Della medesima conversa Caterina Cassini, detta da Meda, dal paese nativo, così descrive la morte suor Benedetta Omati: «Stando io per mie faccende in giardino a dir l'offizio, la Caterina mi domandò dalla finestra del luogo dove era stata rinchiusa, che risponde appunto al giardino, pregandomi che andassi a lei, perchè aveva paura; le risposi che non potevo; tuttavia, circa alle due di notte, andai a lei, colla quale stetti un pezzo, parlando del mal tempo, che era tuoni, pioggia, losnata [lampi]; e in quel mentre sopravvenivano suor Virginia, [la Signora] e suor Ottavia. La Caterina disse che non voleva più ciance da lei, e che la mattina seguente avrebbe sentito. In quel tratto era capitato anche l'Osio, e appena lo vidi, che un piè di bicocca, che aveva in mano, diede egli sul capo della giacente, che per quelle botte morì senza dir niente, chè le diede dalla parte di dietro, e le ruppe anche la testa, onde escì sangue e restò imbrattato il suddetto piede di legno, ch'io poi lavai». Questo piede «era quadro, largo nel fondo, che andava stringendosi in forma di diamante, ed era di un legno che tirava al rosso».

Suor Ottavia Ricci, alla sua volta, confessa: «Dirò per la verità, che avendo quella Caterina fatta andar in collera suor Degnamerita, che era la carissima di suor Virginia, questa, per risentimento, la fece metter prigione; per il che la Caterina si prese a dir male di suor Virginia, di suor Benedetta e di me intorno a' particolari dell'Osio, ed in ispezialità che intendeva uscir lei di prigione e farvi metter noi, palesando ogni cosa. Lo che avendo inteso Giampaolo [Osio], che si trovava nel monastero, secondo il solito, presso suor Virginia, ed intendendo che monsig. Barca stava per venire e l'avrebbe levata di castigo, si risolvette di ammazzarla; e, così, a mezzanotte suor Benedetta andò dalla Caterina nella camera ov'era detenuta e cominciò a parlar seco, poi vi andò suor Virginia e, dietro lei, io; sopraggiunse Giampaolo, che avendo un piede di bicocca, da lui tolto nel laboratorio delle monache, dov'era stato messo prima del ritiro, ne diè due o tre colpi nella coppa della Caterina, che stava sdraiata su d'un pagliericcio, e così l'ammazzò, che morì subito alla nostra presenza; e morta la portassimo nel pollaro, aiutando tutte; e suor Benedetta ed io la drizzassimo in piedi in un cantone e le appoggiassimo contro de' legni assai, perchè non potesse esser vista..... La Caterina così morta stette lì tutto il giorno seguente: venuta la notte, tornò l'Osio e, coll'aiuto di suor Benedetta, portò il cadavere a casa sua».

Suor Benedetta in un altro interrogatorio soggiunge: credo che Candida e Silvia vedessero quando si accomodò il cadavere nel pollaro: tutte e due aiutarono a portarlo fuori del monastero, cioè sin alla porta. Io aiutai a trasportarlo sino alla casa dell'Osio». Suor Silvia depose: «L'Osio la notte seguente tornò, secondo il solito, perchè aveva le chiavi contraffatte; e andando tutte noi soprannominate al pollaro, fu messo dall'Osio il corpo in un sacco, portato da lui, coll'aiuto di suor Benedetta, in casa propria, e seppellitovi in una cantina, per quanto asserì suor Benedetta». (Ed.)

[197] Segue, cancellato: «Oh questa lasciatemela; mi diventa preziosa; e quando un altro pensiero verrà a tormentarmi, avrò almeno una consolazione a guardarla, e a dire fra me: ecco, anche questa l'avrei dovuta sacrificare, ed è qui.

—Bene, disse Egidio con uno sdegno, in parte vero, in parte diabolicamente affettato: bene, non ne facciamo più». (Ed.)

[198] Mi pare che la risposta di Geltrude potrebbe esprimere questi sentimenti: Io amarla! non so nemmen io—è un falegname che scrive—se l'amo, o se l'odio. Alle volte vorrei abbracciarla, un momento dopo non la posso soffrire. E dire Geltrude, alla rinfusa, che Lucia è buona, che è superba, che la vorrebbe veder sposa di Fermo, che le fa rabbia, che quando parla della sua innocenza—e ne parla ad ogni tratto—essa le crede; eppure le pare che quella Lucia la guardi con certi occhi come se sapesse qualche cosa, e fingendo rispetto, volesse insultare. L'ho accolta, sapete, ecc. [Postilla del Visconti].

[199] Orrendo concilio non mi garba. [Postilla del Visconti].

[200] Segue, cancellato: «Noi ve la lasciamo senza pur curarci di saper ciò che passasse allora nel suo cuore, lieti di abbandonare questa donna, di perderla di vista fino al tempo in cui potremo finalmente rappresentarla affatto mutata, al tempo in cui ella avrà di sè stessa il sentimento che la sua condotta fa nascere in altrui; l'orrore ch'ella avrà di sè stessa potrà cangiare in compassione quello ch'ella ha ispirato». Ciò che si legge nel testo fu aggiunto dal M. in un foglio a parte, segnato X. (Ed.)

[201] Il fabbro, «dopo d'aver contraffatto più di cinquanta chiavi delle varie porte del monastero, fu tanto imprudente di svelare il suo segreto, ed ebbe per ricompensa un'archibugiata nel petto. Egli fu trovato morto per la via. Questo assassinio, nel quale non entra come complice diretta alcuna monaca del convento di S. Margherita, prova che era costume di Gio. Paolo Osio di agire per le spiccie, sbarazzando il terreno di qualsiasi incomodo testimonio». Cfr. Zerbi L. La Signora di Monza nella storia; in Archivio storico lombardo, ann. XVII, pp. 714-715.

[202] Lo speziale Ranieri Soncino, che somministrava le medicine nelle frequenti malattie della Signora, fu ucciso nella sua bottega con un'archibugiata, e gliela sparò, per incarico di Giampaolo, Camillo detto il Rosso, uno degli scherani di quello scellerato. Domenico Ferrari, fattore del monastero, che lo riconobbe mentre fuggiva commesso il misfatto, interrogato nel processo «quai discorsi tenesse la mattina seguente colle monache, relativamente al fatto, rispose che le più piangevano, che suor Virginia gli mostrò dispiacere che nominasse l'Osio in quella occisione, anzi, sdegnata, lo fece cacciare issofatto insieme colla moglie dai servigi del monastero». Cfr. Dandolo T. La Signora di Monza e le Streghe del Tirolo, processi famosi del secolo XVII. Milano, 1855; p. 39. (Ed.)