Il Guerrazzi dava lode a Carlo Leoni di Padova di avere lui solo côlto «il vero spirito» de' suoi scritti; e il vero spirito era questo: «Io non ho voluto fare romanzi, ma poemi in prosa». Il Leoni, peraltro, sfondò una porta aperta. Fin dal primo apparire della Battaglia lo Zaiotti nella Biblioteca italiana[39] aveva scritto: «poesia vera è la sua prosa»; notava Niccolò Tommaseo nell'Antologia: «L'importanza dell'argomento, la novità del lavoro, meritano che il ch. A. si consideri non come romanziere, ma come poeta e l'opera sua come una nuova epopea»[40].
La Battaglia (son parole del Guerrazzi) «incontrò fortuna oltre il suo merito e fu il Beniamino della critica». Infatti lo Zaiotti la chiama: «libro affatto singolare»; ne riconosce «gli ammirabili pregi», le «nuove e somme bellezze»; e nell'autore «un ingegno sì nobile». Il Tommaseo trova che «l'energia del disegno si svolge con sempre nuovo calore ed impeto, nelle immagini e negli affetti»; per lui la «sicurezza, con la quale il Poeta si lancia agli estremi e li passeggia, a dir quasi, è mirabile». E soggiunge: «ci sarà dell'avventato, dello strano, dell'esagerato; chi 'l nega? ma c'è del vero; e profondo; e di quello che mostra verissima la presenza del genio». Nota «la forza, la concisione, la disinvoltura e l'armonia dello stile, che trasse dal trecento quel tanto che convenisse al soggetto, e ve l'adattò con grand'arte e potenza»; non senza però «una certa affettazione di forza, che tien del convulso; ma i difetti, la lima e l'età posson torli; i pregi vengono dal fondo dell'anima». Giuseppe Mazzini scrisse: «E moto e vita e genio sono in questa storia della Battaglia di Benevento.... A qualunque leggerà i quattro volumi che la compongono, non accecato da pregiudizi, non inaridito dalla bassa invidia, sarà forza esclamare con noi: questi è chiamato a grandi cose dalla natura.... Lo stile ha sempre un'impronta originale di severità, sovente d'una profonda energia; v'hanno pagine intere dove ogni vocabolo cova un'idea, e una di quelle idee, che, com'altri disse, abbrucian la carta. È stile insomma d'uomo che tenta rompere il sonno a' giacenti». De' difetti, sul più grave e dannoso, posò il dito per il primo: «Bella suona la rampogna dei forti all'orecchio dei neghittosi; bello è lo sdegno, quando cova nel petto d'un generoso un nobile fine di miglioramento; ma non s'adegua un tal fine col gridare ad una gente caduta in fondo:—travolgiti eternamente nel fango; non v'ha speme di risorgimento per te—odio l'uomo, che può intuonare sulle rovine l'inno della gioia; ma tra la gioia e la disperazione, la natura pose lo sdegno e il dolore: lo sdegno, che non getta in fondo, ma incita; il dolore, che geme e si lagna, ma lancia talora un guardo di speme nell'avvenire, perchè anche sul terreno dei vinti germogliano le rose della speranza. O giovane! tu hai possanza d'immaginazione e di cuore e di mente.... Non offuscare queste tue doti colla nube della disperazione, perchè essa fa del creato un deserto... Ricordati che il fine d'ogni scrittore è d'illuminar commovendo; e che ogni scossa è soverchia, dove non riveli un profondo vero; inutile ogni quadro, se dal fondo non penetri il raggio della speranza»[41].
A queste parole fecero eco l'Antologia[42] e la Biblioteca italiana. Il Guerrazzi, che prevedeva l'accusa, mettendo le mani avanti, così aveva scritto al Carmignani: «Non so se le proteste che principiano e conchiudono il libro vagliano a scusarmi degli amari pensieri che vi ho sparso per entro; certo sono andato più oltre di quello che soglio meditare su le condizioni umane; ma il dolore, che mi ha lungo tempo travagliato, mi scusi—un amico diletto, giovane di alte speranze, instruito in cinque lingue straniere all'età di venti anni, Carlo Bini, ferito a tradimento di tre colpi mortali, stette per quarantatre giorni in pericolo di vita.—In questo tempo[43] fu scritta la maggior parte dell'opera:—passava il giorno al suo capezzale, le notti a gittare tumultuosamente su la carta ciò che l'anima aveva sentito nelle pietose visite. D'altronde poi non v'è scelleratezza descritta nel mio romanzo che non sia avvenuta nel mio paese, che fatalmente, spogliando quell'indole mansueta, tanto celebrata dai viaggiatori tra gli altri toscani, ha assunto la ferocia per la quale una volta andavano detestati i genovesi.—Qui, cosa incredibile, è diventato il ferire un diletto, le uccisioni un titolo di gloria. Sperano i buoni nella severità del Governo, e insieme con la provvidenza pregano dal cielo un par di forche in piazza grande—siano esauditi i loro voti».
Nella prefazione poi alla quindicesima ristampa, fatta a Firenze nel '52, e curata da lui stesso con ritocchi di lingua e di stile, confessa: «Rileggendo adesso la Battaglia di Benevento parmi libro ardentissimo e non di bella fiamma: vi traspira dentro un certo sgomento, per nulla naturale alla età in cui lo dettai.... e un alito di dubbio, il quale appena si perdona agli uomini i quali, sviati dalle decessioni, si sentono sazii di vita; fra tutti i tristi peccati, pessimo. Di ciò ne incolpo tre cose principalmente; i molti guai che me fino dai primi anni inasprirono, e la pazienza corta a sopportarli[44]; la condizione dei tempi, che parve agli inesperti irrimediabile; e il culto che professavo e professo ancora a Giorgio Byron[45]. Ma se questo basta alla scusa, non basta alla lode». Con la stessa penna, con la quale faceva questa nobile ammenda, stava allora scrivendo la Beatrice Cenci. Fidatevi, se è possibile, degli atti di contrizione de' romanzieri!
Un «gran schiccherar di romanzi» aveva fatto, prima del Manzoni, del Varese, del Bazzoni e del Guerrazzi, Davide Bertolotti, «il redivivo abate Chiari», come lo chiama la Biblioteca italiana[46]. Racconta nella propria autobiografia, che «procacciata» a' suoi scritti «la grazia del sesso gentile», corse «più risolutamente l'umana palestra», pubblicando «viaggi dilettevoli e romanzi d'amore». Di questi ricorda l'Isoletta dei Cipressi, il Ritorno dalla Russia, il Tappeto nero, l'Amore infelice, le Due sorelle e «molte altre novelle»; non che «la Calata degli Ungheri in Italia, romanzo storico, ed Amore e i Sepolcri»; e soggiunge: «forse la ingrata dimenticanza cuopre ora questi libri, e la presente generazione gl'ignora; ma chi asserisse ch'essi fecero la delizia della generazione che ora si spegne, non si dilungherebbe troppo dal vero. Giorni felici, in cui la fortuna non aveva per me che sorrisi!»[47].
Inviando un esemplare della Calata degli Ungheri[48] a Giuseppe Acerbi, direttore della Biblioteca italiana, gli scriveva il 5 febbraio del 1823: «Esso è il primo romanzo originale istorico che sia comparso a luce in Italia. Questo è il solo titolo per cui mi lice raccomandarlo alla tua benevolenza. Desidero che il libro si raccomandi meglio da sè». Il Bertolotti, «attingendo al Muratori e al Sigonio», volle esser de' primi a imitare lo Scozzese; però, come nota l'Albertazzi, «si accosta già al Visconte d'Arlincourt, grande inventore di sensazioni forti e di agitazioni sentimentali, il più romantico seguace dello Scott»[49].
Uno dei romanzi pubblicati in Italia prima de' Promessi Sposi attirò l'attenzione del Manzoni, e tanto gli piacque, da copiarne perfino di sua mano la recensione che n'era stata fatta: forse uscita dalla penna del Grossi[50]. È la Storia di Clarice Visconti, Duchessa di Milano, che Giovanni Agrati finse di aver tradotto dal francese[51]. La recensione diceva: «Que' che si sono addimesticati colla lettura dei romanzi di Richardson e di Laclos, troveranno forse di soverchio semplice la Storia di Clarice Visconti, tutto il cui merito consiste appunto in tale semplicità di condotta, di stile, di accidenti, che molto s'accosta a quella della natura, e quindi alla verità. Tale è il destino, come delle belle arti, così delle belle lettere, che ove audaci ingegni abbiano una volta spinto le produzioni di esse a certo grado di artifizio e di raffinamento, più non lasciano all'inebriato intelletto la facoltà di gustare le bellezze semplici e primitive della natura, le sole per altro cui sia dato di lungamente e innocuamente toccarci. Così a raffinatissimi ingegni, dopo le letture di Tasso, o d'Ariosto, accade spesso che sfuggano le bellezze d'Omero. A' giorni nostri un seguace di Mozart, che tutto dona all'armonia, trova stucchevole quell'aria di Cimarosa, il cui bello riposa tutto nel semplice della melodia, cioè a dire nella imitazione della natura. E così un gotico architetto riderebbe oggidì della miseria dei nostri palagi, come un palato avvezzo a cibi squisiti, sarebbe insensibile al moderato salubre tocco di cibi più semplici. Che che sia però della semplicità, o a meglio dire della naturalezza, della Storia di Clarice, noi siam d'avviso che chi avrà letto le prime pagine, difficilmente poserà il libro prima di aver raggiunta la fine. Questo è almeno quanto a noi stessi è avvenuto, essendoci fatti a leggere questo grazioso libretto senza prevenzione di sorta. Ma noi non anticiperemo nulla sul contenuto di esso, nè molto meno ne daremo un'analisi; non volendo defraudare i suoi lettori, di quella parte di piacere che in fatto di romanzi risulta dalla novità. Solo per dare, fra i molti che si potrebbero, un saggio di quella semplicità, di cui abbiamo parlato, riferiremo la lettera in cui l'ammiraglio Bonnivet rivela la sua passione a Clarice Visconti. Avendosi questa lasciato uscir di bocca, in certa conversazione, che lo spirito, tanto decantato, dell'ammiraglio, non le pareva corrispondere alla fama che n'era corsa, e ciò pervenuto a di lui orecchio, così le scrive: Sono lietissimo che vi siate accorta ch'io manco di spirito. Anzichè disingannarvene, vi scrivo per confermarlo; perchè tosto ch'io vi veggo, o penso a voi, tutti i miei sensi si turbano, il mio cuore viene agitato da mille pensieri diversi, e mi trovo sì imbarazzato e confuso, che non ho più lena a parlarvi. Non mi biasimate dunque di un difetto, di cui siete voi stessa cagione. Io sono deciso di non emendarmene mai più, amando meglio mancar di spirito finchè vivo, che cessar d'amarvi. In questa lettera non vi sono disperazioni amorose, non frasi affettate, non ricercate parole, con cui si maschera sì spesso la povertà delle idee, e per questo lato può servire oggidì di lezione a molti scrittori.
«Ma perchè non si creda voler noi spacciare la produzione del signor Prechac, come esente da ogni difetto, laddove ad altri non sarà malagevole il rinvenirne, noi confesseremo di averne pur rinvenuti; e citeremo il più grave a nostro avviso, quello ove l'autore dà in isposa al Duca Sforza la nostra Clarice, contro ogni verità della storia. Vero è che Prechac, il quale intitola storia il suo libro, dà chiaramente a divedere di aver voluto scrivere un romanzo. Ma noi dimandiamo, se anco in romanzi sia poi lecito servirsi di nomi veri, per narrar fatti dalla verità cotanto lontani.
«Ma chi è questo Prechac autore, del romanzo?—Noi abbiam consultato i dizionari, scossa la polvere di qualche armadio nelle biblioteche, e non trovammo Prechac. Sarebbe dunque autore il preteso traduttore? Ce lo farebbero sospettare le note, cui il traduttore confessa per sue. Di molta e schietta erudizione vanno adorne codeste note; di molte ardite e il più delle volte giuste riflessioni sono piene; e assai rischiarano la storia vera dei tempi cui si riferiscono; donde nascerebbe non irragionevol dubbio, dopo averle ben lette, che il romanzo sia stato, per così dire, un pretesto, e le note lo scopo. Se così è, noi ci rallegriamo col signor Agrati, autor probabile del romanzo, ed autore confesso delle note. Per giustificare, almeno in parte, il nostro giudizio sul valore di queste note, noi ne citeremo due soli passi. Nel primo si parla del magno Trivulzio. Nella guerra egli era la perla dei capitani del suo secolo, per usare l'espressione del sig. Thevet; e il maestro di tutti i grandi uomini francesi che militarono con lui e sotto di lui. Terribile in campo e in faccia al nemico, intrattabile in pace, e inaccessibile agli amici e a quelli stessi che lo avevano beneficato nell'avversa fortuna, imperterrito nei disastri, piccolo e vile negli avvenimenti lieti; protettore degli uomini di lettere, orgoglioso e inquieto, senza carattere, e chiamato da alcuni l'uomo a tre faccie, per avere egli servito gli Sforza contro gli Aragonesi, gli Aragonesi contro i Francesi, e i Francesi contro gli Aragonesi e gli Sforza; tale è l'idea che ci possiamo formare del magno Trivulzio dalla di lui vita, scritta dal signor cav. de Rosmini, con bellezza e fedeltà storica degna di lode. Nel secondo si parla dell'Italia. Tale a un dipresso era la condizione a cui venne ridotta in quel tempo l'Italia. Gli stranieri, dopo varie vicende, poco dissimili da quelle dell'Italia stessa, divennero saggi, e pensarono a fortificarsi e ad unirsi nel loro paese... Gli stranieri, cui gl'Italiani volevano espellere dal loro suolo, se ne impadronirono, e fecero sentir loro il torto di averli chiamati barbari. I barbari, che così venivano designati i Tedeschi, i Francesi e gli Spagnuoli, salirono tant'alto, chi nel sapere, chi nel vero essere di nazione, che si lasciarono, sotto questo riguardo, molto al disotto la bella e troppo orgogliosa Italia; la quale andava intanto, e va forse pur ora gridando essere stata la prima nazione, la maestra del mondo. Credendosi gl'Italiani col pensiero sempre là dov'erano un tempo, divennero di fatto più forestieri a loro medesimi di quello che fossero i Milanesi cogli Spagnuoli, i Piemontesi coi Francesi, e i Napoletani coi Greci, e oserei dire coi Turchi; desiderando gli Spagnuoli quando avevano i Francesi, e desiderando i Francesi e i Turchi quando avevano gli Spagnuoli o i Tedeschi».