Finchè Lucia aveva litigato contra le persuasioni di Geltrude, questa, impegnata ad ottenere l'intento di Egidio, animata dalla disputa stessa, non aveva pensato ad altro che a giungere al suo fine. Ma quando vide il cangiamento di Lucia, quando vide la sua fede sicura, intera, amorosa, e pensò che la tradiva, quando vide la vittima andare così senza sospetto all'orribile sacrificio, un sentimento improvviso, indistinto, irresistibile le fece pronunziare quasi macchinalmente queste parole: Sentite, Lucia. Lucia ristette, si rivolse, ritornò alla grata. Ma nel momento che Lucia spese a far quei pochi passi, l'immagine di Geltrude aveva già veduto Egidio furibondo per essere stato ingannato, aveva già udite le sue imprecazioni, le sue minacce, s'era già pentita del suo pentimento, e quando Lucia ristette alla grata per intendere ciò che Geltrude avesse di nuovo a dirle, Geltrude, confermata nella iniquità,—senti, Lucia, le disse, ricordati bene di tutte le avvertenze che ti ho date; procura di tenerti in mente la strada che tu hai fatta venendo qui; se fossi in dubbio, domanda con indifferenza e con franchezza a qualche buona donna che passi per via; va in modo di non dar sospetto: fatti animo: che già non è il viaggio di Madrid: va e torna presto.
—Oh, disse Lucia, Dio mi accompagnerà; e si volse di nuovo, s'avviò verso la porta, e passò la soglia.
Geltrude corse a chiudersi nella sua stanza[200]. Quivi l'abbandona il nostro autore; nè in tutto il resto del manoscritto ne fa più menzione. Noi però, trovando descritti dal Ripamonti gli ultimi casi di questa sventurata, stimiamo che monti il pregio d'interrompere un momento la narrazione principale, per accennarli. Ci sembra anzi una specie di dovere per noi, quando abbiamo raccontati i delitti, di non tacere il pentimento, di non tacere che l'orrore a noi così facilmente ispirato da quelli, la religione ha potuto ispirarlo ancor più forte e più profondo all'anima stessa che gli aveva acconsentiti e commessi. Riferiremo quei casi in compendio; chi volesse conoscerli più in particolare, li troverà esposti in bel latino nella Storia patria del Ripamonti, al libro sesto della quinta decade. Siccome egli non vi pone alcuna data, così non possiam dire di quanto sieno posteriori alle cose già da noi narrate.
La condotta, il linguaggio, l'aspetto abituale delle tre sciagurate suore, le loro stesse precauzioni per distornare i sospetti, ne fecero, com'era naturale, nascere dei nuovi, che dopo d'aver serpeggiato nel monastero si diffusero al di fuori. Due vicini di quello, che ebbero la sciagura di ricevere qualche prima confidenza di quei sospetti, un fabbro[201] ed uno speziale[202], accennarono copertamente in qualche discorso, che in un monastero del paese accadevano cose orrende e turpi: l'uno e l'altro furono trovati uccisi. Un terrore misterioso invase tutti gli animi nel monastero e fuori; ai susurri, che già cominciavano a farsi sentire nelle brigate, successe un silenzio cupo e significante, e nelle relazioni più intime, gli sguardi, i cenni, le parole sospese esprimevano o accennavano un sospetto e uno spavento comune. Questi romori, così vaghi e generali com'erano, furono riferiti al cardinale Federigo Borromeo, arcivescovo di Milano. Egli, dolente e turbato d'essere così tardi avvertito, si portò a Monza, sotto colore d'una visita generale, e venne a colloquio colla Signora, per esplorare dalle sue parole lo stato dell'animo suo; e ne uscì con più grave e più fondato sospetto. D'allora in poi, la Signora, irritata dei sospetti che vedeva starle sopra, agitata dalle certezze della coscienza, esaltata, per così dire, dal suo stesso turbamento, perdè tutta la prudenza della colpa, le sue azioni divennero affatto indisciplinate, i suoi discorsi strani, furiosi, inverecondi. La giurisdizione criminale su le persone addette allo stato religioso era allora esercitata dai vescovi. Il Cardinale fece torre la Signora da quel monastero, e trasportarla in un convento di convertite nella città[203]. Ivi l'infelice infuriò per qualche tempo: tentò di fuggire, tentò di uccidersi, ricusò il cibo, diede del capo nelle muraglie; urlava tutto il giorno, bestemmiava più di tutto il Cardinale: contra il quale tale era l'odio di lei, ch'ella ebbe a dir poscia che tutte le inimicizie che gli uomini chiamano mortali, erano un giuoco appo di quella ch'ella sentiva per lui.
Intanto lo scellerato vicino ripose il piede nel monastero, e parte colla persuasione, parte colle minacce, astrinse le altre due sue vittime a seguirlo, e di notte con esse fuggì. Ma, o fosse disegno premeditato di quell'animo atroce, o ebbrezza di scelleraggine, poco distante dal paese, in riva al Lambro, una dopo l'altra le trafisse con un pugnale, gittando l'una nel Lambro e l'altra in un pozzo rasciutto ed abbandonato nei campi. Ma le ferite non furono mortali, ed entrambe le donne furono salve per diversi eventi, e rinvenute e riposte a guarire in un altro monastero del borgo[204].
La Signora all'annunzio di tali atrocità, tutta, tutto ad un tratto, si mutò; rivolse in orrore di sè stessa, in pentimento, in dolore ineffabile, in lagrime inesauste tutto quell'impeto di furore, e da quel momento fino al suo ultimo respiro non si stancò mai di espiare almeno ciò che non poteva più riparare. Il Cardinale, ch'ella chiamò poi il suo liberatore, dovette porre un freno ai rigori ch'ella esercitava contra sè stessa; la visitò da poi e la consolò sovente. Pagò egli poi sempre le spese del suo mantenimento, perchè i parenti, come se col rifiutare quella sventurata avessero potuto scuotersi da dosso la colpa che avevano nella sua rovina, non vollero più udirne parlare. Le due compagne la imitarono nella penitenza[205]. Ma il miserabile pervertitore di tutte, bandito nella testa[206], dopo d'avere errato qua e là, cangiato più volte d'abiti e di nome, chiese asilo in città ad un amico, che lo accolse; ma come amico d'un tale uomo, o per timore, o per ottener grazia di qualche altro delitto, lo fece uccidere in un sotterraneo della casa, e presentò la sua testa al giudice, com'era prescritto dagli ordini di quel tempo, i quali nel caso dei banditi costituivano carnefice ogni cittadino, e offerivano o danari o impunità per altri delitti in mercede all'assassinio[207].