I PRIMI
ROMANZI STORICI IN ITALIA
E LE MINUTE AUTOGRAFE
DE' «PROMESSI SPOSI»


I.

È indescrivibile il rumore che levarono e la voga che ebbero dal 1814 in poi i romanzi storici di Walter Scott[1]. Si succedevano gli uni agli altri con una rapidità addirittura maravigliosa, e i lettori erano affascinati dalla sua inesauribile fantasia, dalla verità, dalla vivezza e dalla bravura con la quale dipingeva un paese pittoresco come la Scozia; facendone rivivere gli aspetti eroici, le tradizioni poetiche e le antiche leggende. In questo genere di letteratura, che non aveva riscontro nell'antica, il mondo d'allora vide un nuovo sentiero aperto allo spirito umano, vi riconobbe l'invenzione d'una maniera sconosciuta di scriver la storia degli uomini, con i loro usi, i loro costumi ed i loro pregiudizi. I romanzi dello Scott si tradussero in ogni lingua[2]; diventarono la lettura ambita e cercata, desiderata e gradita di tutti[3]. Un'infinità di persone si dettero a scriverne, tenendoli per modello. Nella stessa Edinburgh (la sua città nativa) tra il '19 e il '23 comparvero dodici romanzi. Erano di tre autori diversi, ognuno de' quali, imitando anche in questo il caposcuola, nascondeva il proprio nome; uno di loro, Giovanni Galt, rivaleggiò perfino con lui per la fecondità[4]. In Francia gli imitatori e i seguaci di Walter Scott andarono moltiplicando ogni giorno[5]; alcuni levarono talmente grido, che i loro romanzi finirono con essere tradotti e stampati tra noi[6].

Il Manzoni, che chiama Walter Scott «l'Omero del romanzo storico», si domanda: «mi sapreste indicare, tra l'opere moderne e antiche, molte opere più lette, e con più piacere e ammirazione, de' romanzi storici d'un certo Walter Scott?» E risponde: «Che quei romanzi siano piaciuti, e non senza di gran perchè, è un fatto innegabile»[7]. Il Cantù afferma: «quei romanzi erano divorati dal bel mondo milanese; tutti tradotti da amici del Manzoni; sulle scene, nei quadri, nella nuova arte della litografia se ne riproducevano i fatti»[8]. Che gli amici del Manzoni se ne facessero traduttori, fu negato, ma a torto[9]. Nel 1823 l'Ape della letteratura italiana[10] annunziando La prigione di Edimburgo dello Scott, tradotta in que' giorni a Milano e stampata, in quattro volumi, da Vincenzo Ferrario (il tipografo dei romantici), notava: «La raccolta dei romanzi di Walter Scott, volgarizzati da vari dotti scrittori e posti in luce dal Ferrario, prosegue con felici auspici. Dalla elegante versione di alcuni versi è facile il conoscere che il traduttore di questo romanzo è il chiarissimo autore dell'Ildegonda: in prova della qual nostra opinione ne trascriviamo qui alcuni:

Quando il falco dal nuvolo scende
Cheto cheto il verdello s'appiatta;
Oliando il veltro le macchie scoscende
Trema il daino e non lascia la fratta.

Dettata pure da una facilissima vena è la quartina che si pone in bocca a Magde: