Oh che festi del mio anello,
Dell'anel che mi sposò?
Durerà fino all'avello
Quell'amor che lo donò».
Degli amici del Manzoni, Tommaso Grossi non fu il solo traduttore; parecchi ne voltò in italiano Gaetano Barbieri[11]; uno, Niccolò Tommaseo.
Racconta Carlo Varese nella propria autobiografia: «Nel '22 o '23 comparvero i romanzi di Walter Scott, che levarono quel grido che ognuno sa: subito me ne invaghii, nè basta: subito destarono in me l'idea che a quel modo stesso si sarebbe potuto descrivere i casi d'Italia nostra, della quale appena si poteva proferir il nome senza pericolo; e in pochi mesi dettai il mio primo romanzo storico: Sibilla Odaleta, episodio delle guerre d'Italia, cioè l'invasione del Regno di Napoli per Carlo VIII: e mi determinai di preferenza per quell'argomento unicamente in grazia della fiera risposta di Pier Capponi: Voi darete nelle vostre trombe, noi daremo nelle nostre campane. Mandai il manoscritto a Stella in Milano, sotto il velo dell'anonimo; a Stella, solo perchè lo sapeva editore dei romanzi dello Scott, tradotti dal Barbieri. Stella aveva allora per consigliere in cose letterarie un Compagnoni di Lugo, cavaliere della Corona di ferro, già membro della Consulta di Lione, uomo d'ingegno, di mente e di cuore, autore di molte belle opere storiche e filologiche, alle quali finora non fu fatta giustizia, perchè habent sua fata libelli. Trasmise a lui il mio manoscritto per un parere; Compagnoni glielo rimandò con queste parole: è una massa d'oro colla scoria, e lo Stella a me; ed io mi diedi a ripulire, come seppi meglio, ma sapeva poco, perchè l'educazione francese mi aveva guasta la lingua e lo stile. Tuttavia, tal qual è, quel libraccio fu letto avidamente, perchè d'un italiano e di tema italiano, ed anche per essere il primo in siffatta maniera di letteratura. Ebbe dieci o dodici edizioni e l'onore di due traduzioni[12]. Intanto non si sapeva il nome dell'autore, ma Stella lo propalò, ed io scapitai molto nella mia qualità di medico, chè un medico non deve scriver romanzi! Il successo doveva naturalmente incoraggiarmi: dettai successivamente i sette od otto miei romanzi; la maggior parte pubblicati dallo Stella, e sempre senza nome d'autore, cioè coll'indicazione: dell'Autore della Sibilla Odaleta»[13].
Osserva Giuseppe Rovani: «Il Varese colla Sibilla Odaleta fu il primo forse a farsi imitatore del grande scozzese, ma imitatore più della novità e della fantasia sbrigliata, che delle bellezze straordinarie e dei pregi di descrizione[14]. Tuttavia la novità, che rende saporite anche le cose più comuni, fece che il libro del Varese venisse letto da tutti gl'italiani, i quali credettero d'avere anch'essi il loro Walter Scott a buon mercato. Con maggior diritto del Varese ottenne molta voga Giambattista Bazzoni col suo Castello di Trezzo[15], che fu stampato prima dei Promessi Sposi e che parve preconizzare la grande epoca romantica. Correva l'anno 1824; la musa di Grossi non si era ancora effusa nella sua mestizia irresistibile; di Manzoni non si conoscevano che gl'inni e le tragedie, lette da pochi, dispregiate da molti[16]. Le lettere italiane erano dunque silenziose e in istato di letargo, e chi avesse voluto cercare un passatempo nelle produzioni del paese, veramente non avrebbe avuto con che soddisfarsi. D'altra parte, le opere di lord Byron erano più celebrate che conosciute, e di esse non correvano che poche e cattive traduzioni; bene all'ozio dei lettori aveva provveduto la Stäel colla sua Corinna, ma non era bastato. Gl'italiani andavano dunque guardandosi intorno avidamente, come bachi che cercassero la loro foglia. Non è dunque a maravigliare che al primo comparire dei romanzi di Varese e di Bazzoni, tutti facessero una gran festa come se si trattasse di un avvenimento memorabile»[17].
La Sibilla Odaleta e il Castello di Trezzo non vennero fuori nel 1824, come sembra credere il Rovani; videro la luce nel 1827, Tanno stesso della pubblicazione de' Promessi Sposi[18]. La Biblioteca italiana ebbe a confessare: «la sola notizia che l'autore dell'Adelchi, il poeta degl'Inni sacri scriveva un romanzo, nobilitò la carriera e trasse alcuni chiari intelletti ad entrarvi». Il Nuovo Ricoglitore, nel giugno del '27, annunziava la comparsa del Castello di Trezzo e de' Promessi Sposi. «Questa novella» (scriveva di quella del Bazzoni) «è, a mia notizia, il primo esperimento di romanzo storico, alla maniera di Walter Scott, che venne offerto all'Italia. Negli ultimi anni vennero pubblicati alcuni romanzi, più o meno lodevoli, attinti alla storia, ma nessuno aveva ancora impreso a calcar l'orme del maraviglioso Scozzese. Io trovo in questa circostanza un bel titolo di lode per l'autore del Castello di Trezzo, e credo che in grazia di essa dobbiamo andar paghi di quanto egli ha fatto, senza pensar molto a quello che per avventura avrebbe potuto fare»[19].
La Biblioteca italiana nel luglio annunziò la pubblicazione della Sibilla e de' Promessi Sposi, impegnandosi di tornarne a parlare «distesamente a suo tempo». Della Sibilla scriveva: «è nel genere di Walter Scott, e l'imitazione dee dirsi felice»; chiamava «nuova e importante» l'opera del Manzoni[20]. Discorse del romanzo del Varese nel novembre, concludendo: «fra quanti ubbidirono al tacito invito del Manzoni, il primo posto dee concedersi a questo sconosciuto autore della Sibilla Odaleta». Fin dall'agosto aveva parlato con indulgenza benevola di quello del Bazzoni. «Un giovane che ha saputo immaginare e condurre la novella del Castello di Trezzo sarà probabilmente uno scrittor di romanzi, tosto che avrà fatta una più lunga esperienza del cuore umano e coll'esercizio si sarà reso padrone di quello stile che più si conviene a siffatti componimenti». Sentiva però una grande predilezione per la Sibilla, la quale prima ancora di vedere la luce aveva trovato un protettore potente in Paride Zaiotti, che era la colonna più salda di quel giornale. N'è prova una sua curiosa lettera al Salvotti, scritta il 4 d'agosto. «Un'altra apparizione» (egli dice) «s'aspetta con impazienza ed è un nuovo romanzo italiano intitolato Sibilla Odaleta. L'autore è anonimo, ma posso dirti che è un dott. Varese di Novara[21], medico accreditato, di circa trentacinque anni, che muove in questo modo i primi suoi passi nella carriera delle lettere. Ei voleva tenersi occulto, e n'avea ben ragione, se vuol continuare nella professione di medico e trovare ammalati che s'adattino a morire di sua mano. Ma il secreto, che prima era tra due sole persone, s'è ora allargato, e tutto mostra che all'uscire del libro sarà il secreto del pubblico. A me fu comunicato il manoscritto prima della stampa, e trovai il libro, sotto alcuni rapporti, superiore a quello di Manzoni: certo che è un romanzo, cosa che non oserei dire degli Sposi Promessi. Il difetto suo consiste nello stile, che dovrebbesi rifondere per intero».
Lo Stella stampò la Sibilla «in continuazione» alla Biblioteca amena ed istruttiva per le Dame gentili e la mise in commercio nell'agosto del 1827. Il giornale La Vespa prese subito a pungerla. «O donne, ditemi sinceramente, vi par egli che Sibilla Odaleta sia un romanzo veramente istruttivo ed ameno? Esaminiamolo un poco fra noi». E qui ne dava la tela; poi proseguiva: «tutte queste cose, innestate insieme con un accorgimento tutto proprio dei Walter Scott italiani, e preparate e condotte con un'arte egualmente tutta loro, formano il bell'episodio delle guerre d' Italia alla fine del sec. XV, o romanzo istorico, o come meglio volete chiamarlo, poichè è moda d'oggidì che i nostri autori comincino dal titolo a imbarazzare ed essere imbarazzati. Ora, ditemi, o donne gentili, ditemi per vostra fede, vi siete voi bene istruite nei pochi cenni istorici di quella sciagurata spedizione di Napoli? O donne mie! se la leggeste nel Guicciardini, se rifletteste di che sventure è stata cagione, di che avvenimenti feconda, di che tratti di virtù e di delitto, di eroismo e di barbarie, e più di tutto come ha influito sul resto dell'Italia, gittereste il libro sdegnate, che a tante e tali vicende siasi innestata una favola sì misera e in nessun modo corrispondente ai sommi interessi di quell'epoca; una favola che potea collocarsi in ogni tempo e in ogni nazione, senza che per questo riuscisse o peggiore o migliore di quello ch'ell'è. In che dunque vi siete istruite? Forse nei costumi di quei tempi? Quando saprete che il Re conduceva seco un buffone; che gli Svizzeri portavano un abito di scarlatto e dei calzoni di bufalo; che le donne credevano all'astrologia; che i becchini avevano paura dei morti; che gli ebrei falsavano le monete, rubavano le ragazze, faceano i cerretani e detestavano cordialmente i battezzati, le peregrine cose che avrete sapute! Forse apprendeste lo stato delle lettere e delle scienze, della pace e della guerra, di tutto insomma che poteva aver luogo opportunamente in un'azione collegata ad un'epoca istorica tanto interessante le nostre patrie vicende? No, davvero. Eppure un bel campo di osservazioni presentavano all'autore, e le perfidie del Duca di Milano, e gli scaltrimenti del Pontefice, e la lentezza de' Veneziani, e le discordie dei Baroni di Napoli, e l'una e l'altra fortuna, così rapida, così capricciosa dei Francesi e degli Aragonesi! Eppure vi erano tanti uomini illustri da mettere in iscena, tanti progetti delusi da scoprire, tante speranze tradite da compiangere, tante mine da deplorare! E vi erano.... Non la finirei più, se dovessi accennare tutte le fila che un esperto scrittore avrebbe potuto comprendere nel tessuto della sua storia. Se non vi siete istruite, vi sarete almeno divertite, ossia, per servirmi della frase messa in fronte alla vostra Biblioteca, avrete trovata qualche amenità nella offertavi lettura. Non saprei quale.... Finisco per non più trattenervi: e non vi parlo dell'orditura, dello stile, della descrizione, dei dialoghi, dell'estetica insomma di siffatto romanzo, poichè dovrei perdermi in certe sottigliezze che vi verrebbero a noia, e correrei forse il pericolo di non saperne io medesimo raccapezzare il costrutto. Questo solo io dirò, che a malgrado dei difetti da me trovati in Sibilla Odaleta, vi son pure sparse per entro alcune cose scritte con garbo e con evidenza, dalle quali si può arguire che l'autore non sarebbe digiuno dell'arte di ben raccontare, se conoscesse un po' meglio quella di ben inventare»[22].
Benevola al nuovo romanzo fu invece la Gazzetta di Milano. Così ne parlava il 13 di settembre: «Nel momento che sopra un romanzo, a cui dà giustamente un grande sostegno la ben meritata fama dell'illustre suo autore, si è per ogni banda assordati da cento dicerie, diverse tra esse e sovente ancora contradittorie, ecco apparirne tacitamente uno, avviluppato in modesto velo, non preconizzato, non predicato, non fatto ancora soggetto di diffuso giudizio: la Sibilla Odaleta». Espostone l'intreccio, finiva: «In mezzo a tanti variati fatti, che questa accurata composizione contiene, niun carattere si presenta che non sia vero in natura e proprio delle circostanze; niun tratto che a proporzione non interessi; niuno che non esponga l'opportuna relazione delle cose, E la narrazione poi cammina senza minutezze che incaglino la curiosità del lettore, senza ricercatezza di stile e senza pedantesca elocuzione. Nobili, mezzani, infimi che siano i personaggi, che in questo quadro figurano, tutti hanno il loro natural colorito, tutti il loro conveniente linguaggio». Il Corriere delle Dame, di Milano, ne dava questo giudizio: «Parlando dei Promessi Sposi abbiamo notato che la storiella di Renzo e Lucia pareva troppo picciola cosa in confronto di tutto il restante; sicchè potea dirsi episodio quello che in buona regola dovrebbe essere parte principale del libro: qui, se non erriamo, può dirsi il contrario, perchè la storia ha troppo deboli relazioni col fatto. E veramente crediamo che la principale difficoltà in questo genere consista appunto nel trovare un argomento in cui siano bene equilibrate fra loro la parte storica e la parte immaginaria, e l'una all'altra si leghi non già pel semplice arbitrio e per l'arte dello scrittore, ma sì per la natura medesima delle cose. Del resto, l'abbondanza de' casi non lascia che mai si raffreddi l'interesse del leggitore; i tempi vi sono ben dipinti, in quella parte almeno che l'autore ha voluto dipingere; i personaggi da lui posti in iscena sono caratterizzati con evidenza e con verità, e così pure i costumi dei tempi. Lo stile, considerato nella sua più ampia significazione di questa parola, non manca di pregi; perchè tutto è rappresentato e mosso, direm così, con vivacità e in modo da fare una forte impressione sull'animo de' leggitori; ma se guardisi alle parole, alle frasi, al suono de' periodi, potrebbe desiderarsi assai più. L'autore di questo libro ha data tal prova d'ingegno, che l'Italia può ripromettersi da lui, quando che sia, un romanzo che dir si possa perfetto»[23].