E quella regola nei discorsi, quel contegno nei modi, ch'ella non poteva avere naturalmente, e per ispirazione della pace dell'animo, non aveva i mezzi per trovarlo nella esperienza e per comandarselo. La sua esperienza non era altro che del chiostro, di quel poco che aveva veduto nel tempo burrascoso passato nella casa paterna, e di ciò che aveva imparato dall'infame suo maestro; le sue idee erano un guazzabuglio composto di questi elementi, ed ella non aveva potuto attingere d'altronde cognizioni per fare almeno una scelta in questi elementi. Le sue parole e il suo contegno sarebbero state uno scandalo insopportabile in un secolo meno bestiale di quello; ma allora la stranezza universale non lasciava spiccare la sua al punto da farne un oggetto di maraviglia singolare.

Due anni erano già trascorsi da quel giorno funesto, tempo in cui la nostra Lucia le fu raccomandata dal Padre cappuccino, il quale, come pure ogni altro del monastero, e di fuori, conosceva bene la Signora per un cervellino, ma era lontano dal sospettare quale in tutto ella fosse.

Siamo stati più volte in dubbio se non convenisse stralciare dalla nostra storia queste turpi ed atroci avventure, ma esaminando l'impressione che ce ne era rimasta leggendola dal manoscritto, abbiamo trovato che era un'impressione d'orrore; e ci è sembrato che la cognizione del male, quando ne produce l'orrore, sia non solo innocua, ma utile.

Abbiamo lasciata, se il lettore se ne ricorda, Lucia sola nel parlatorio con la Signora. Il dialogo fra quelle due così dissimili creature continuò a questo modo:

—Ora, disse la Signora, parlate con libertà. Qui non c'è nè madre, nè padre; e ditemi il vero, perchè le bugie, che mi potreste dire, le ravviserei tosto come una antica conoscenza: non temete di nulla: qualunque sia il vostro caso, io vi proteggerò, purchè siate sincera con me.

Lucia pose la piccola sua destra sul cuore, e con quell'accento che toglie ogni dubbio, rispose: Signora, la verità è quello che ha detto mia madre, e che ha scritto il Padre Cristoforo; io non ho mai giurato finora, ma se ella, reverenda signora, vuole ch'io giuri, in questa occasione, io son pronta a farlo.

—Non di più, che vi credo, rispose la Signora. Ma contatemi dunque tutta questa storia. E qui cominciò ad affogare Lucia d'inchieste, volendo sapere tutti i particolari della persecuzione di Don Rodrigo e delle relazioni di Lucia con Fermo.

Questa curiosità era, come ognuno può figurarselo, assai molesta alla povera Lucia. All'istinto del pudore rei alla ripugnanza naturale di parlare di sè stessa su questa materia, si aggiungeva il timore anche di dire qualche cosa di sconvenevole in presenza della reverenda madre. Lucia, che aveva parlato con un uomo, e che gli aveva dato promessa di sposarlo, che aveva tentato un matrimonio clandestino, si riguardava come una donna esperta, e più forse che non conveniva, nelle cose del mondo, come una scaltritaccia al paragone di una monaca, velata, rinchiusa, separata dal consorzio degli uomini, e pigliava le inchieste della Signora a un dipresso come si fa a quelle talvolta indiscretissime dei ragazzi, dalle quali uno si sbriga alla meglio, cercando di non rispondere direttamente e di mandare in pace l'interrogante.

E quanto le domande erano più avanzate, Lucia le attribuiva ancor più ad una pura e santa ignoranza. Rispose dunque sopra Fermo, che quel giovane l'aveva chiesta a sua madre e che essendo a lei dalla madre proposto il partito, ella lo aveva accettato volentieri, e che tanto bastava per conchiudere un matrimonio. Ma per ciò che riguardava Don Rodrigo, per quanto Lucia ponesse cura a schermirsi, le fu pur forza entrar in qualche particolare per ispiegare alla Signora la persecuzione ch'ella aveva sofferta, e contro la quale cercava un ricovero.

—Egli pativa dunque davvero per voi, domandò la Signora.