.Per buona fortuna il Manzoni conservò gelosamente la sua prima minuta; tanto gelosamente che non distrusse nemmeno i fogli di scarto, che a mano a mano vi andava stralciando[69]. La parte sostanziale della prima minuta, cioè tutto quello che soppresse o mutò, si legge nel presente volume, e mostra chiaro che il soggetto e il pernio del romanzo fu il matrimonio contrastato: in una parola, la tela primitiva, salvo pochi episodi secondari, è quella che poi è rimasta nel testo definitivo.
La storia genuina dunque dell'origine del romanzo è questa. Nella primavera del 1821, il Manzoni, trovandosi a Brusuglio insieme col Grossi, mentre stava leggendo il trattato di Melchiorre Gioia Sul commercio de' commestibili e caro prezzo del vitto, fu colpito da una delle tante gride che esso riporta[70], quella del Governatore di Milano, Gonzalo Fernandez de Cordova, del 15 ottobre 1627, nella quale è detto: «mostrando l'esperienza che molti, così nelle città, come nelle ville di questo Stato, con tirannide essercitano concussioni et opprimono i più deboli in varij modi, come in operare che si facciano contratti violenti di compre, d'affitti, di permute et simili, o non si facciano; Che seguano, o non seguano matrimonij; Non si facciano, o si facciano riuscire contra la voluntà de gli offesi; Non si diano, o si diano querele; Si inuertano li processi; Si testifichi, o non si testifichi; Che uno si parta dal luogo doue habita; Che si astenga da far qualche contratto; Che quello paghi un debito; Quell'altro non lo molesti; Quello vada al suo molino; Quel Prete non faccia quello che è obbligato per l'officio suo, o faccia cose che non li toccano; Far caccia riservata senza autorità; Minacciare ouero offendere quelli che vanno a caccia; Che le Comunità eleggano, o non eleggano Officiali, o siano tali che da gli Essattori non riscuotano li carichi; Che li Officiali con la douuta libertà non essercitino o administrino la giustitia; et altre simili violenze, quali seguono da Feudatarij, nobili, mediocri, vili et plebei». Soprattutto attrassero la sua attenzione due tra i tanti delitti ricordati in questa grida (che è quella stessa che il dottor Azzecca-garbugli mostra e, in parte, legge a Renzo): il procurare che «seguano, o non seguano matrimonij», e che il prete «non faccia quello che è obbligato per l'officio suo, o faccia cose che non li toccano». E subito gli balenò alla mente il pensiero di scrivere un romanzo, che avesse per soggetto un matrimonio contrastato, e come finale la peste del 1630 e '31, che aggiusta tutto. Accarezzando poi questo pensiero, a mano a mano prese a fare uno studio diligente e minuto delle vicende di que' tempi, della vita, degli usi e de' costumi d'allora; studio che lo sforzò ad allargarne la tela, intrecciando alla descrizione della peste, la guerra del Monferrato, il passaggio delle soldatesche alemanne e gli untori; al matrimonio contrastato, i casi della Signora di Monza, il cardinal Federigo Borromeo e la conversione di Francesco Bernardino Visconti (l'innominato); casi e personaggi de' quali aveva fatta particolareggiata menzione lo storico milanese Giuseppe Ripamonti, da cui molto attinse il Manzoni, che lo stava appunto leggendo; come non mancò di attingere, in parte, dal Rivola e dal Tadino, dal Lampugnano e dal Somaglia, dal Ghirardelli e dal Cinquanta, dal Settala e dal La Croce, da' manoscritti del Vezzoli e del Cardinal Federigo, per accennare soltanto a' principali[71].
Il romanzo[72] ebbe prima il titolo di Fermo e Lucia; e poi, quando Fermo Spelino divenne Renzo Tramaglino, e Lucia e Agnese, di Zarella si mutarono in Mondella, quello di Sposi promessi; titolo che seguitò a portare durante la stampa, e fu impresso sul frontespizio e sulla copertina; ma che poi venne messo al bando, non so bene se mentre lo rilegavano, o dopo[73]. Da principio, ciascuno de' capitoli ebbe un titolo suo proprio. Il Curato di.... fu quello del primo, e Don Abbondio vi scaturì fuori bello e vestito, proprio lui, con al fianco la sua Perpetua, che prima chiamò Vittoria[74]; Fermo, quello del secondo; il terzo, prima portò scritto in fronte: Don Rodrigo, poi: Il Causidico; il dottor Azzecca-garbugli, ben inteso, che nacque come visse e vive, ma con altri nomi, essendosi chiamato a vicenda Dottor Pèttola e Dottor Duplica. Il quarto s'intitolava, prima Il Padre Galdino, poi diventò Il Padre Cristoforo, quando il nome di fra' Galdino lo dette invece al cercatore delle noci, stato fra' Canziano. Il titolo del quinto capitolo fu Il tentativo; del sesto, Peggio che peggio; del settimo, La sorpresa; dell'ottavo, La fuga; del nono, prima, Digressione, poi: Digressione—La Signora. E questo ultimo, di capitolo nono divenne il primo del tomo secondo, quando degli otto precedenti formò il tomo primo, divisando di spartire in quattro tomi il romanzo, che finì coll'uscir fuori in tre soltanto. Il secondo capitolo del tomo secondo ricevette per battesimo: La Signora, tuttavia. Col terzo il Manzoni smise l'uso d'intestare i capitoli e dette di frego all'intestature già fatte.
Il 3 novembre del '21 scriveva all'amico Fauriel: «mon roman à peine commencé a été mis de côté, et j'ai, non pas achevé, mais fait le dernier vers de ma tragédie» l'Adelchi[75]. Soggiungeva: «Pour vous indiquer brièvement mon idée principale sur les romans historiques, et vous mettre ainsi sur la voie de la rectifier, je vous dirai que je les conçois comme une représentation d'un état donné de la société par le moyen de faits, et de caractères si semblables a la réalité, qu'on puisse les croire une histoire véritable qu'on viendrait de découvrir. Lorsque des évènemens et des personnages historiques y sont mêlés, je crois qu'il faut les représenter de la manière la plus strictement historique: ainsi, par exemple, Richard Cœur-de-Lion me paraît défectueux dans Ivanhoe». Data che ebbe l'ultima mano all'Adelchi, riprese il romanzo, da più tempo rimasto interrotto e messo in disparte; e vi lavorò con ardore sempre crescente. «Je suis enfoncé dans mon roman, dont le sujet est placé en Lombardie, et l'époque de 1628 à 31»; scrisse al Fauriel il 29 maggio del '22. «Les mémoires qui nous restent de cette époque» (prosegue) «présentent et font supposer une situation de la société fort extraordinaire. Le gouvernement le plus arbitraire, combiné avec l'anarchie féodale et l'anarchie populaire; une législation étonnante, par ce qu'elle présente et par ce qu'elle fait deviner, ou qu'elle raconte: une ignorance profonde, féroce et prétentieuse; des classes ayant des intérêts et des maximes opposées; quelques anecdotes peu connues, mais consignées dans des écrits très-dignes de foi, et qui montrent un grand développement de tout cela; enfin une peste, qui a donné de l'exercice à la scélératesse la plus consommée et la plus déhontée, aux préjugés les plus absurdes, et aux vertus les plus touchantes, etc. etc., voilà de quoi remplir un canevas; ou plutôt voilà des matériaux, qui ne feront peut-être que décéler la mal habilité de celui qui va les mettre en œuvre. Mais, s'il faut périr, pérons; j'ose me flatter, (j'ai appris cette phrase de mon tailleur a Paris), j'ose me flatter du moins d'éviter le reproche d'imitation. A cet effet, je fais ce que je puis pour me pénétrer de l'esprit du tems, que j'ai à décrire, pour y vivre; il était si original, que ce sera bien ma faute, si cette qualité ne se communique pas à la description. Quant à la marche des événements et à l'intrigue, je crois que le meilleur moyen de ne pas faire comme les autres, est de s'attacher a considérer dans la réalité la manière d'agir des hommes, et de la considérer surtout dans ce qu'elle a d'opposé à l'esprit romanesque. Dans tous les romans que j'ai lus, il me semble de voir un travail pour établir des rapports intéressants et inattendus entre les différens personnages, pour les ramener sur la scène de compagnie, pour trouver des événements, qui influent à la fois et en différentes manières sur la destinée de tous, enfin une unité artificielle, que l'on ne trouve pas dans la vie réelle. Je sais que cette unité fait plaisir au lecteur; mais je pense que c'est à cause d'une ancienne habitude. Je sais qu'elle passe pour un mérite dans quelques ouvrages, qui en ont un bien réel et du premier ordre; mais je suis d'avis qu'un jour ce sera un objet de critique et qu'on citera cette manière de nouer les événements comme un exemple de l'empire que la coutume exerce sur les esprits les plus beaux et les plus élevés, ou des sacrifices que l'ont fait au goût établi. Ah! si je vous tenais, je vous ferais avaler toute mon histoire, et vous forcerais à m'aider de vos conseils; mais on ne peut ennuyer un ami qu'avec mesure, à une telle distance». Gli riscrisse il 12 settembre dell'anno stesso: «Je ne suis qu'à la moitié du 2.ᵉ vol. de mon roman et j'aurais dû, selon des calculs antécédens, être à la fin du 3.ᵉ; j'ai bien peur que je ne pourrai m'en tirer à moins de 4; mais, s'il ne m'arrive pas des profits extraordinaires d'imbécillité, je compie en être débarrassé avant la fin de février prochain». Condusse a fine il nono e ultimo capitolo del tomo terzo l'11 marzo del '23; egli stesso, per ricordo, ve lo lasciò scritto. In un'altra lettera al Fauriel, che è del 21 di maggio, diceva del romanzo: «J'en suis actuellement a la moitié du 4.ᵐᵉ et dernier volume mais l'achèvement et la correction pourraient exiger encore peut-être trois mois». Come già fu detto, soltanto il 17 di settembre di quell'anno rimase ultimato; e il Manzoni, al solito, lo notò.
IV.
In margine alla prima minuta, Ermes Visconti fece di quando in quando delle postille, che al Manzoni tornarono utili. Come gli tornarono utili le osservazioni che gli fece a viva voce il Fauriel; il quale, morta la vedova del Condorcet, Sofia Grouchy, che era la donna del suo cuore, a conforto dell'animo desolato se ne venne in Italia per riabbracciare il Manzoni, e rimase ospite suo più mesi[76]. Del romanzo così scrive Donna Giulia a monsig. Luigi Tosi il 14 gennaio del '24: «Sia detto fra noi, M.ͬ Fauriel, certamente uno dei più grandi letterati, dice che è una cosa ammirabile, e si è incontrato con Lei dicendo ad Alessandro di togliere affatto l'episodio della monaca». È vero; nel consigliare questo taglio, il Fauriel e il Tosi si trovavano d'accordo. Erano però guidati da fini diversi. Il Vescovo di Pavia, stretto di maniche per sua natura, e fatto più rigido da uno spruzzo di giansenismo, che si sforzava, ma non sempre gli riusciva di tener celato, lo faceva perchè indotto da un male inteso zelo religioso; il Fauriel, mente larga e senza pregiudizi, per ragioni di proporzioni e di estetica[77].
De' tanti ammiratori de' Promessi Sposi, il più grande di tutti, Goethe, diceva all'Eckermann: «il Manzoni ha sentimento, ma non mai sentimentalismo: le situazioni sono pure e robuste. Il suo modo di trattare i soggetti è chiaro e bello come il cielo della sua Italia. Pure, a un tratto, a proposito della descrizione della guerra, della fame e della peste, il Manzoni lascia a torto la veste di poeta e mostra lo storico nella sua nudità. Allora le sue descrizioni di cose, già per sè ributtanti, assumono la secchezza della cronaca e divengono appena tollerabili. Ebbe troppo rispetto per la realtà, e si vorrebbe accorciare quella guerra e quella fame d'un buon tratto e d'un terzo la peste. Ma appena i personaggi del romanzo ricompaiono, il Manzoni torna nella pienezza della sua gloria». Nella seconda minuta il Manzoni tagliò e ritagliò senza misericordia, ma forse non quanto l'unità del romanzo avrebbe richiesto; e ne dà egli stesso la ragione in una sua lettera dell'11 giugno del '27, scritta mentre il Trognon, auspice il Fauriel, vagheggiava tradurre in francese i Promessi Sposi. «J'approuve d'avance» (così il Manzoni all'amico) «tous les retranchemens qu'il aura crû devoir faire a ma peste: je sentais moi-même que c'était trop long, généralment parlant; mais, pour ici, c'est un caquetage de famille, qui peut avoir son prix».