Nella seconda minuta accorciò anche l'episodio della Signora di Monza, che in sostanza è un romanzo dentro il romanzo, e che non dette nel naso al Goethe, appunto perchè in esso ricompaiono i personaggi e il Manzoni «torna nella pienezza della sua gloria». Non lo tolse e fece bene. Esteticamente il Fauriel aveva ragione; ma se il romanzo guadagnava dal lato della proporzione, se acquistava dal lato dell'unità dell'insieme, che stupende pagine, che pittura insuperata e insuperabile del cuore umano veniva a perdere!

La prima stesura di questo episodio, col brano che poi stralciò, si legge nel presente volume e ne forma la parte più interessante e curiosa[78]. La figura drammatica della Signora di Monza fin dal primo apparire de' Promessi Sposi attrasse e colpì, e subito si fece strada il desiderio ardente di conoscerne le vicende «non velate dalle smaglianti vernici del romanzo, ma fredde e limpide quali le può offrire la storia»; desiderio che traeva principalmente origine dalla «speranza di vedere confermati nei particolari i casi di quella Gertrude che il Manzoni aveva confitto nel cuore de' suoi lettori quasi ricordo de' più affannosi»[79]. Cesare Cantù, che per il primo commentò i Promessi Sposi, altro non fece che tradurre liberamente» quello che ne dice Giuseppe Ripamonti: la sorgente dalla quale il Manzoni aveva attinto[80]. Svela, è vero, che la monaca colpevole e infelice appartiene alla principesca famiglia dei de Leyva, feudatari di Monza dal 1531 al 1648; fatto però già adombrato dal Ripamonti: «puellaribus annis adolescentula, sicuti tunc ferebatur, virgo sanguisque Principum in monasterium acta fuerat»[81]; e con più chiarezza dal Manzoni: «è della costola d'Adamo; e i suoi del tempo antico erano gente grande, venuta di Spagna, dove son quelli che comandano»[82]. Soltanto nel '35 gli Archivi incominciarono a dare il proprio contributo per scoprire la verità, e il primo a darlo fu quello del Conte Gilberto Borromeo Arese. Il conoscersi il nome della famiglia di lei non faceva che accrescere la curiosità; troppo «restava ancora a sapersi; e domandavasi il nome di questa donna, il tempo dei suoi errori e quanto fu lungo il castigo che la ricondusse a virtù». Il nome e il tempo l'indicò Francesco Ambrosoli, con l'aiuto di Gioacchino Crivelli, archivista appunto de' Borromeo Arese[83]; che fu largo d'aiuto anche a Pietro Custodi, il quale tirò fuori l'intimazione a Gio. Paolo Osio (l'Egidio del romanzo) di presentarsi, insieme co' suoi complici, al tribunale criminale di Milano, per esservi giudicato[84], e così svelò il vero nome dell'amante, taciuto esso pure dal Ripamonti. I documenti scoperti porsero occasione al Cantù di scendere di nuovo in campo, sia con aggiunte alle successive edizioni del suo commento, sia con lo stralciare da quello la parte riguardante la Signora e farne una pubblicazione a sè[85]; più volte ristampata[86]. Ma però, mentre da un lato, si cerca e si scopre la verità, ecco Giovanni Resini a ottenebrarla col suo romanzo, che ebbe voga e fortuna; poi il tempo ne fece la giustizia che meritava[87]; ecco Michele Maggi che in versi eleganti idealizza la Signora: ecco Francesco Mezzotti che ne fa una delle tante monache del suo racconto: Il Pozzo della Spagnuola[88].

Nel 1854 il processo originale della Signora di Monza, che si conservava gelosamente nell'Archivio della Curia arcivescovile di Milano, fu, in parte, pubblicato dal conte Tullio Dandolo[89]. Scrive nella prefazione: «ho praticato di questo manoscritto lo spoglio più scrupoloso, copiando ciò che vi riscontrai di più caratteristico, e riepilogando il resto... Attingendo ad autentiche fonti, ardii svolgere un fascio di nequizie, rimaste fin oggi tenebrose; citai nel suo testo originale una scellerata tragedia.... Io mi son uno de' più caldi ammiratori delle istituzioni monastiche, uno de' più sinceri zelatori dell'onore del cattolicismo: nè quelle istituzioni corrono pericolo, a mio avviso, di subire intacco o crollo in conseguenza d'un fatto isolato.... Che se con essersi messi sotto a' piè i voti giurati, quelle, in pria sciagurate, caddero in ispaventevol abisso di guai, come avvenne che n'uscissero salve, se non fu la efficacia di quelle istituzioni medesime che le castigarono sì da non disperarle, le percossero, ma per redimerle, e, da ultimo, le restituirono a Dio purificate?». Terminata la stampa, il Dandolo s'affrettò a inviarne un esemplare al Manzoni; il quale, scorsa che n'ebbe la prefazione, perduta la pazienza (cosa affatto insolita in lui) scriveva al male accorto editore: «Nel libro offertomi da Lei in dono questa mattina, trovo un giudizio che non può riguardare altro che me. Chi ha alzato un lembo di tal dramma spaventoso, dianzi sconosciuto, che scambia un monastero di vergini in caverna d'assassini: cosa che forse potè parere a rigoristi un argomento fornito a' mali comentarii de' nemici delle istituzioni monastiche; chi ne ha fatta clamorosa comunicazione al pubblico; chi ha lanciata la fiera tragedia ad essere aggirata nel vortice della opinione, derelitta in balìa ai contrarii parlari degli uomini; chi ne ha fatto un tanto più facil ludibrio, e accetta pastura d'oziosi, di tristi, in quanto che notevol parte ne rimase in ombra, indefinito campo a comentarii sfrenati, avrei a esser io. La conclusione voluta dalle parole che ho dovuto citare, sarebbe che il rimovere del tutto la tenda insanguinata, era una cosa necessaria a riparare tutto quel male, al quale io avrei data occasione, e la più comoda occasione. Sono ben lontano dal voler discutere, nè ora, nè mai la giustizia d'una tale accusa; ma Ella non si maraviglierà che il libro che la contiene non possa rimaner presso di me come un dono»[90].

Il colpo fu tremendo e inaspettato. Il Dandolo, peraltro, seppe cavarsela, e bene, rispondendogli lo stesso giorno (era l'8 luglio del '55): «Non ebbi intenzione di offenderla e assai m'incresce se Le recai pena. Al ricevere del suo foglio son corso dallo stampatore ed ho già presi con lui gli opportuni concerti acciò quanto Ella ha notato sia tolto via dalla intera edizione, la quale, come Le dissi, compiuta ieri, cominciava domani ad esser posta in vendita. Cessando così d'avere uno scopo la lettera che m'indirizza, Ella mi permetta di rinviarla».

La pubblicazione di questo singolare processo non mancò di levar rumore; e in Francia ne formarono soggetto di un racconto Filarete Chasles[91] ed A. Renzi[92]; in Italia ne trattò Agostino Verona[93].

Nella prefazione, scritta al Deserto tra' monti di Arcisate il 1º giugno del 1854, il Dandolo, tra l'altre cose, aveva detto: «al celebre autore dei Promessi Sposi la Signora di Monza si rese nota nelle Storie Milanesi del Ripamonti; ignorava, quando scrisse il suo immortale romanzo, che il processo da quei tremendi casi provocato, dal primo costituto all'ultima sentenza, ne' suoi manoscritti originali ed autografi, giacea contenuto in dieci grossi fascicoli polverosi, dimenticati in un tarlato scaffale d'un Archivio lombardo». Queste parole ventun'anni dopo fecero avvampare dallo sdegno Francesco Cusani. «Falso» (egli esclama) «che Manzoni ignorasse il processo. Questo non giaceva dimenticato in un Archivio lombardo, ma era gelosamente custodito in quello della Curia arcivescovile di Milano.... Uscito il libro, il Manzoni si dolse co' suoi amici di trovarvi affermato che il processo originale eragli ignoto allorchè trent'anni prima scriveva i Promessi Sposi; ed a ragione, giacchè l'asserto era falso. Sappiate, dicevami un giorno, che il processo lo tenni mesi e mesi su questo scrittoio, essendosi degnato l'arcivescovo Gaisruck di affidarmelo. Era la pura verità, nota da lungo tempo a me e ad altri; il processo l'ebbe il Manzoni per intromissione dell'abate Gaetano Giudici, che aveva molta entratura coll'Arcivescovo, trattando come Consigliere del Governo gli affari ecclesiastici»[94].

È impossibile che il Manzoni si sia lamentato con gli amici «di trovarvi affermato che il processo originale eragli ignoto allorchè trent'anni prima scriveva i Promessi Sposi», giacchè il Manzoni stesso impose al Dandolo di non manifestare che l'aveva avuto nelle mani. Tra le carte sue, ho trovato la minuta autografa di questa lettera, che il 17 giugno del '54 indirizzò al conte Tullio: «Essendomi venuto all'orecchio che in un manifesto che deve precedere la pubblicazione del di Lei scritto sul processo della Signora di Monza, si faccia menzione dell'aver io avuta cognizione del processo medesimo, profitto della bontà sua per rivolgermi direttamente a Lei, a fine di venire in chiaro della verità. Se non fosse altro che una falsa voce, confido in codesta bontà medesima per ottenere il perdono d'averla importunata senza proposito; ma se fosse altrimenti, La pregherei con ogni istanza di voler levare dal manifesto suddetto tutto ciò che si riferisca a cose dette da me confidenzialmente, e che non avrei dette di certo, se avessi potuto immaginarmi che fossero per esser rese pubbliche». Del resto, quando il Manzoni diceva al Cusani: «Sappiate che il processo lo tenni mesi e mesi su questo scrittoio», affermava un fatto vero; come affermava un fatto vero il Dandolo quando scriveva che il Manzoni ignorava l'esistenza del processo «quando scrisse il suo immortale romanzo». Il Manzoni l'ebbe in prestito dall'arcivescovo Gaisruck, col mezzo dell'abate Giudici, come asserisce il Cusani; ma l'ebbe dopo che fu pubblicata l'edizione originale de' Promessi Sposi; se ne valse, ma in piccolissima parte, per la seconda edizione fatta da lui, quella illustrata del '40. Infatti nel capitolo X, raccontando le colpe di Gertrude, accenna alla conversa, che aveva minacciato di svelare il segreto, e venne fatta sparire. Nella prima edizione si legge: «Si spedirono tosto corrieri su diverse vie per darle dietro e raggiungerla»; nella seconda invece: «Si fecero gran ricerche in Monza e ne' contorni, e principalmente a Meda, di dov'era quella conversa». Appunto dal processo aveva appreso che costei era Caterina de' Cassini nativa di Meda. Quando il Manzoni tratteggiò la figura della Signora di Monza ebbe per unica fonte il Ripamonti, e gli fu ignoto perfino il Frisi[95], che non solo svela il nome e il cognome di lei, ma quello pure dell'amante[96].

«Il Manzoni è un psicologo di primo ordine», ebbe a scrivere Eugenio Camerini; «invece di analizzare, a modo di Jouffroy, i fatti interni, ne pinge lo sviluppo, come nell'episodio della Signora di Monza, ove ci parve sempre mirabile il processo della corruzione di quell'anima. Nella Religieuse di Diderot il processo è tutto materiale, il senso si deprava e non conduce che a turpezze; qui si deprava l'anima e conduce al delitto»[97]. Il Cantù affermava: «il Manzoni anche sulle cose che toglieva da altri a prestanza metteva la sua impronta. Diderot aveva rozzamente romanzato una, fatta monaca per forza; il Manzoni il tema stesso elevò a quello stupendo studio del cuore umano e a sapientissima morale»[98]. Alessandro Luzio dice: «Il Manzoni studiosissimo, nella sua giovinezza, della letteratura francese, imbevuto dello spirito filosofico, conobbe e ammirò senza dubbio il romanzo di Diderot; e, più tardi, il ricordo di questo non poteva essere estraneo a determinare l'episodio della Monaca di Monza. Nel quale anzi dovett'essere intendimento del Manzoni di ripigliare sopra un addentellato storico il motivo della Religieuse, la violenza cioè fatta da' genitori a una figlia, ripigliarlo e svolgerlo alla sua maniera, sceverando e dalla narrazione, o addebitando al secolo, all'individuo, quanto il Diderot aveva prodotto di tristo e di odioso all'istituzione, all'idea religiosa; cercando, assai visibilmente in qualche punto, di contrapporre un'indiretta, ma efficace confutazione al libro tendenzioso del filosofo»[99]. Il Luzio si sforza di provarlo; v'impiega ingegno e acume, ma non riesce a persuadere[100].