Il merito d'aver dato all'Italia il primo romanzo storico sarebbe toccato a Cesare Balbo se tirava a fine la sua Lega di Lombardia[52], incominciata tra il 1815 e il 1816[53].

III.

Come e perchè balenò alla mente del Manzoni il pensiero di scrivere un romanzo, e di scriverlo pigliando per soggetto la Lombardia nel sec. XVII?

Il Cantù ebbe a dire: «Se si ricordino i legami della famiglia Manzoni colla Filangieri di Napoli, acquista alcuna probabilità l'ipotesi lanciata da Camillo Ugoni, che Manzoni abbia tratto o il concetto o l'impulso da un passo di Gaetano Filangieri, ove per l'educazione del popolo raccomanda i romanzi storici»[54] Nella vita che di Camillo Ugoni scrisse il fratello Filippo si legge: «Ci fa poi sapere nel suo articolo su Filangieri che la prima idea dei Promessi Sposi venne al Manzoni, o crede venisse, dalla lettura ch'ei faceva con grande amore, mentre era tuttavia giovane, della Scienza della Legislazione e precisamente del capo X articolo 3º intitolato: Letture da proporsi ai fanciulli, ove il Filangieri esprime il voto di vedere scritto un romanzo, quale è riuscito, e certo riuscì ben sopra ai desiderii dell'illustre napoletano, quello dei Promessi Sposi»[55]. Peraltro, Camillo Ugoni non si è mai sognato di scrivere ciò che il fratello Filippo e il Cantù gli fanno dire. Quello che dice è questo: «il Filangieri, parlando del sonno, e concedendolo lungo di ben dieci ore alla infanzia che ne abbisogna, lo vien poi scemando per gradi coll'età, e, tenendo ferma per tutta la vita l'ora della svegliata, lo sottrae all'ora del porsi a letto. Per rimuovere poi dalla promulgata vigilia insieme col sonno anche la noia, che vuol sempre fuggirsi in una buona educazione, propone per quell'ora guadagnata sul sonno la lettura piacevole di romanzi... Ma quali romanzi? Filangieri vuole che siano storici, e che.... gli eroi ne sieno tolti dalle professioni de' fanciulli stessi.... Siamo fortunati di poter stringere in due parole la definizione che ne dà Filangieri, dicendo ch'egli avrebbe voluto de' Promessi Sposi»[56].

Avrebbe invece voluto un romanzo storico adattato all'intelligenza dei fanciulli, non de' Promessi Sposi; giacchè il Manzoni, «analizzatore fino e profondo di caratteri originalmente sorpresi nella natura, rappresentatore artisticamente immediato della realità, non è autor da ragazzi», come nota con molta ragione Giosuè Carducci[57].

Del resto, che il desiderio del Filangieri desse al Manzoni «il concetto o l'impulso» a scrivere il romanzo, è falso addirittura. Quale realmente fosse questo concetto e questo impulso l'accennò per il primo il prof. Antonio Buccellati in un libro, scritto e incominciato a stampare vivente il Poeta; ma venuto fuori pochi mesi dopo che fu morto. Ne trascrivo le parole: «Rattristato Manzoni per i rovesci del 1821, la morte e la prigionìa degli amici, disse a Grossi ch'egli, non potendo più vivere a Milano, intendeva ritirarsi colla famiglia a Brusuglio. Grossi trovò savio il pensiero del Manzoni, e se ne valse anche per suo conto, seguendo l'amico nel suo romitaggio. Tra i libri che Manzoni portava seco da Milano eravi la Storia del Ripamonti e l'Economia e Statistica del Gioia[58], in cui si trovano citate le gride contro i bravi e gli inconsulti decreti annonari. Oh che tempi!—diceva Manzoni a Grossi, segnando specialmente le pagine del Ripamonti che alludono all'Innominato—sarebbe bene porre sott'occhio in modo evidente questa istoria.... Per allora a Manzoni non brulicava in capo altra idea se non il consiglio dato da quella furbacchiona di Agnese; a questa idea si univa quella delle gride e dei bravi, di cui Gioia gli offriva la storia esposta dal Ripamonti, quella dell'Innominato e della peste, nella quale la carità esercitata da' Francescani gli suggeriva l'ideale di fra' Cristoforo. Ecco l'origine genuina dei Promessi Sposi, come con tutta semplicità esponeva Manzoni ad un suo intimo amico»[59]. Il nome di questo amico è svelato da Niccolò Tommaseo in una lettera a Carlo Morbio. «Il napoletano marchese Alfonso di Casanuova (della famiglia stessa di quel Ventignano, autore tragico e duca), giovane d'eletto ingegno e d'esemplare carità, esercitata insegnando a' bambini del popolo per infino alla morte, mi diceva d'avere da don Alessandro Manzoni, che lo pregiava e gli mostrava sin le minute dei suoi scritti immortali[60], e gli indirizzò una lunga lettera intorno alla lingua[61], d'aver sentito come gli fosse prima occasione a pensare i Promessi Sposi la lettura del Ripamonti, del quale io gli intesi, negli anni che stava componendo il romanzo, commendare il latino elegante, egli, che anco dal linguaggio de' latini scrittori ebbe ispirazione a' suoi versi. Questa lettura, che l'avrà forse più attratto co' pregi della locuzione, per riscontro provvido s'abbattè accompagnarsi con quella di un libro di Melchiorre Gioia, nel quale recavansi quelle gride di Governatori spagnuoli, che il romanzo con giustizia pia appose al collo di costoro, mettendoli in gogna cospicua a tutta la terra»[62].

Il Manzoni confidò anche a un altro degli intimi suoi il proprio segreto, al figliastro Stefano Stampa. «Un giorno ch'io mi trovava nel suo studio a terreno» (così racconta) «e ch'egli in piedi al suo scrittoio sfogliava i suoi manoscritti, venne fuori a dirmi:—Sai cos'è stato che mi diede l'idea di fare i Promessi Sposi? È stata quella grida che mi venne sotto gli occhi per combinazione e che faccio legger per appunto dal dottor Azzecca-garbugli a Renzo, dove si trovano, fra le altre, quelle penali contro chi minaccia un parroco perchè non faccia un matrimonio, ecc. E pensai, questo (un matrimonio contrastato) sarebbe un buon soggetto da farne un romanzo, e per finale grandioso la peste, che aggiusta ogni cosa»[63].

Il racconto del Buccellati, noto agli studiosi fin dal 1873, non quello dello Stampa, comparso soltanto nel 1885, fu la fonte alla quale attinsero i primi biografi del Manzoni morto, e prima di tutti Giulio Carcano. Nella commemorazione del Poeta, che lesse all'Istituto Lombardo il 27 novembre del 1873, scrive: «Chi a quel tempo, svoltando dalla piazza de' Belgioioso nella via del Morone, fosse venuto alla casa del Manzoni, la quale serbava ancora la sua negletta facciata del secolo passato[64], attraversando il cortile e il portichetto di fronte, per cercare il poeta, che la gloria salutava col primo sorriso, l'avrebbe veduto nel suo studio a terreno, a manca dell'andito che riesce in un piccolo giardino. Quello studio, le cui pareti si vedono anche oggi coperte all'ingiro da un migliaio di volumi de' classici antichi e moderni, e degli storici e filosofi d'ogni età e paese, e il giardino, ombreggiato da qualche albero antico e sparso d'alcuni cespi di fiori, furono dal principio del secolo l'asilo del poeta; e là corse animosa e non mai stanca la vita del suo pensiero. L'altro studio, di fronte al suo, egli lo aveva destinato al Grossi, che gli era come fratello, e abitava nella stessa casa. Ma pur troppo, già da tre anni, la piccola schiera, che l'amor delle lettere e della patria univa a comuni studi e a ritrovo quotidiano, s'era assottigliata: morto, nel gennaio del 1821, Carlo Porta, il poeta classico del nostro vernacolo; sepolti nelle rocche dello Spielberg, il Confalonieri, il Pellico, il Borsieri. Allo scrittore del Cinque Maggio, sospettato anche lui e vigilato da abbietti delatori, non restavano che pochi e buoni amici, il Grossi, il Torti, il Rossari. Un giorno era a Brusuglio, appunto col Grossi, e leggeva dell'Innominato nel Ripamonti e delle grida contro i bravi nel Saggio d'Economia del Gioia: riflettendo sulle miserie di que' tempi, gli balenò l'idea di ritrarli in un romanzo storico. E mentre l'autore già invidiato dell'Ildegonda stava per finire una sua diavoleria inedita di crociati e di lombardi, il creatore d'Adelchi, smessi i volumi di Liutprando e di Paolo Diacono, studiò gli economisti, per discorrere da senno della questione' de' viveri; cercò i ragguagli di tutte le pestilenze e le teorie mediche degli epidemisti e dei contagionisti, per raccontare i la peste; rovistò gli archivi ecclesiastici e civili, e le biblioteche, studiando codici e leggi, e costituzioni di quel tempo infelice. Mise da parte il disegno d'un'altra tragedia, Spartaco; e cominciò a scrivere il libro immortale, a cui pose nome i Promessi Sposi»[65].

Una cosa è da notarsi. Nè il Tommaseo, che udì il racconto dalla bocca del Casanova, nè lo Stampa, al quale lo confidò il Manzoni stesso, parlano dell'anno in cui gliene balenò il primo pensiero. Invece lo indicano il Buccellati e il Carcano; ma nell'indicarlo sono tra loro discordi. Per il Buccellati è il 1821, dopo i primi arresti de' Carbonari a Milano; per il Carcano è il 1823, quando già il Gonfalonieri e il Pellico erano sepolti nello Spielberg. Fortunatamente il Manzoni, di sua mano, prese ricordo del giorno in cui principiò e del giorno in cui finì la prima minuta del romanzo. La incominciò il 24 aprile del 1821; la condusse a termine il 17 settembre del 1823. Ha dunque torto il Carcano. Il quale poi, col restringere la lettura del Ripamonti al solo episodio dell'Innominato, mentre il Buccellati l'allarga alla peste e all'esempio invitto di carità dato dai cappuccini in mezzo all'infuriar del flagello, fu cagione, certo non volontaria, del formarsi la leggenda, che nella tela primitiva del romanzo il soggetto principale fosse appunto l'Innominato e la sua conversione, non il matrimonio di Renzo e Lucia e i contrasti che quel matrimonio ebbe a soffrire. Lo accennò per il primo, non senza qualche riserva e dubbiezza, Angelo De Gubernatis: «Il Ripamonti gli suggerì l'episodio che, fin dal principio, fissò in particolar modo la sua attenzione e poco mancò non diventasse il pernio di tutta l'opera: l'episodio dell'Innominato.... L'Innominato, che si convertiva pubblicamente nel cospetto del cardinal Federigo, era il Manzoni stesso che... confessava, anzi esagerava ai propri occhi ed agli altrui la sua antica empietà, per far più grande il miracolo della Chiesa, la quale aveva avuto la virtù di attirarlo nel proprio seno.... Ma il Manzoni dovette ben presto accorgersi che, ov'egli avesse fatto l'Innominato il centro di tutto il suo poema, oltre allo scoprir troppo sè medesimo, non avrebbe mancato di dare al suo romanzo un'aria reazionaria.... Consoliamoci dunque che abbia voluto egli stesso allargare il proprio soggetto»[66]. Più reciso nel sostener la leggenda è il Cestaro. «Il voto è la catastrofe religiosa dei Promessi Sposi. Forse n'era veramente la catastrofe, insieme con la conversione dell'Innominato, che, nel primo abbozzo del romanzo, ne doveva essere il protagonista. E forse allora i casi dei promessi non formarono che l'azione secondaria; il ratto di Lucia doveva servire alla grande opera della conversione; e l'Innominato un santo, Lucia votata alla Madonna, Renzo, chi sa? converso nel convento di fra Cristoforo»[67]. L'Albertazzi scrive: «Pare che secondo un primo disegno, il romanzo, in cui avrebbe avuta azione principale l'Innominato col rapimento di Lucia, sarebbe finito col voto della Vergine; e Renzo si sarebbe fatto soldato di ventura, portando il suo dolore, lontano, in Alemagna»[68].