Se il buon ecclesiastico avesse avuto l'intenzione di affliggere, di umiliare e di confondere Geltrude, non avrebbe potuto scegliere una interrogazione più opportuna di questa: ma egli era ben lontano dal supporre l'effetto ch'ella doveva produrre, e l'aveva fatta nella semplicità del suo cuore, e per adempire alle regole del suo uficio, che la prescrivevano.
Geltrude rimase come colpita: che rispondere? parlare della cagione vera e primaria, raccontare l'istoria del paggio?.... Dio liberi! Quella storia ella voleva schivarla a tutto costo. Ma, tacendola, come spiegare la sua domanda di farsi monaca, e tutti i passi conformi a quella domanda? Addurre violenze, minacce dei parenti? Ma non ne avevano usate, e questa menzogna (giacchè in quel momento Geltrude era disposta a farne una, e pensava solo a scegliere quella che l'avrebbe cavata più presto d'impaccio, e che non sarebbe stata scoperta in seguito) questa menzogna avrebbe certamente cagionata una spiegazione, che sarebbe tutta tornata in disonore di Geltrude. Che s'ella avesse attribuita la sua risoluzione al desiderio di compiacere ai parenti, ai loro consiglj, a leggerezza propria, la spiegazione diventava pure inevitabile; e in quel momento le parole che Geltrude aveva intese poco prima dal padre, le ripassarono in processione nella memoria. Le parve dunque che il solo mezzo per uscire da quel gineprajo fosse di dare una risposta che piacesse all'interrogante e al padre, che non lasciasse oscurità, nè punti da discutere nell'avvenire; sentì che per dare una tal risposta bisognava mostrare che la risoluzione fosse tuttavia ferma; vide le conseguenze, ma ci si risolse. Avvezza com'era a trarsi dalle circostanze difficili con ripieghi che la ponevano in circostanze più difficili ancora, a consumare, per dir così, il tempo avvenire per vivere in quel momento, ella cedette all'abitudine e alla difficoltà, mentì contro sè stessa, e disse: È la mia vocazione: fino dai miei primi anni io mi sono sentita inclinata a servir Dio nel chiostro, lontano dai pericoli e dalle cure del mondo. Queste parole furon porte con l'apparenza della più ferma persuasione; e l'indugio, ch'ella aveva posto al rispondere, parve al signor.... un segno, una prova di riflessione posata. E in quel momento furon contenti ambedue; egli di vedere una così buona disposizione, ella di essere uscita d'impaccio come che fosse. Da quel momento Geltrude non pensò nelle altre risposte che a confermare la prima; e edificò il signor.... oltre ogni sua speranza. Quando egli le chiese se i parenti non avessero usate minacce, o troppo instanti preghiere per determinarla alla scelta dello stato religioso.... No, no, rispose con vivacità Geltrude; i miei parenti desiderano certo che io sia monaca; ma mi hanno lasciata libera, mi hanno lasciata libera. Il signor.... si scusò di averle fatta una simile interrogazione. Il signor Marchese—diss'egli—, quel cavaliere così degno! s'immagini s'io posso pensare di lui una cosa simile! ma, io ho fatto il mio dovere, per quanto strano mi paresse in questa circostanza.
L'esame finì con le giulive congratulazioni del signor.... il quale, come per iscaricarsi la coscienza di aver fatto qualche cosa per distorre un'anima buona da un pio proponimento, le disse tutto ciò che gli suggeriva il suo zelo cordiale per confermarla in quello, e partì con la persuasione di non aver mai trovata un'anima così ben disposta. Del resto, noi siamo ben lontani dal dare l'unica colpa, e nemmeno la primaria, della riuscita di quell'esame all'ingegno corrivo del buon uomo. Coi tristi antecedenti di Geltrude, e col suo carattere, la cosa doveva avere a un dipresso quell'esito, qualunque fosse l'esaminatore.
Geltrude, ancor più fortemente compresa dall'idea del pericolo che aveva passato, che dal pensiero dell'impegno che aveva preso, corse tosto dal padre. Questi era in uno stato di aspettazione inquieta: ma Geltrude tutta commossa (le commozioni si scambiano facilmente non solo da chi le osserva, ma da chi le prova) gli raccontò frettolosamente l'esito della conferenza, e il Marchese respirò. Le fece animo, la colmò di lodi, la soffocò di promesse, tutto questo con una eloquenza di tenerezza sentita; giacchè in quel punto egli era lieto non solo di avere ottenuto il suo fine, ma le parole di Geltrude sembravano di chi ha liberamente scelto ed è contento della sua scelta; e la benevolenza per chi fa quello che uno desidera, in modo da togliergli ogni inquietudine ed ogni rimorso, è una virtù concessa a tutto il genere umano.
Da quel giorno in poi Geltrude non ebbe più che due occupazioni, l'una interiore, ed era di persuadere a sè stessa ch'ella era contenta della sua scelta, di fermarsi quanto più poteva su le immaginazioni che potevano renderle gradevole il monastero, di cercare un po' nella divozione, un po' nel pensiero delle distinzioni che vi avrebbe avute, consolazioni celesti o mondane, tutto, purchè fosse consolazioni. L'altra occupazione era di accelerare quanto più si poteva tutte le operazioni preliminari alla vestizione, per uscir di casa, per esser chiusa una volta, per precludersi ogni strada al tornare addietro, per non sentirsi più nascere in cuore quell'intollerabile: potrei forse ancora. Questo suo desiderio s'accordava troppo con quelli del Marchese, perch'egli non cercasse ogni via di soddisfarlo, e infatti egli sollecitò a tempo e a contrattempo tutte le dispense per far presto.
Così mi sembra che sarà bene che facciamo pur noi in questo racconto. Diremo dunque che Geltrude entrò nel monastero di Monza, e che assunse l'abito; che scorso il tempo del noviziato, nel quale la sua risoluzione parve sempre più spontanea e ferma, perchè ella mostrava tutto ciò che poteva farlo credere, e divorava nel suo cuore tutto ciò che avrebbe potuto far credere il contrario, trascorso questo tempo, ella fece la solenne professione, con una pompa straordinaria, e quale si conveniva alla casa. Il sacrificio fu consumato, il dono fu posto su l'altare, ma era di frutti della terra; la mano che ve lo aveva posto non era monda; il cuore non lo offriva; e lo sguardo del cielo non discese sovr'esso[166].
È uno dei caratteri più ammirabili e più divini della religione cristiana, di potere in qualunque circostanza dare all'uomo, che ricorra ad essa, un rimedio, una norma, e il riposo dell'animo. Quegli stesso, che per violenza altrui, o per suo fallo, o per sua malizia s'è posto in una via falsa, può ad ogni momento approfittare di questi beneficj. Poichè, se la via ch'egli ha intrapresa è iniqua, la religione glielo fa conoscere, gli da l'idea chiara ed assoluta del dovere ch'egli ha di ritrarsene e la forza di farlo, che che ne possa conseguire[167]; e se la via è soltanto difficile, pericolosa, spiacevole, ma senza adito al ritorno, da questa stessa dura necessità di proseguire in essa, la religione cava un motivo e dei mezzi per renderla regolare, praticabile, sicura, diciamolo pure arditamente, soave e deliziosa. Disapprovando i motivi che l'hanno fatta intraprendere, perchè erano falsi, essa ne somministra un altro nuovo ed inconcusso per continuarla, e dà ad una scelta temeraria o infelice, ma irrevocabile, tutta la santità, tutti i conforti, tutta la tranquillità della vocazione. Con quest'ajuto Geltrude, a malgrado della perfidia altrui e dei suoi errori di ogni genere, avrebbe potuto divenire una monaca santa, e contenta; e il secolo stesso, anzi l'età in cui ella visse, ha dato esempj, dei quali si è conservata la memoria, di donne che strascinate al chiostro con l'arte e con la forza, e dopo d'essersi per alcun tempo dibattute come vittime sotto la scure, vi trovarono la rassegnazione e la pace, una pace quale si trova di rado negli stati eletti più liberamente. Che dirò? Geltrude stessa fu uno di questi esempj, e insigne; ma ben tardi e dopo ben altri errori, anzi delitti, dopo sofferta ben altra forza che quella di cui abbiamo parlato. Ma per non precorrere ora agli eventi col racconto, diremo che Geltrude dopo la sua professione continuava ad opporre nel suo cuore un ostacolo ai rimedj e alle consolazioni che la religione avrebbe date alla sua sciagurata condizione: e questo ostacolo erano le consolazioni ch'ella andava cercando altrove, e particolarmente nelle cose che potevano lusingare il suo orgoglio[168].
Il lettore non avrà forse dimenticato che la famiglia onde usciva Geltrude era molto potente, e che questa era la cagione principale per cui ella era stata tanto desiderata nel monastero. Infatti il monastero aveva acquistato nel marchese Matteo un protettore dichiarato, il quale risguardava ormai come parte del suo onore l'onore del luogo dove si trovava una sua figlia. Ma questo vantaggio le suore lo pagavano, e per verità la cosa era giusta. Lo pagavano in tanti sgarbi, in tanti scherni, in tante fantasticaggini che avevano a sopportare da Geltrude, la quale, ricordandosi di tempo in tempo delle arti usate da quelle per ajutare a tirarla in quel luogo[169], dove di tempo in tempo ella non si poteva patire, si sfogava avventando beccate agli uccelli che avevano cantato per farla venire nella loro gabbia. E queste beccatelle le suore le toccavano senza risentirsene, per non perdere tutto il frutto del loro acquisto. Geltrude, vedendosi così distinta, così sopportata, tanto più libera delle altre, provava talvolta un certo conforto iracondo nel valersi di questi vantaggi, e nell'esercitare in tal modo la sua superiorità. Una superiorità d'un altro genere era pure per essa una occasione continua di cercare consolazioni nell'amor proprio, ed era la sua bellezza: ma quali consolazioni, per amor del cielo! pari a quelle che provava Robinson nella sua isola in contemplare le monete ch'egli aveva trovate nei frantumi del vascello sul quale era naufragato. Anzi non pari, perchè quel solitario le gettò in disparte con disprezzo, dopo d'aver fatto ad esse un'apostrofe su la loro inutilità, e non vi pensò più; ma la bellezza era per Geltrude un rodimento continuo, una occasione di regressi affannosi nel passato, e di sguardi disperati nell'avvenire. Ben è vero che ella si andava paragonando con le altre e si trovava più bella, ch'ella rideva di tratto in tratto, e si sarebbe creduto ch'ella ridesse di voglia, degli occhi sciarpellati della madre badessa, e del mento incartocciato della madre celleraria[170], ma in verità che quel riso non lasciava alla poveretta il dolce in bocca. Spendeva una parte del suo tempo nell'adornarsi come poteva, e così ingannava alcun poco la sua noja; cercava di ridurre l'abbigliamento monastico alle fogge secolaresche, o di accordarlo all'aria del suo volto, e, a dir vero, questo le riusciva facilmente, perchè la natura le aveva dato un volto che per poco che gli si lavorasse attorno stava bene[171]. Per far questo, aveva Geltrude trovato un mezzo molto ingegnoso. Gli specchj, come ognun sa, erano proibiti nei chiostri come i lumi nelle polveriere, e Geltrude nei primi tempi non osava ancora, come fece in appresso, conculcare tutte le regole; ma la infelice scaltrita aveva fatto porre dietro ad un quadretto, ch'ella teneva appeso nella sua camera, una lastra di latta levigatissima, e a quella si consultava segretamente. Ma quando dalle sue consulte ella aveva conchiuso che anche in quell'abito ella era avvenente assai, quand'anche ella se lo udiva ripetere dalle più mondane o dalle più adulatrici fra le sue compagne, il suo cuore ne rimaneva tutt'altro che soddisfatto. E quando poi il suo cuore le rinfacciava anche quella poca parte di piacere così mescolato e corrotto ch'ella aveva gustato, ella sentiva più rabbia che pentimento. Così la meschina si precludeva l'adito alle consolazioni reali di cui il suo stato era ancora capace, perchè per giungere a quelle, la prima condizione è di non curare il resto; come il naufrago, che vuole afferrare la tavola galleggiante che può condurlo in salvamento sulla riva, deve pure sciogliere il pugno e abbandonare le alghe e gli sterpi nuotanti, che aveva abbrancati per una rabbia d'istinto.
Ad essere badessa si richiedeva l'età di quaranta anni; e quest'erba, per magra che fosse, era pure anco ben lunge dal becco di Geltrude. Ma, oltre le distinzioni e le franchigie, per così dire, ch'ella godeva per la condiscendenza delle suore e delle superiore, le era tosto stato conferito il grado più elevato che fosse compatibile con la sua giovinezza, era stata eletta maestra delle educande. E per una distinzione singolare le erano state assegnate due giovani suore converse, le quali erano come ai suoi servizi, quasi damigelle. Quel posto era per Geltrude un'occasione continua di esercitare le passioni più pericolose ch'ella covava. Fra le educande che le erano state affidate si trovavano ancora alcune di quelle che le erano state compagne, e Geltrude, così vicina ad esse di età, non aveva ancora dimenticati i risentimenti e le rivalità puerili del sodalizio: ed ora gli sfogava talvolta con tutta la forza che le dava la sua autorità. Nei momenti, spesso assai lunghi, di tristezza e di pentimento dello stato che aveva abbracciato, ella provava un certo rancore contro quelle giovanette, destinate per la più parte ad una vita libera e splendida, che non era più per lei; le risguardava come nemiche, le spiaceva di vederle liete d'una letizia che non era sperabile per essa, e faceva di tutto per toglierla loro; cosa assai facile ad una superiora. Sentiva ella bene la pazza ingiustizia di questa sua passione, ma vi si abbandonava. E in quei momenti poverette quelle educande. Talvolta, dopo d'aver lasciato tornare indietro il suo pensiero ne' diletti del mondo, dopo avervelo lasciato riposare per lungo tempo, ella ne sorprendeva alcune che parlavano fra di loro di ciò ch'ella aveva pensato, e allora chi l'avesse udita sgridarle ferocemente, l'avrebbe creduta invasa d'uno zelo inconsiderato, e d'una staccatezza[172] indiscreta e anti-sociale. Talvolta invece predominava nell'animo suo l'orrore al chiostro, alle regole, alla disciplina, all'obbedienza, alla solitudine, a tutte quelle cose in mezzo delle quali ella si trovava per forza, e allora non solo ella sopportava la svagatezza clamorosa delle sue allieve, ma la animava; si mesceva ai loro giuochi e gli rendeva più liberi; entrava nei loro discorsi, e gli portava al di là delle intenzioni con le quali esse gli avevano incominciati.