[228] Per non cadere in contraddizione coi discorsi supposti nella lacuna, puoi dire facilmente: parlate, parlate di nuovo, ora che siete con me. Io non so fare l'ascetico, ecc. [Postilla del Visconti].

[229] Si tratta di Don Abbondio. Intorno a questa stupenda creazione manzoniana è notevole quello che scrive l'abate Antonio Stoppani: «Chi crederebbe, per esempio, che don Abbondio è un personaggio non immaginario, ma vero? Io potrei declinarvi il nome e il cognome; ma parce sepultis! Egli era naturalmente un curato, con cui usava spesso Manzoni nella sua giovinezza. Lo conobbi anch'io, ma troppo poco per potervi assicurare, da mia parte, che egli era un don Abbondio in carne ed ossa. Sentite però un piccolo aneddoto che riguarda quell'uomo, e che il Manzoni nella sua più tarda età raccontava come cosa che gli aveva fatto una grande impressione. Siamo proprio ai tempi della prima giovinezza del grande poeta. Giuseppe II, che aveva messo le mani dappertutto e cacciatele fino al fondo nelle cose di sagristia, fondò a Pavia un seminario teologico detto Seminario maggiore, celebre soprattutto per i dissensi che ne nacquero tra la scuola tamburiniana e le curie, principalmente la curia romana. Alcuni de' più distinti studenti di teologia delle diocesi lombarde venivano scelti per compire i loro studi in quel Seminario, e obbligati a frequentare le scuole dell'Università. Quando poi si presentavano alle rispettive curie per essere ammessi agli ordini sacri, dovevano sostenere un esame, come si fa anche adesso, ma che allora era diretto principalmente dalle curie ad assicurarsi che i candidati non erano infetti da dottrine ritenute ereticali. Come il nostro don Abbondio (daremo questo nome al nostro innominato) fosse tra i prescelti, non ve lo saprei dire. Forse era altrettanto distinto d'ingegno, quanto bislacco di volontà. Il fatto è che don Abbondio andò a compire gli studi nel Seminario maggiore, e presentossi, a suo tempo, per ricevere gli ordini alla curia milanese.—Quando mi presentai all'esame—così narrava al giovinetto Alessandro—l'esaminatore mi domandò se i parroci erano d'istituzione umana o divina. Io sapeva benissimo che loro volevano si rispondesse che erano di istituzione umana, e, furbo, risposi tosto: d'istituzione umana... d'istituzione umana!—Il giovinetto, benchè colpito profondamente dal vedere un curato che in una cosa di religione faceva dipendere il sì o il no da riguardi affatto umani, e, se occorreva, affrontava gli ordini con una menzogna; ebbe l'ingenuità di domandargli, se quanto aveva risposto nell'esame corrispondeva veramente alle sue convinzioni.—Oh giusto!—soggiunse don Abbondio:—a me avevano insegnato ben diversamente a Pavia; ma se avessi risposto come la pensava io, non mi lasciavano dir messa.—Il Manzoni volle arrischiare qualche osservazione; ma il curato tagliò corto con questa sentenza:—Quando i superiori domandano, bisogna saper rispondere a seconda del come la pensano loro.—Non vi pare che in questa sentenza ci sia un intero programma di saper vivere, di saper navigare, come si dice? che vi sia insomma scolpito vivo vivo il don Abbondio de' Promessi Sposi? Mettetelo in faccia ai bravi, sotto le minaccie di don Rodrigo; poi sappiatemi dire se il Manzoni ha studiato sul vero fin da quando era giovinetto». Cfr. Stoppani A. I primi anni di Alessandro Manzoni, spigolature, Milano, tip. Bernardoni, 1874; pp. 143-148.

Ne svelerò il nome: era don Alessandro Bolis, curato di Germanedo, piccolo paesello in vicinanza del Caleotto, la villa avita del Manzoni.

[230] E basta così, mi pare anche dopo che ho saputo la tua intenzione di fare un ritratto. Attaccherei alle parole: Se ogni uomo... utopisti più confidenti, ecc. [Postilla del Visconti].

[231] 1 Prete Serafino Morazzone o Morazone non è un essere immaginario: ha vissuto e fu amico del Manzoni, tra le cui carte ho trovato questa letterina che ricevette da lui: «Ill.ᵐᵒ Signore, Francesco Polvara di Pescarenico, sapendo il buono affetto che V.ᵃ S.ᵃ Ill.ᵐᵃ ha per me, desidera che faccia buon ufficio presso di Lei acciò gli rilascia o tutto o in parte ciò che gli deve per certa compra fatta colla felice memoria del di Lei padre. Ascoltate le di lui ragioni su questo, mi dice che la compra è stata fuor di modo alterata; ma, aggiungendo io che bisognava avvertire nel far la compra, mi dice che abbisogna adesso di carità, non potendo pagare per varii infortunii, e dicendo che tocca alla sigurtà; e dicendogli io che tocca agli eredi, mi disse che son sei figli pupilli. A questi vorrei giovare: Pupilo tu eris adjutor. Ma non vorrei neppure il danno di V.ᵃ S.ᵃ Ill.ᵐᵃ che però la prego ad informarsi se veramente la compra è stata fuor di modo alterata, come esso dice e fare quello che il Sig.ͬ Iddio le ispira. La prego de' miei ossequiosi saluti al Sig.ͬ Canonico [Luigi Tosi], alla Sig.ᵃ di Lei Madre, alla di Lei Sig.ᵃ Moglie ed alla Sig.ᵃ Ospite, e raccomandandomi alle loro orazioni mi dico con ogni rispetto e stima di V.ᵃ Sig.ᵃ Ill.ᵐᵃ affezionatissima per servirla Prete Serafino Morazone curato di Chiuso». Non ha data, ma è anteriore al 1818, nel qual anno, l'11 di novembre, per contratto rogato dal notaio Innocenzo Valsecchi, il Manzoni vendette la sua villa del Caleotto ed i beni che possedeva ne' Comuni di Lecco, Castello ed Acquate per la somma di lire centocinquemila italiane.

[232] Lascerei i paternostri del curato. Era padrone di casa ed è impossibile che non avesse da esercitare allora l'ospitalità della parola; circostanza utile a dirsi, ma da non escludersi implicitamente. [Postilla del Visconti].

[233] di tutto questo guazzabuglio? Capisco, ma ce que vous pensez vaut mieux que ce que vous avez dit. [Postilla del Visconti].

[234] Questo brano è tratto dal capitolo II del tomo III. (Ed.)

[235] Lascerei come inutile questo periodetto, o almeno l'avvertenza che il curato amava rispondere con testi di Scrittura. [Postilla del Visconti].

[236] Qui termina il capitolo II del tomo III. (Ed.)