No, futuristi! Siete arretrati in estetica: la poesia non sta nella locomotiva ma nello spirito dell'uomo, non abita nella Vittoria di Samotracia ma in colui che la contempla. Non rinnovate, le logomachie dei didascalici dal settecento a noi, zoppicanti nelle teorie e nei versi, nel pensiero e nel ritmo.

Per fortuna, però, voi volete esser poeti e si vuol discutervi, coi fantasmi non colle teorie. Dunque voi dite: «la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità». Se invece di spiegare: «un automobile ruggente è bello», scriveste che la vostra anima si fa bella, poetica di velocità, contemplando l'automobile, ragionereste meglio.

Ma non è questo che importa. Importa dirvi che la vostra anima potrebbe farsi più bella scoprendo negli aspetti della civiltà nuova non la forma d'aggressione, non i fugaci istanti di ebbrezza divoratrice delle distanze, non le follie dei salti mortali ma tutto lo stupendo, intenso, ininterrotto lavoro di calcolo, di pazienza, di tenacia, di sacrificio, di concordia di opere e di intenti. La poesia umana del lavoratore dell'officina e della locomotiva di fronte a quella classica e georgica del pastore e dell'agricoltore, ha questo di suo caratteristico: che l'opera dei campi si concepisce anche col desiderio individualista di tranquillità, si immagina nella solitudine di Robinson, mentre l'attività nuova non esiste, se non in una magnifica armonia di sforzi collettivi, nella fusione orchestrale di tutte le attitudini e di tutti i valori, del braccio e del pensiero, in un'inconscia realtà di fratellanza.

Fratellanza, fratellanza!... Ne avete abbastanza del miele, futuristi! «O guerra, — domanda Paolo Buzzi nell'Inno al Marinetti, «principe dei guerrieri» — perchè ci anneghittiamo, ormai, nella pace? — «Attendo la sfida e la provoco — in questa atmosfera di vili».

Voi siete per il patriottismo. E reagite con bello slancio contro la propaganda di debolezza contro il terrore di tutte le guerre che si diffonde insano fra noi quando nulla ci guarentisce di non dover un giorno difendere colle armi l'integrità della patria.

Ma, futuristi, il novello patriottismo non deve essere esaltazione del bel gesto individuale della temerità e della violenza. È fatto — o dovrebbe esser fatto — di disciplina, di silenzio, di abnegazione così come di tutto ciò è costituito ogni trionfo della vita industriale. «Bisogna — dice il Marinetti — che i popoli prendano ogni secolo una gloriosa doccia di sangue per la loro igiene d'eroismo». Il sangue può dare anche la paura: quello che bisogna preparare prima è l'eroismo. Ed è di questo che il poeta scopre nell'anima, con magistero inconscio, igienista più certo, gli elementi primordiali.

Il Bataille sottolineava al Marinetti chiudendo la sua lettera: «Vogliate vedere una prova della mia alta stima personale nel fatto d'aver risposto lungamente ed il più seriamente possibile alla vostra inchiesta».

Io non pretendo alla gratitudine dei futuristi. Perchè il trattare un problema seriamente non è il massimo che posso fare per piacere a loro, ma il minimo che debbo per rispetto a me.

Paolo Arcari.

IL FUTURISMO E LA SATIRA.