In questi ultimi anni Carlo Casati mise in sodo che una figlia di Tommaso Marini di Genova, Duca di Terranova, andata sposa a Don Martino de Leyva, fu la madre della Gertrude de' Promessi Sposi[101]; Luca Beltrami precisò la stanza del palazzo Marino dove nacque[102]; Giovanni Vidari prese a dimostrare come l'episodio di «Gertrude sia nel romanzo, indipendentemente dal merito artistico, uno studio storico, un'analisi psicologica, un alto avvertimento pedagogico-morale»[103]; Luigi Zerbi, non contento di averla rischiarata di nuova luce con la monografia: La Signora di Monza nella Storia, volle studiare anche il suo amante[104]; e di lei tornarono a occuparsi e a scrivere Damiano Avancini[105] e Gentile Pagani[106].
Virginia (così si chiamava la madre) in prime nozze sposò Ercole Pio di Savoia, Signore di Sassuolo; ed ebbe da lui Marco e Benedetta. Mortogli ben presto, dopo un anno di vedovanza si rimaritò nel decembre del 1574 con Martino, secondogenito di Don Luigi de Leyva Principe d'Ascoli, portandogli in dote cinquantamila scudi. Martino, gentiluomo di bocca di Re Filippo II e cavaliere di Sant'Jago, aveva combattuto a Granata, a Lepanto e alla Goletta, e teneva allora il comando d'una compagnia di lance a Milano. Dal nuovo matrimonio, verso la fine del 1575, nacque Marianna (la Signora di Monza); la quale, di appena un anno, perdette la madre. Vittima della peste, Donna Virginia, con testamento del 1º ottobre 1576 la fece erede a perfetta metà col fratello Marco Pio di Savoia. Non legò che l'usufrutto della dote e un anello al marito, che di lì a poco andò in Fiandra sotto le bandiere di Don Giovanni d'Austria, lasciando sola la figlia. Il testamento di Donna Virginia dette luogo a un lungo litigio, finito con una transazione nel 1580. L'asse ereditario venne diviso in dodici parti, delle quali ne toccarono cinque a Don Martino e alla figlia; sette al Pio di Savoia. Sulla parte destinata alla figlia il padre stese avidamente la mano. Sposata in seconde nozze Anna Viquez de Moncada, aveva egli riposto ogni cura e ogni affetto nella sua nuova famiglia, composta di tre maschi e una femmina: Luigi, Antonio, Girolamo e Adriana.
Sembra che l'orfanella venisse affidata alla zia materna Marianna de Leyva, moglie di Massimiliano Stampa marchese di Soncino. Infatti l'anno stesso della morte di lei venne portata a Monza e messa in educazione nel monastero di S. Margherita. A tredici anni e tre mesi prese il velo; dopo ventinove mesi e ventotto giorni di noviziato, il 12 settembre del 1591 divenne monaca per sempre, col nome di Suor Virginia Maria. Il padre nel costituirle la dote spirituale (pagata a promesse e menzogne) finì con spogliarla del tutto. Se vi furono de' motivi di nullità nel proferire i voti, «questi motivi» (a giudizio dello Zerbi) «riducevansi a questione di giorni, giacchè è indubitato che la professione avvenne nell'età canonica». La qual cosa però non toglie «che dare il velo a una fanciulla di tredici anni e tre mesi, e farle emettere voti solenni, incancellabili per tutta la vita, a sedici, fu, è, e sarà sempre un delitto di lesa umanità».
De' congiunti di Suor Virginia Maria, il fratello Marco Pio di Savoia, «potente per le sue aderenze e di carattere orgoglioso e violento»[107], fu assassinato a Modena nel 1599, e qualcuno ci vide la mano degli Estensi; Benedetta morì in carcere a Parma nel 1617, dopo che il carnefice ebbe troncata la testa, prima al marito, Girolamo Sanvitale, poi al suo figliuolo primogenito. L'altro fratello, Don Luigi de Leyva, conte di Monza, barone di Trippi, di Racalmalma e Sabuche, lasciò manoscritta la genealogia della propria famiglia, e in essa afferma che il padre (uscito di vita a Valenza nel '99) si accasò con Virginia Marini, ma da lei non ebbe prole: «no tuvo en ella hijos»; aperta menzogna, che giustifica pienamente il Ripamonti, veritiero sempre, il quale disse: Suor Virginia Maria «alienata «adhuc domo, infensisque proximorum animis». Degli altri due fratelli, Don Antonio morì combattendo contro i Mori nella giornata di Querquenez; Girolamo fu governatore e capitano generale nel Perù; Adriana, vittima essa pure dell'avarizia domestica, venne serrata a Madrid nelle Francescane Scalze.
Ai figli di Martino de Leyva toccava a turno, di due anni in due anni, la giurisdizione feudale di Monza; giurisdizione che alla propria volta veniva esercitata anche da Suor Virginia Maria. Osserva con acume lo Zerbi: «Vivente nella necessità di rimanere al cospetto di tutti la Signora del paese, circondata da alcuni scellerati, per metà nel chiostro e per metà in pieno tribunale, non poteva di certo conservare la purezza di un sentimento innocente e ascendere da questo al mistico vaso di elezione. Cotale impossibile accordo di monaca e di contessa prova altresì che non fu l'ambizione di famiglia quella che lanciò Suor Virginia Maria nell'abisso, bensì la più sordida avarizia: non tam sua sponte guani avaritiae stimulis, come scrive il Ripamonti; e che per essa sola videsi al diadema e al manto comitale sostituiti il velo e il saio, accompagnati da un'autorità svestita d'ogni prestigio. Fu per tal modo avvicinata alle noie del mondo materiale, che toglie ogni freschezza di poetiche immaginazioni, per sostituirvi le volgarità della vita pratica. Così Suor Virginia Maria rendeva in sè stessa possibile il predominio della sensualità sulle astratte forme dell'ascetismo monastico, in una parola doveva subire gli effetti di un ambiente che erale pericoloso per ragione dirgli stessi suoi uffici».
Il Ripamonti, vissuto al fianco del Cardinal Federigo e partecipe de' suoi segreti, ebbe modo di conoscere la verità e la conobbe nella sua pienezza. Il racconto che lasciò degli amori di Suor Virginia Maria con Giampaolo Osio e dei delitti che accompagnarono quegli amori, e ne furono la conseguenza, trova conferma larghissima negli atti del processo[108]; da' quali vengono anche rischiarate di nuova luce, o messe in evidenza alcune particolarità, che il Ripamonti adombra appena, o trascura. Una, tra le altre, è singolare. Mescolato in quegli amori fu un sozzo prete, Paolo Arrigone, curato di S. Maurilio a Monza, amicissimo dell'Osio, che più volte si valse di lui per scrivere lettere e portare ambasciate all'amante[109]. Reso ardito dalla gentilezza della Signora, osò volgere gli occhi fino a lei, ma fu sdegnosamente scacciato. Furibondo e offeso, minaccia di svelare le sue tresche coll'Osio. Essa gli scrive: «Sono informata che, da quell'huomo infame e vituperoso che sej, la tua sfacciataggine è arrivata a tale colmo, che haj messo in ordine le solite tue malvagità contra l'honor mio; per il che stupischo de la clemenza di Dio, che avanti che tu ti parta dall'altare, non ti faccia sfavillar focho et portarti via da cento para di diavoli. E però sappi, per il battesimo santissimo che porto in testa et da quella che sono, che ti voglio far conossere da chi non ti conosse et mostrare perchè conto contro di me sij riparato a questo modo: et ti farò conossere per quel perverso e sacrilegho che sej, arrivato a tutte quelle insolentie che sa tutto il mondo, sino alla presuntione di tentare anco qui dentro le spose di Gesù Cristo et procurare in tutti li modi di macchiare l'honore di questo monastero, come apare dalle lettere che, in testimonio di questo, tengho rinserrate presso di me». Da' costituti suoi, da quelli delle sue compiici, dalle deposizioni delle stesse monache che covavano contro di lei astii e rancori non risulta nessuna prova che sia stata partecipe de' delitti perpetrati da Giampaolo. «Ne fu testimone esterrefatta, e nulla più», come nota lo Zerbi. Abbandonò sè stessa al delirio de' sensi: è questa la sua vera, la sua unica colpa; ma le fu un tormento per tutta la vita, e per tutta la vita la pianse.
Il Manzoni, condotta che ebbe a fine la prima minuta del romanzo—e fu il 17 settembre del 1823, come s'è visto—prese a riscriverlo; trasportando però nella nuova minuta alcuni de' vecchi brani: quelli che riteneva bisognosi soltanto di qualche ritocco, non d'un sostanziale rifacimento. Ma li tempestò talmente con la penna, mutando, aggiungendo, correggendo, da non serbare più quasi nessuna delle primitive fattezze. Rivide e corresse da per sè anche la copia, che di su la seconda minuta fece fare, da altra mano, per la Censura; della quale però non resta che il primo volume, essendo gli altri due andati dispersi. Anche la revisione delle bozze di stampa fu una faccenda seria, lunga, spinosa, fastidiosissima. Non era mai contento; mutava e rimutava di continuo. A cagione de' tardi pentimenti, parecchi de' fogli già stampati furon distrutti e di nuovo composti. L'aiutarono gli amici Tommaso Grossi ed Ermes Visconti; molto l'aiutò l'abate Giuseppe Pozzone di Trezzo, che fin dal 1819 insegnava belle lettere nel Ginnasio di Brera.
Chi raffronti insieme la seconda minuta e la copia per la Censura con l'edizione originale, fatta a Milano per i torchi di Vincenzo Ferrano, non trova che differenze di forma. La seconda minuta e la copia per la Censura, in sostanza, salvo ritocchi di lingua e di stile, sono il testo definitivo; ma un testo che è il più radicale rifacimento della prima minuta; la quale, dalle linee generali in fuori, in molte parti par quasi un romanzo affatto diverso. Ho dunque trascritto dalla prima minuta i brani soppressi, o rifatti nella seconda, e li stampo. Saranno un utile studio del modo con cui si affacciò all'immaginazione del Manzoni la tela primitiva del racconto.
Nel testo del volume do i tratti di maggiore interesse e importanza; nelle appendici ho raccolto le bricciche, perchè nulla resti dimenticato. E a queste bricciche della prima minuta ho unito, come saggio della seconda minuta, il brano riguardante l'Innominato, che poi stralciò dalla stessa seconda minuta e soppresse, sembrandogli troppo lungo e particolareggiato. La figura di questo ribaldo, che a un tratto si pente e muta vita; figura che è certo tra le più belle creazioni manzoniane, è la sola di tutto il romanzo ch'egli abbia rifatta tre volte. Il Conte del Sagrato della prima minuta, si trasmuta nell'Innominato della seconda, con fattezze nuove. Ma anche di questo rifacimento il Manzoni non si contenta; torna a tratteggiarlo per la terza volta, e riesce quello che poi è rimasto.