—Oh il bel sollievo per me!
—Vedete; se v'è qualche altro nostro padre che possa tenervi luogo di lui, rendervi qualche servizio, nominatelo, e lo andrò a chiamare.
—Oh Santa Maria! rispose Agnese, con quella riconoscenza mista di stizza che fa nascere una offerta dove si trovi più di buona volontà che di convenienza: chi ho da far chiamare se non conosco nessuno: quegli sapeva tutti i fatti miei, mi dava tutti i pareri, aveva amore per noi poveretti.
—Dunque abbiate pazienza, rispose di nuovo il frate, disponendosi ancora a partire....
—Ma, ma.... domandò ancora Agnese, quando sarà di ritorno?.... così a un dispresso?
—Mah! rispose il frate. Quando avrà terminato il quaresimale, cioè a Pasqua, aspetterà un'altra obbedienza, per sapere se deve restar là dov'è andato, o tornar qui, o portarsi ad un altro luogo, dove comanderanno i superiori, perchè, vedete, noi abbiamo conventi in tutte le quattro parti del mondo.
—Oh la bella storia! sclamò Agnese.
—Questo è quello che vi posso dire, rispose il frate, chiudendo questa volta la porta sul volto ad Arnese; la quale, dopo esser rimasta ivi un qualche tempo come smemorata, riprese tristamente la via della sua casa, pensando come potrebbe riparare una tanta perdita, e arzigogolando i motivi di una sì subitanea disparizione, senza poter mai venire ad una congettura un po' soddisfacente». (Ed.)
[195] Punto fermo. [Postilla del Visconti.]
[196] Parla del cadavere della monaca uccisa, che era stato da Egidio trasportato nella sua cantina e lì seppellito. Il Ripamonti scrive: «Ancilla monasterii una, quae horto forte jurgis projecerat scire se aliquid, et in tempore patefacturum, impacto in occiput scabello, intra eamdem scelerum omnium officinam, hoc est in Dominae conclavi exanimatur, et corpore occultato, datur, volgaturque fama tamquam silentio noctis ipsa aufugisset». Sentiamone il racconto dalla bocca stessa della Signora. Ecco quello che confessò nel processo: «Narrerò il fatto di questa Caterina, donna dissoluta e mezza matta. Essendo venute molte volte le monache in parere di rimandarla, fu trattenuta per compassione, in grazia mia, credendo che si potesse emendare. Essendo occorso che essa facesse ingiuria a suor Degnamerita, procurai fosse messa prigione, con compartecipazione della Madre [Badessa] e del confessore: ciò fu in tempo che monsig. Barca doveva venire al monastero a mutare gli offici. La Caterina, essendo in prigione, cominciò a dire che voleva comunicare molte cose di me e delle altre; ed accadde che essendosi quella sera introdotto l'Osio [l'Egidio manzoniano], gli fu da quelle monache riferito ciò che la Caterina andava minacciando. Io mi avviai alla sua volta per placarla, col lume in mano, lontana da ogni malo pensiero, avendo in compagnia Ottavia [Ricci], Candida [Trotti de' Biancolini] e Silvia [Casati]. Ci presentammo alla finestra che guarda in giardino, la quale è bassa fino alla cintura; trovai che suor Benedetta [Omati] m'aveva preceduta e stava ragionando colla prigioniera. N'ebbi aiuto ad entrare, poi entrarono le altre, ultimo l'Osio. Dissi allora alla Caterina—odi!—e volevo aggiungere che non parlasse e fosse sicura che avrei procurato di farla restare; ma lei rispondendomi superbamente: non voglio più udire le vostre ciancie e intendo di essere la rovina di noi e del vostro moroso: domattina verrete voi a star qui in vece mia—l'Osio, trasportato dalla collera, le diede con una cosa due o tre volte sulla testa, onde essa all'istante morì. Nè io, nè le altre eravamo consapevoli di ciò che egli era per commettere sulla persona della Caterina».