[203] Sotto buona scorta, venne condotta a Milano nel monastero del Bocchetto, dove anche lì era professata la regola di S. Benedetto (Ed.)
[204] Suor Benedetta Omati confessò nel processo: «Giampaolo Osio giobbia [giovedì] passato, dopo desinare, mandò a parlarmi un uomo vestito da massaro, da me non conosciuto, il qual mi disse, sendo io alla porta, che l'Osio desiderava sapere se suor Virginia era stata menata via dal monastero; ciò mi scrisse in un biglietto di sua mano; ed io rescrissi sopra un altro bollettino, che suor Virginia era stata condotta a Milano; e che, vedendo quelle cose che si facevano, io desiderava di partirmi da quel monastero e andare in un altro, mi aiutasse e di lì a tre o quattro ore venisse alla muraglia del giardino, che avrei trattato seco circa l'andar via».
Nella fuga le fu compagna suor Ottavia Ricci. Costei ne fa questo racconto: «Ier sera, sendo io nel detto monastero, e circa le ore sei, rincrescendomi stare nella mia camera, avendo l'animo inquieto dopo che fu condotta via quella monaca [la Signora], andai nella camera dove stanno suor Candida e suor Degnamerita, e mi spogliavo per andar a letto con suor Silvia, la quale dorme nella medesima camera, e già m'ero cavati li panni e serbata solo la pelizza in dosso, e mi ero cavate anche le calze e il velo di testa, quando venne all'uscio suor Benedetta Omati e mi fece cenno che uscissi: e, uscita, mi disse:—Io voglio ad ogni modo fuggire, ed ho fatto venire l'Osio che mi meni via.—Le risposi che non dovesse fare questa pazzia. Mi replicò che fuggissi anch'io con lei, altrimenti sarebbe stata pazzia la mia, e si avviò abbasso per la scala della chiesa, ed io le corsi dietro per trattenerla, e le domandai dov'era l'Osio; ed essa mi disse:—Vien con me, che lo vedrai; ha di già cominciato a rompere la muraglia.—E mentre passavano questi ragionamenti tra lei e me, nel fondo della scala mi misi le calzette, che aveva portato meco, e così mi condussi in giardino al luogo dove aveva cominciato a rompere la muraglia dalla parte del portone dei carri; e quando fussimo là, suor Benedetta, parlando all'Osio, che era di fuori:—Non sapete che suor Ottavia non vuol venire?—E il signor Giampaolo rispose:—Faccino loro, ma, per quel che sento dire, di certo hanno la testa in compromesso.—Intanto suor Benedetta continuava ad allargare il buco, levando via dei quadrelli, e l'Osio aiutava per di fuori, replicando entrambi tanti spaventi, che mi disposero a fuggire; dicendomi l'Osio, che se ripugnavo per esser monaca, per la confidenza che aveva in lui mi avrebbe messa in un monastero di Bergamo. Fatta questa risoluzione, andai nella mia cella, mi finii di vestire e tornata al buco escii con suor Benedetta. Abbiamo camminato un pezzo per di dentro, lungo le mura di Monza, sin che siamo arrivati ad un luogo dove era rotta la muraglia, che si chiama Carabiolo, per quanto disse Giampaolo; e di là siamo calati giù e ci siamo avanzati per una strada, che alle volte trovava il Lambro, alle volte lo perdeva; e andassimo alla chiesa della Madonna delle Grazie, onde io persuasi che c'inginocchiassimo e dimandassimo grazia alla Madonna che ci accompagnasse, e così facessimo sulla porta grande della chiesa, e dicessimo sette volte la Salve Regina, e partiti ci avviassimo per una strada dietro al Lambro, e dopo siamo giunti in un luogo da cui si dipartivano tre vie: e domandando io all'Osio dove menassero, rispose che una andava verso la Santa, l'altra a Velà, ed io soggiunsi che non volevo andare per vie pubbliche; e così ci condusse per la terza, e di nuovo arrivassimo al Lambro».
Qui avvenne un caso atrocissimo. Udiamone il racconto dalla bocca di suor Benedetta: «Dietro il fiume, dove era un zappello, l'Osio gettò in acqua suor Ottavia, la quale era in mezzo tra noi, e la sentii dire:—Oh! la è questa la maniera?—ed io corsi per darle mano ed aiutarla, ma l'Osio, cavato l'archibugio di sotto il ferraiuolo, ne diede molte percosse sulla testa di suor Ottavia, la qual gridava, invocando la Madonna. Io mi ritirai lontano, per paura che mi dasse, e mi misi a piangere; poi, lasciata suor Ottavia, che pensava fosse morta, seguitassimo il viaggio».
Non era morta. «L'Osio mi ha cominciato a dare» (son parole di quell'infelice); «mi ha cominciato a dare ed io gridava:—Santa Maria di Loreto aiutatemi! ed esso mi tempestava perchè gridavo, così credo io; e mi ferì non so quante volte sulla testa. Io gli diceva:—La Madonna vi gastigherà!—per cui temeva volesse spararmi l'archibugio nella vita, mentre gliel vidi cavar di sotto il ferraiuolo, ma mi diè solo, come ho detto; e volendomi io riparare colla mano, me l'ha tutta rotta. Intanto che l'Osio mi dava, suor Benedetta si ritirò un po' lontano, dicendo:—Non fate queste cose!—e penso si scostasse per paura, o forse perchè doveva aver visto gente venire. Quando l'Osio si accorse che io taceva, forse credette che fossi morta; ma io taceva perchè non mi dasse più. Non vidi più nè l'uno, nè l'altra, chè l'acqua mi andava tirando in giù; e così son giunta, con l'aiuto della Beata Vergine, la qual pregavo che non mi lasciasse morire in quel peccato, ma mi concedesse tempo di potermi confessare; son giunta, dico, nuotando, sino al luogo dove mi hanno trovata. Là ho ben gridato: aiutatemi! Ma non mi sentirono, o non mi vollero sentire, onde vi giacqui tre ore, sino a giorno, che poi venuto un contadino che sta in quelle case, al quale mi scopersi che ero monaca di Santa Margherita e lo pregai che mi tenesse fino a notte, ma nè lui, nè li suoi hanno voluto, e mi scacciarono, dandomi solamente un bastone su cui appoggiarmi; e mi trascinai fino alla chiesa delle Grazie». Di lì fu trasportata in carrozza al monastero di Sant'Orsola in Monza. Gio. Ambrogio Vimercati, barbitonsor et chirurgus, prese a esaminare e curare le sue ferite, che erano ventitrè; tutta la cute si vedeva staccata dalla carne e l'intiero capo formava una sola piaga. Restò inferma dal 30 novembre al 26 decembre del 1607; nel qual giorno «circa XIV hora» finirono i suoi patimenti. Moribonda dichiarò: «Se da prima negai alcuna cosa non era per altro che per non iscoprire me stessa ed anche ciò che aveva fatto suor Virginia, per la quale avrei messa la vita, come ce la metto, sendo per questa causa in punto di morte; il che mi ha mosso a sgravare la mia coscienza, altrimenti mi sarei lasciata cavar il sangue, piuttosto che palesar le cose che ho palesate».
Torniamo a suor Benedetta Omati. È lei che parla:
«Lasciata suor Ottavia, che pensava fosse morta, seguitassimo il viaggio dietro il Lambro, e per traversi arrivassimo ad una casa deserta, lontana da Monza cinque o sei miglia.... Ne trovassimo la porta aperta e non vedessimo alcuno.... Vi stetti il rimanente di quella notte e tutto il giorno seguente, che fu venerdì, sempre sola: non vidi l'Osio se non una volta, che venne a portarmi pane, formaggio ed un fiaschetto di vino: ma non volli bere, nè mangiare, dubitando che fosse tossicato, per quel che l'aveva veduto fare a suor Ottavia. Tornò l'Osio alle quattro ore di notte e mi disse che dovevamo andare altrove; e dopo che avessimo camminato un tre miglia per traversi, arrivassimo in una campagna, dov'è un boschetto, ed entrata dentro, vidi un pozzo, nel qual gettai un sasso senza che lo sentissi arrivar al fondo; ed esso, venutomi presso, mi diede uno spintone, per gettarmi giù; ma, grazie al Signore, non caddi, e fuggendo, esso Osio mi corse dietro, mi afferrò per un braccio, mi trascinò al detto pozzo e mi vi precipitò. Nella caduta diedi sulli sassi alla parte sinistra e rimasi talmente offesa che mi trovo in malo modo: dopo che fui abbasso, sentii che fu gettato giù un sasso, dal quale restai colta nel ginocchio destro, che v'è rottura; ed al cadere di quel sasso e al romore che fece m'accorsi ch'era grosso, ma nol vidi; e stetti in detto pozzo, che è molto fondo e non ha acqua, ma pietre ed ossi, tutto il rimanente di quella notte, tutto il giorno seguente sin a mezza mattina di ieri, che, gridando aiuto, fui sentita dagli uomini di quella terra [Velate], che mi cavarono..... Mentre stetti nel detto pozzo io gridava solamente venuto il giorno, e non la notte, temendo che di notte venisse l'Osio e mi rovesciasse altri sassi per ammazzarmi, caso mi avesse conosciuta anco viva; e perciò io teneva la testa a riparo di certe pietre grosse ch'erano sporgenti in quel fondo, che è largo». Fu anch'essa trasportata nel monastero di Sant'Orsola a Monza, ed ebbe comune la sorte con suor Candida e suor Silvia, amiche esse pure e complici della Signora. Tutte e tre, il 26 luglio 1609, vennero «fatte murare separatamente dentro ad un carcere per ciascheduna, in perpetuo, per pena, con altre penitenze salutari». (Ed.)
[205] Scrive il Ripamonti: «Et mulierum quidem violatarum hic exitus fuit: quarum priores duo, in ipso fervore poenitentiae, iam extinctae erant; sanctior haec scribentibus ista nobis adhuc superstes, curvae proceritatis anus, torrida, macilenta, veneranda, quam pulchram et impudicam aliquando esse potuisse vix fides». (Ed.)
[206] Venne condannato «in penam furcharum et bonorum confiscatione versus Regiam Ducalem Cameram Mediolani et perpetuo bannitus a toto Mediolani dominio, ita et taliter quod si dictus Osius pervenerit in fortiis iustitiae, quod ducatur super curru ante monasterium Sanctae Margaritae oppidi Modoetiae, ubi manus potentior ille abscindatur, mox ad locum iustitiae, in dicto loco, super curru conducatur, et interea forcipibus candentibus vellicetur, postea furcis suspendatur, ita quod moriatur, et ejus cadaver in frusta scindatur quae deinde appendatur in locis commissorum delictorum extra tamen dictum oppidum». La sua casa venne spianata da' fondamenti e vi fu fatta una piazza, rizzandovi nel mezzo una colonna di marmo con sopra una iscrizione infamante. (Ed.)
[207] Per testimonianza d'un contemporaneo, a Gio. Paolo «nel bando gli fu tagliata la testa, la quale portata a Milano, il messo s'incontrò con l'Ecc.ᵐᵒ Sig. Conte di Fuentes, Governatore, il quale, avvisato, smontò di carrozza, la fece gettare in terra, e gli pose sopra un piede in detestazione della sua pessima vita». Cfr. T. Bernardino Burucco, Fragmenti memorabili mss. nell'Archivio Capitolare di Monza. (Ed.)