—Sono i giudici che condannano: per me vi dico solo il perchè io abbia esclusi tutti quei bei passi da questa storia. Ma se volete dei giudizj e delle condanne, voi ne troverete nei casi in cui è lecito, anzi bello il condannare, cioè quando uno giudica sè stesso. Vedete quello che hanno pensato dei loro scritti amorosi quegli scrittori (del cristianesimo intendo) i quali si sono acquistata fama di grandi, e nello stesso tempo di più castigati. Vedete, per esempio, il Petrarca e Racine.—
—Il Petrarca viveva in tempi...—
—Non parliamo del Petrarca, perchè io spero che leggeremo presto intorno a lui il giudizio d'un uomo il quale ne dirà quello che nè voi, nè io non giungeremmo a trovare. Vi tratto, conio vedete, senza cerimonie, perchè siete un personaggio ideale.—
—Ebbene, Racine. Non è ella cosa convenuta fra tutti gli uomini che hanno due dita di cervello, e che non sono un secolo indietro dagli altri, che il pentimento che Racine provò per le sue tragedie è una debolezza degli ultimi suoi anni, debolezza indegna di quel grande intelletto, debolezza che fa compassione?—
—Vi sono stati due Giovanni Racine. Uno, per aver la grazia dei potenti, adulò in essi apertamente il vizio, ch'egli conosceva per tale, e per giustificare appunto le sue tragedie beffò degli uomini pei quali aveva in cuor suo un rispetto sentito, e sostituì gli scherni personali ai ragionamenti, per evitare la quistione; punse acerbamente quanto potè ed umiliò con epigrammi stizzosi certi tali, che non la natura certo, ma il giudizio di una gran parte del pubblico aveva fatti suoi emoli; e nello stesso tempo si rose internamente, si accorò, perdette la sua pace ad ogni critica che sentiva fare delle sue opere: tormentato e tormentatore pei meschini interessi della letteratura, e della sua letteratura. Questi è quel Giovanni Racine che scriveva rime d'amore.
L'altro, viveva ritirato tranquillamente nel seno della sua famiglia: se non si allontanò affatto dai potenti, almeno parlò ad essi (caso raro, quasi unico in quei tempi) delle miserie degli uomini, che essi avrebbero dovuto sollevare, o non creare: non solo non cercava più gli applausi, non solo non provocava le lodi degli amici, ma le sentiva con dolore; non solo non arrovellava ad ogni critica, ma quando un uomo non provocato lo fece segno ad un pubblico insulto non se ne lagnò, e invece di ricevere scuse, rispose con ringraziamenti[113]. Egli, che era stato cortigiano nella sua giovinezza, rifiutò di sedere alla mensa di un principe, per non privare i suoi figli della sua compagnia. In pace con sè, col genere umano, e coi letterati, egli trascorse libero da quelle passioni che avevano agitata la sua prima età: e non si può proprio dire per questo che fosse rimbambito, poichè scrisse Atalia. Questi è quel Giovanni Racine, che si pentiva di avere scritte rime d'amore. Che di questi due uomini il debole fosse il secondo, si può certamente dire, se ne dicono tante! ma per me, non posso persuadermene.—
—Dunque, secondo voi, aveva ragione di pentirsi: dunque se non fosse rimasto che un esemplare delle tragedie amorose di Racine, se questo esemplare fosse stato in vostra mano, se Racine ve lo avesse chiesto per abbruciarlo, per privare la posterità d'un tale monumento d'ingegno, voi avreste?... non ardisco quasi interrogarvi.—
—Io glielo avrei dato subito, perchè quel brav'uomo potesse aver la soddisfazione di gettarlo sul fuoco. Come! voi credete che si sarebbe dovuto esitare a toglierli dal cuore questa spina? Gliel'avrei dato subito, perchè il dispiacere ragionato, serio, riflessivo, nobile di Racine era un sentimento più importante che non sia stato e non sia per essere il piacere che hanno dato e che sono per dare le sue tragedie fino alla consumazione dei secoli.—
—Queste sono ciarle; ma avete pensato che con questi stralci voi vi andate scemando sempre più il numero de' lettori; e che se avrebbero potuto essere centinaia, sa il cielo se li conterete a dozzine?—