—No, no, rispose questa volta l'omicida: ve n'è anche troppo: abbiamo ristoppate le finestre, è vero, ma se qualche educanda vegliasse...

—Santissima...! proruppe, con un moto involontario di spavento, Geltrude, e non terminò l'esclamazione, spaventata in un altro modo del nome puro e soave che stava per uscirle dalle labbra.

—E perchè, dunque, continuò, rimessa alquanto, perchè avete lasciato il lume nell'altra stanza?

—Perchè... rispose l'omicida, non si ha testa da far tutto.

—Andate a prenderlo.

—Andate, andate... andiamo assieme.

Le due serventi partirono, Geltrude le seguì fino alla porta, aspettando che tornassero col lume. Lo deposero sur una tavola, lo spensero, e sedettero di nuovo intorno a quello che ardeva da prima. Stavano così tacite, guardandosi furtivamente di tratto in tratto; quando gli sguardi si incontravano, ognuna abbassava gli occhi, come se temesse un giudice e avesse ribrezzo d'un colpevole. Ma l'omicida, più agitata, e agitata in un modo diverso dalle altre, cercava ad ogni momento di cominciare un discorso, voleva parlare del fatto e del da farsi come di cosa comune, parlava sempre in plurale come per tenere afferrate le compagne nella colpa, per essere nulla più che una loro pari. Concertarono finalmente la condotta da tenersi quel primo giorno, perchè nei concerti presi antecedentemente non avevano preveduti che i pericoli materiali: non avevano pensato che al modo di commettere il delitto segretamente e di cancellarne ogni traccia esterna: ma il delitto aveva loro appresa un'altra cosa; che il sangue si sarebbe rivelato nei loro atti, nel loro contegno, nel loro volto. Stabilirono dunque che Geltrude si direbbe indisposta, che avrebbe un forte dolor di capo, che starebbe chiusa all'oscuro nella sua stanza, e le altre rimarrebbero ad assisterla. Ma in questo concerto stesso, quante difficoltà, quanti dibattimenti! Il punto più terribile, era di decidere a quale delle due serventi sarebbe toccato di avvertire le suore della indisposizione di Geltrude, per evitare che, non vedendola comparire, o la badessa, o qualche suora non venisse nel quartiere a chiederne novella. Ognuna voleva rigettare su l'altra questo incarico. L'omicida aveva una buona ragione per esimersi; ma questa ragione, poteva ella parlarne! Dire, io sarò più confusa, più tremante, perchè.... Cercava ella dunque pretesti come l'altra, ma li sosteneva con più furore. Geltrude indovinò, anzi sentì quella ragione, e persuase l'altra ad assumersi l'incarico, dicendole che sarebbe stato facile e spedito annunziare la sua indisposizione dalla finestra ad una delle suore che governavano le educande, pregando nello stesso tempo che non si facesse romore per non disturbarla.

Egidio intanto eseguiva gli altri concerti che erano stati presi, o per dir meglio ch'egli aveva proposti; giacchè il disegno era tutto suo. Occultata la vittima, egli uscì di notte fitta, accompagnato da alcuni suoi scherani, come soleva non di rado per qualche spedizione. Gli dispose in un luogo distante da quello a cui aveva designato di portarsi, e gli lasciò come a guardia, lasciando loro credere che andasse ad una delle sue solite avventure. Quindi per lunghi circuiti si condusse ad un campo disabitato, col quale confinava l'orto del monastero, e ne era diviso dal muro. Ivi, dopo d'aver ben guardato intorno se nessuno vi fosse, si trasse di sotto al mantello gli stromenti da smurare, che aveva portati nascosti con le armi, e pian piano, in una parte del muro già intaccata dal tempo, e ch'egli aveva fissata di giorno, aperse un pertugio, tanto che una persona potesse passarvi. Riprese i suoi ferri, si ravvolse nel mantello, e camminando non senza terrore, minacciato com'era da più d'un nemico, raggiunse i suoi scherani; si mostrò ad essi lieto, s'avviò con essi, gittò per via qualche motto misterioso di altre avventure, e tornò alla sua casa.

Il mattino vegnente una suora mancò, si corse alla sua cella; non v'era; le monache si sparpagliarono a cercarla: ed una, che andava per frugare nell'orto, vide da lontano... possibile? un pertugio nel muro, chiamò le compagne a tutta voce, si corse al pertugio; è fuggita; è fuggita. La badessa venne al romore: lo spavento fu grande, la cosa non poteva nascondersi, la badessa ordinò tosto che il pertugio fosse guardato dall'ortolano, che si mandasse per muratori onde chiuderlo, e che si spedisse gente per raggiungere la sfuggita. Il lettore sa che pur troppo ogni ricerca doveva riuscire inutile. L'occupazione che questo affare diede a tutte le monache fece che le tre che erano la trista cagione di tutto fossero lasciate in pace, o per meglio dire, sole.

È facile supporre che da quel giorno in poi il carattere di Geltrude (giacchè di essa sola esige la nostra storia che ci occupiamo) fu sempre più stravolto. Combattuta continuamente tra il rimorso e la perversità, tra il terrore d'essere scoverta, e un certo bisogno di lasciare uno sfogo alle sue tante passioni, e tutte tumultuose, dominata più che mai da colui che ella risguardava come l'origine dei suoi più gravi, più veri e più terribili mali, e nello stesso tempo come il suo solo soccorso, l'infelice era nel suo interno ben più conturbata e confusa che non apparisse nel suo discorso, per quanto poco ordinato egli fosse. Una immagine la assediava perpetuamente, e non è mestieri dire quale. Tentava ella di rappresentarsi alla fantasia la sventurata suora, quale l'aveva veduta infocata di collera e con la minaccia sul labbro quell'ultimo giorno. Ma l'immagine s'impallidiva sempre nella sua mente, invano ella cercava di raffigurarla con la testa alta, con l'occhio acceso, con una mano sul fianco; la vedeva indebolirsi, non poter reggere, abbandonarsi, cadere; se la sentiva pesare addosso. Per togliere ogni sospetto, e nello stesso tempo per dare un altro corso alle sue idee, procurava ella di toccar materie liete o indifferenti di discorso; ma ora il rimorso, ora la collera contra tutti quelli che le erano stata occasione di cadere in tanto profondo, ora una, ora un'altra memoria si gettavano a traverso alle sue idee, le scompaginavano, e lasciavano nelle sue parole un indizio del disordine che regnava nella sua mente.