De' tanti altri giudizi dati allora sulla Sibilla Odaleta è notevole quello che si legge nella Gazzetta di Genova del 27 ottobre 1827. Dopo aver detto che il romanzo trovasi «da pochi giorni in Genova al Gabinetto letterario di M. Gravier», soggiunge: «Benchè non manchi al Genio italiano nè fervida immaginazione, nè lingua ricca, e, per disgrazia nostra, ripiene sieno le patrie cronache di terribili vicende adatte a smuovere ogni sorta di affetti, ci mancava ancora il Romanzo storico, genere di letteratura in cui tanto si distinguono i Francesi e gl'Inglesi e più di tutti l'immortale Scozzese, che, sorto all'improvviso dalle montagne dell'antica Caledonia, sforzò imperiosamente la colta Europa ad arrestarsi innanzi alla violenta rappresentazione che in mille diverse maniere le affacciò di paesi, d'uomini e di fatti barbari, temperandone ingegnosamente il ribrezzo con opportuni contrapposti e giustificandoli coll'autorità della storia. Ad occupare un seggio, che finora rimase vacante, è comparso non ha guari un romanzo che sostiene la ben meritata fama del suo illustre autore e di cui di giorno in giorno ognora più si apprezza il merito, senza temere le critiche dell'invidia, nè l'aculeo importuno di qualche Vespa, che risente forse un po' troppo lo stimolo del proprio istinto. Il romanzo storico, che annunziamo, viene secondo: nè è poca gloria l'aver nome dopo i sommi. L'autore, che modestamente cela il suo nome, c'informa che son questi i suoi primi passi, e ben da questi può argomentarsi quanto siano per esser grandi e felici i secondi».

Il 19 giugno del 1827, poco dopo la pubblicazione de' Promessi Sposi, il Bazzoni, che subito era corso a leggerli, ricevendone un'impressione profonda, inviò al Manzoni un esemplare del suo Castello di Trezzo, scrivendogli: «Ella deve perdonarmi se le presento questo mio primo tenuissimo lavoro, chiedendogli che si degni di leggerlo. Avendo io in cuore di adoperarmi nel crearne qualche altro, che riuscirà forse meno di questo difettoso[24], possedendone ora un ottimo modello nei Promessi Sposi, ho vivo desiderio di saper quanto valgo e se il primo saggio indica in me alcuna disposizione a pervenire collo studio al di là del mediocre. Ella, siccome gentilissimo ed ammiratore della buona volontà e l'uno dei pochissimi che ponno su ciò inappellabilmente pronunciare, non vorrà rifiutarsi a soddisfare alle mie richieste e ben anche indicarmi quali vie abbia a percorrere tendendo ad una meta elevata. Tanto oso sperare dalla bontà sua, e riserbandomi a venire qualche momento da Lei pel sovraddetto scopo, le offro colla massima sincerità i miei più rispettosi sentimenti di stima ed amicizia».

Del Castello di Trezzo furono esaurite in pochi mesi le due prime edizioni; nel giugno del '28 già era in vendita la terza[25]. Questo romanzo ha la priorità della stampa sulla Sibilla del Varese[26]. Infatti fu messo in vendita tra il febbraio e il marzo del '27; n'era però incominciata la pubblicazione a brani fin dall'anno innanzi nel periodico Il Nuovo Ricoglitore, che ne dette il primo capitolo nel fascicolo di maggio del 1826[27]. È una priorità soltanto sulla Sibilla. Il primo romanzo storico dell'Italia, anche cronologicamente, è quello del Manzoni, incominciato a scrivere (come vedremo) il 24 aprile del 1821 e approvato dalla Censura il 3 luglio del '24[28]. Il primo e il secondo volume dell'edizione originale portano nel frontespizio la data del '25; il terzo e ultimo quella del '26, ma non fu messo in commercio che o il 14 o il 15 giugno del '27[29].

II.

Ferdinando Bosio, che fu in intimità col Guerrazzi, del quale dettò la vita, mandandogliene a leggere manoscritti i capitoli a mano a mano che gli uscivano dalla penna, afferma che la Battaglia di Benevento «abbia preceduto i Promessi Sposi, benchè di poco tempo»[30]. Adolfo Albertazzi ripete che «era stata pubblicata pochi mesi prima dei Promessi Sposi»[31]. Quando a ventidue anni Francesco Domenico prese a scrivere quel romanzo, aveva già fatto le sue prime armi con una tragedia, due prose e un dramma, che non incontrarono accoglienza cortese. Allora in Toscana Giovanni Carmignani si arrogava il diritto di farsi giudice di ogni nuova tragedia; diritto che trovava la propria ragione nell'essere riuscito vincitore del premio assegnato dall'Accademia Napoleone di Lucca alla più bella dissertazione sulle tragedie d'Alfieri[32]. Singolare debolezza di un ingegno potente, che spaziava sovrano e ammirato ne' campi del diritto criminale, dove ha lasciato tante orme. Del Priamo del Guerrazzi ne disse ogni male; e altro non meritava: lo disse perfino «posto tra le tragedie come gli antichi posero Priapo tra le divinità»; e fu un passare il segno. Il ferito mandò un grido feroce e gli si avventò addosso con la rabbia e la furia d'una belva; però con la maschera sulla faccia, cosa nè bella, nè generosa[33]. Non contento di chiamarlo «più maligno della vipera»; di accusarlo di «cercare la cenere de' padri per maledirla», gli fa questa apostrofe: «Una fierissima tigna ha dato il guasto al vostro capo: onde ho pensato che ella vi sia discesa nel cuore. Pover'uomo! E che volete fare con un cuore tignoso?» Il dramma I Bianchi e i Neri capitò per caso in mano al Mazzini, e, «di mezzo a forme bizzarre e a una poesia che rinnegava ogni bellezza d'armonia», vi riconobbe «un ingegno addolorato, potente e fremente di orgoglio italiano». Fu rappresentato a Livorno nel teatro Carlo Lodovico, ma per confessione stessa dell'autore, «ebbe plauso eguale a quello che fecero i demoni all'orazione di Satana giù nello inferno quando egli riferì la caduta dell'uomo». Non si perse ne' panni; e a Elia Benza, (che del dramma disse parole gentili nell'Indicatore Genovese; come benevole furono quelle di Giuseppe Montani nell'Antologia di Firenze), scriveva: «Me strinse il dolore (chè la speranza delusa non è piacere), ma non mi vinse; assomiglievole a Calandrino colto di un ciottolo nel calcagno dall'amico suo, levai la gamba soffiando e dissi: Ho urtato; poi, senza piegar costa, nè mutare aspetto, continuai per l'incominciato cammino».

Riamicatosi col Carmignani, che poi doveva maledire appena fu morto, scrivendo e stampando: «La terra gli sia leggera, o pesa a sua posta, che altre parole non merita»; in una lettera che gli indirizzò il 10 maggio del '27 gli dice: «Voi, se ben veggo, procedete avverso alle nuove dottrine. Vere e diritte saranno le sentenze vostre; ma certo non vorrete negarmi Shakespeare, Schiller, Goethe, Byron nulla aver di comune coi teatri greco e francese, e non per tanto essere alti quanto il volo dell'aquila di Bonaparte. L'italiano Manzoni si conduce sul nuovo cammino, e, in percorrendolo, si mostra figlio d'avventuroso padre; vi si accosta con meno ingegno di lui Niccolini, e ne deriva un'opera, se non meravigliosa, certamente commendevole e commendata.... La mia stima per voi dimostrerò col domandarvi un consiglio. Gli amici miei mi si son messi attorno e mi sollecitane a comporre un romanzo storico, dicendomi di questo genere di componimenti andare difettosa l'Italia, le altre nazioni onorate, questo esser fonte di fama, questa opera importante, per la quale è concesso narrare quelle cose che la storia non può; e già l'animo mio v'inchina, come quello che è vago di casi misteriosi, intollerante di freno, e anelo di ordire lunga serie di eventi; ma, innanzi che per me si ponga mano all'opera, siatemi cortese... di vostro consiglio, e ditemi se stimate voi il romanzo storico tal opera che vaglia la pena di essere scritta».

Ecco la prima idea della Battaglia di Benevento. Nell'ottobre dello stesso anno 1827 è in cerca d'un editore, e si rivolge a Vincenzo Batelli di Firenze, in grido a quel tempo. Il giorno 12 gli scrive: «Ho da offrirgli un romanzo, diviso in 4 volumi, che gradirei fosse pubblicato nella capitale. Il suo soggetto è: La caduta della famiglia di Svevia nel Regno di Napoli; l'epoca il 1265; il merito, quello sarà giudicato. Le condizioni della vendita del manoscritto sono: una edizione piuttosto bella che brutta, la stampa del 1º tomo avanti la metà di novembre, un numero di copie ch'Ella crederà conveniente di mandarmi.... Si faccia coraggio a stampare romanzi, perchè gli stessi Pievani della Biblioteca italiana a poco a poco diventano romanzieri, e nell'ultimo fascicolo lodano il Castello di Trezzo e promettono meditate parole su i Promessi Sposi»[34]. L'offerta non fu accolta. Il Guerrazzi allora si accordò con la tipografia Bertani, Antonelli e C. di Livorno. Il 16 ottobre del '27 uscì il manifesto di associazione. Questi i patti: quattro volumi, il primo da venire in luce al più presto, gli altri ogni quaranta giorni; prezzo, due lire toscane al volume. L'I. e R. Censore scriveva al Governatore di Livorno il 29 dello stesso mese: «L'autore ha sottoposto solo il primo tomo, che fu da me letto e approvato sotto dì 19 corrente. Mi è paruto pregevole e per la vivacità e novità dei pensieri e per la nitidezza dello stile col quale egli si sforza di emulare gli altri scrittori recenti, che hanno assunto l'incarico di ridonare alla lingua nostra il suo antico splendore; e son persuaso che, se il restante dell'opera corrisponderà al principio, questo romanzo acquisterà fama presso le persone di lettere»[35].

Il 26 di novembre un esemplare del primo volume, uscito allora di mano al tipografo, pigliava la via di Pisa, accompagnato da questa lettera al Carmignani: «Gli oltraggi che noi giovani scrittori facciamo alla carta sono maggiori di quelli che un crocchio di vecchie femmine possono fare al pudore. Questo volume, che la gentilezza vostra vorrà ben farmi grazia di non rifiutare, è una nuova prova di quanto ho detto poc'anzi.... Voi vedrete che ho fatto tesoro dei vostri consigli intorno allo stile: riguardo a ciò che mi avvertiste sul tentare il pubblico con piccoli racconti, non ho potuto». Un altro esemplare fu dal Guerrazzi stesso portato a Firenze, e con le proprie mani lo presentò a Leopoldo II Granduca di Toscana. «Si sappia» (così in una lettera al Governatore) «com'io, terminato appena il primo volume della Battaglia di Benevento, mi partii da Livorno, e andai ad offrirlo, in segno di riverenza e di amore, al buon Sovrano, ed egli lo accettava cortese, ed ogni qualvolta mediante il sig. cav. Giuseppe Sproni gli feci presentare i volumi successivi, si degnò sempre parteciparmi la sua paterna benevolenza»[36]. Il 31 gennaio del '28 pregò il Carmignani «di accogliere cortese il secondo volume del romanzo»[37]. La lettera con cui gli accompagnò il terzo è perduta; il quarto e ultimo glielo mandò il 2 di maggio[38].