetrano che ingrossate dalla caricatura. Parlare non basta quasi mai nella polifonia di questa vita multipla: urlare, bisogna. Perchè la letteratura si decidesse a chiedere nuovi spiriti dallo studio dei Greci e dei Romani occorse che qualcuno pronunciasse la blasfema invocazione di liberarcene del tutto.

E se questi futuristi hanno dell'incendiario, del pazzesco e del ciarlatano la colpa è un po' di tutti: dei pacifici, dei ragionatori e dei serii che non si sforzano sempre, che non si sforzano abbastanza a trarre dal passato le luci del presente, troppo spesso soddisfatti d'una conoscenza virtuosa ma non meritoria, perfetta ma vuota.

Un altro articolo del programma futurista rintrona i nostri timpani: «Noi vogliamo questo e quest'altro, e il disprezzo della donna».

La donna è cacciata là in fondo al periodo, simbolicamente, così come la precipiterebbero volentieri negli anfratti tenebrosi, lungi dai nostri occhi e dai nostri cuori. Il programma prosegue avventandosi anche contro il moralismo, ma il Marinetti, in un'intervista col redattore di Comoedia, ha difeso il «disprezzo della donna» atteggiandosi appunto a moralista.

L'aggressore diventa conferenziere, il suo tono si fa pacato, insinuante, condiscendente: «Ho forse obbedito ad un eccessivo bisogno di laconicità e mi affretto a stabilire le nostre idee su questo punto. Vogliamo protestare contro la monotonia d'ispirazione sempre maggiore nella letteratura fantastica; salvo nobili, ma troppo rare eccezioni, poemi e romanzi sembrano non poter essere consacrati che alla donna ed all'amore... Vogliamo sostituire nelle menti la figura ideale di Don Giovanni con quelle di Napoleone, d'André e di Wilbur Wright, e, in generale, strappare i maschi di vent'anni alla vanitosa ossessione dell'avventura galante e dell'adulterio».

Benissimo per il fine ma molto male per i mezzi!

L'ossessione che distrugge la gioventù maschile non nasce appunto che dal «disprezzo della donna». Tutti i tenori disprezzano la donna! E il misoginismo fu è e sarà l'ultima espressione della sensualità. Lo è nel D'Annunzio che vantate convertito al vostro programma per aver proclamato, nella gestazione del Forse che si, forse che no: «Il disprezzo della donna è la condizione essenziale dell'eroe moderno». Lo è in voi stessi, futuristi, che nel secondo manifesto e nelle rime d'uno dei vostri migliori, del Cavacchioli, intorbidate così spesso la nobiltà delle forme con parole luride.

Se acconsentissi ad adoperare la parola «femminismo» in un significato di orgoglio sessuale direi che v'è davvero molta parte della nostra letteratura troppo femminista o femminea. Ma ne fate parte anche voi, perchè è quella che rinuncia all'aspra e superba virilità del pensiero, è quella che s'accoscia o si contorce, isterica, sotto le parvenze più superficiali della vita: è quella che ha svenimenti del senso logico, capogiri dell'immaginazione, anemia ed incostanza del fantasma, pallori e spaventi e titubanze, della frase, che avanza e retrocede con passetti civettuoli, che si dondola in minuetto, incapace di procedere con fermo desiderio al sintetico possesso del reale. Sul «giaciglio dei vecchi metri» si sdraia davvero e dorme — come cantava il Gnoli — la vecchia poesia, ma perchè da troppo tempo le manca il contatto vivificatore con un vigoroso organismo di pensieri.

Nè questo brivido di risveglio glielo darà la «piccoletta ansia omicida» — il verso è del Cavacchioli del vostro sensualismo misogino. La civiltà moderna, coi suoi automobili e coi suoi aeroplani, ha acceso i nervi di entusiasmo. Volete rivendicarne la bellezza, instaurare il «lirismo della macchina e del miracolo scientifico» estrarre un rigoglio di fantasmi dalle officine e dalle stazioni, dalle locomotive, dagli arsenali, dai cantieri. Dove avete ragione non siete nel nuovo, dove siete nel nuovo non afferrate ancora l'anima di leggiadria d'ogni più ferrea espressione della vita moderna. Se dalla scienza possa scaturire la poesia si è discusso a lungo. Ma il problema innanzi al filosofo dell'estetica non è mai esistito: perchè è la scienza che può generarsi dalla poesia come il concetto dall'evoluzione del sentimento.

Perchè, ancora, la poesia non è alcun che di consistente nella realtà circostante e non abitava nel castello medioevale più di quel che le sia difficile risiedere nel corpo delle locomotive.