Intanto colui che aveva afferrata Lucia, ed era un bravo di Egidio[210], rimasto nella strada quando la carrozza partì, si guardò intorno, e certo che nessuno lo aveva scorto, spiccò un salto sul pendìo d'una riva, abbracciò un ramo della siepe, con un altro salto fu sull'alto della riva, e si appiattò ad un polloneto di castagni, che conservavano ancora tanto delle lor foglie da nascondere un birbone. Il primo grido di Lucia era stato inteso nei campi di qua e di là da pochi lavoratori che v'erano, e questi accorsero alla riva per guardare nella strada che fosse, ma cercando di adocchiare nascosti dalla siepe per non entrare in qualche impiccio, per non toccarne, per non essere citati come testimonj, per non immischiarsi in somma, che è il pensiero il più comune nei tempi i cui i violenti fanno la legge. Mettevano la faccia ai fori della siepe e guatavano: altri videro una carrozza che si allontanava di galoppo, e stette lì qualche tempo a seguirla col guardo, a bocca aperta; altri non vide nulla e si fermò per qualche tempo; altri, che era accorso ad un punto della via per cui la carrozza non era ancora passata, la vide venire, trascorrere, vide una bocca d'archibugio che usciva dallo sportello, e si ritirò tosto, fingendo di non aver nemmeno badato. Tornati poi a casa, raccontarono quello che avevano veduto, e si sparse la voce che qualche cosa era accaduta. Il bravo d'Egidio quando sentì tutto quieto intorno al suo nascondiglio, ne uscì per una parte che dava su una via diversa, e con l'aria d'un uomo che non ha intesa una novità, se ne andò a render conto al padrone dell'esito felice della spedizione. Egidio lo ricompensò di quattrini e di lodi, e lo mandò tosto attorno, per raccontare la novella nel modo che ad entrambi e ai loro amici conveniva che fosse creduta, o almeno per confondere il giudizio pubblico e stornarlo dalle congetture che potevano condurlo alla verità. Il bravo tolse con sè, senza saperlo, quella dea che ha tanti occhi quante penne e tante lingue quanti occhi, (debb'essere una bella dea) e si avviò. Il campo più opportuno ad un tal uomo e ad un tale uffizio, la taverna, era allora deserta a cagione della carestia che di giorno in giorno cresceva e si diffondeva in tutte le parti del Milanese. Mangiare e bere non era più per nessuno un oggetto di divertimento; era divenuto per tutti un bisogno difficile da soddisfare. Andò dunque in su la piazza, luogo sempre popolato di oziosi, ma più che mai in quell'anno calamitoso, in cui erano forzati all'ozio anche i più operosi. Quella piazza di Monza, come tutte le piazze, tutte le vie, tutti i campi della Lombardia presentava il più tristo spettacolo. Poveri di professione, che dopo d'avere invano domandato un soccorso ad uomini divenuti poveri anch'essi, stavano in fila l'uno appresso dell'altro, appoggiati ad un muro soleggiato, stringendosi di tempo in tempo nelle spalle, aggrinzati, cenciosi, aventi un bordone nella destra e tenendo stretta tra il braccio sinistro e le costole una arida scodella di legno, aspettando l'ora d'andare a ricevere quel poco nutrimento che si poteva distribuire alle porte dei conventi, dei monasteri, di qualche facoltoso caritatevole. Qua e là crocchj di artigiani senza lavoro, e di contadini quasi senza ricolto, di possidenti altre volte agiati, ma che in quell'anno sapevano di dover combattere colla fame[211]; tutti tristi, sparuti, scorati. I più rubesti, i meglio pasciuti che si vedessero, erano qualche bravi, che vivevano delle provvigioni dei potenti a cui servivano, e ai quali nessun fornajo avrebbe osato di dare un rifiuto o di richiedere un pronto pagamento. I discorsi abituali di quei crocchj erano miseria e disperazione; vociferazioni contra i fornaj e contra gli accapparratori, imprecazioni mormorate sommessamente contra i potenti, contra i magistrati, racconti di grano partito, di grano arrivato ed occultato, di morti di fame, e di tumulti in altre terre dello Stato. Pochi giorni prima una gran parte del popolo si era sollevata in Milano; e dopo quel sollevamento, estinto con le promesse e seppellito coi supplizj, si erano pubblicate leggi quali il popolo le desiderava. Questo fatto era stato in tutta la Lombardia ed era ancora il soggetto dei discorsi; e il fatto, come le conseguenze, era narrato diversamente, come suole accadere: ognuno arrecava qualche nuova circostanza, che dava luogo a qualche nuova riflessione. Ma in quel momento in Monza l'avvenimento locale occupava tutti i pensieri e tutte le bocche: in tutti i crocchj si parlava di Lucia. Il bravo si avvicinò ad uno di quelli, come uno sfaccendato, e stette ascoltando.
—Erano due carrozze di signori bergamaschi, diceva un barbassoro, accompagnate da uomini a cavallo: la giovane si mise a fuggire pel campo di Martino Stoppa, ma fu raggiunta e portata via di peso. E continuò, con voce più sommessa, in aria misteriosa: debb'essere qualche gran tiranno bergamasco.
—Io ho inteso da chi l'ha inteso da uno che v'era, disse un altro, che le carrozze erano tre, e che la gente le fece fermare, ma quei signori misero fuori gli archibugj, e allora, mi capite, i galantuomini hanno dovuto dar luogo.
—Poh! disse il bravo, vedete un po' come le cose si contano. A me ha detto uno là (accennando un crocchio lontano) che la giovane era d'accordo, che si era trovata lì per andarsene, e che quegli che l'ha portata via era un suo innamorato.
—Oh, disse uno, se la cosa fosse così se ne sarebbe andata senza schiamazzo.
—No, rispose il bravo, perchè aveva promesso ad un altro per far piacere ai suoi parenti; e voleva far credere di esser rapita. Così dicono quelli che pretendono d'essere informati.
—Ohè! disse un altro barbassoro, che la fosse una mostra per ingannare i merlotti!
Questa opinione, dopo un breve dibattimento, prevalse; perchè essendo quella che supponeva nel fatto una malizia più raffinata, veniva a supporre più fino accorgimento in chi la teneva: e chi l'avesse rifiutata poteva passare per un semplicione da lasciarsi ingannare alle più grossolane apparenze di virtù.
Quando il degno servitore di Egidio vide che la sementa non era gittata in terreno sterile e che avrebbe fruttato, si spiccò da quel crocchio, dicendo: Oh avete il buon tempo voi altri; per me m'accontenterei che sparissero tutte le giovani, purchè venissero pagnotte abbastanza. Quegli altri ad uno ad uno se n'andarono chi qua, chi là a riferire la storia; si disputò assai; le opinioni rimasero divise, ma la più preponderante fu quella che dava occasione di ragionare profondamente sulle astuzie delle donne che fanno la semplice, sulla dabbenaggine della Signora, che aveva raccolta quella mozzina. Il tiro della povera Lucia fu raccontato con mille particolari; si riferirono di lei mille altre astuzie. Il romore giunse ben presto al monastero; già la fattora, tornata a casa, non trovando Lucia, sulle prime pensò ch'ella fosse andata alla chiesa del monastero; non vedendola poi ricomparire, stava per andarne in cerca, quando s'intese che Lucia era stata rapita, o si era fatta rapire. Il monastero fu sottosopra. La Signora (quando ci siamo rallegrati di non aver più a parlarne ci era uscito di mente che avremmo dovuto far qui menzione di essa: ma ce ne sbrigheremo in due parole) la Signora, a tutto addottrinata, fece le maraviglie, mandò gente in cerca, non volle credere che Lucia le avesse fatto un tiro di questa sorta, disse che era pronta a mettere la mano nel fuoco per quella ragazza. Mandò finalmente a chiamare il Padre Guardiano che gliel'aveva raccomandata. Ma il Padre Guardiano, al quale erano pur giunti i diversi romori del fatto, era in istrada, per udire dalla Signora come la faccenda fosse. La Signora si mostrò con lui come con gli altri tutta maravigliata: disse che sperava ancora che Lucia verrebbe, che sarebbe una di quelle tante ciarle che mettono attorno gli scioperati. Se m'avesse ingannato.... aggiunse; ma non lo posso credere di quella ragazza. Ad ogni modo io sono tanto più afflitta di questo tristo accidente, in quanto io aveva pensato seriamente ad ajutare questa povera giovane, e credeva di aver trovato ajuti nelle mie aderenze per metterla al sicuro dal suo persecutore. Aveva anzi molto desiderio di sentire il parere del Padre Guardiano, ma ora questi disegni non servono più a nulla.
È chiaro che la Signora gittò queste poche parole, per potere in caso spiegare la commissione da lei data a Lucia, se mai questa potesse un giorno rivelarla: per potere allora far vedere che non era stato un pretesto per allontanarla e darla in mano ai rapitori. Ma della commissione la Signora non ne parlò al Guardiano; probabilmente perchè non voleva che si dicesse che Lucia si era posta su quella strada per suo ordine, e ne nascesse qualche sospetto. Se questa fosse una storia inventata non mancherebbe certamente qualche lettore il quale troverebbe un gran difetto di previdenza nella perfidia ordita da Egidio e dalla Signora, poichè se Lucia avesse un giorno potuto parlare, se si fosse risaputo che quando fu presa ella andava per ordini di Geltrude, quanto maggior sospetto non sarebbe caduto sopra di questa per avere essa taciuta al Guardiano una circostanza tanto importante, della quale doveva così ben ricordarsi, che non avrebbe certo dissimulata se avesse operato schiettamente. Quei lettori i quali vorrebbero che in una storia anche le insidie fossero fatte perfettamente, se la prenderebbero coll'inventore, ma questa critica non può aver luogo, perchè noi raccontiamo una storia quale è avvenuta. Del resto, questo stesso difetto ci dà il campo di porre qui una riflessione consolante, in mezzo ad un sì tristo racconto: che è un disegno sapientissimo della Provvidenza, rotolatrice del mondo, che le perfidie le più studiate a danno altrui, non sono mai tanto bene studiate, tanto bene eseguite, che non rimanga sempre qualche traccia della mano che le ha ordite. L'uomo che intraprende una buona azione, quando sia un po' avvezzo a riflettere, prevede sovente che non sarà senza inconvenienti; i birbanti avrebbero una parte troppo buona nelle cose di questo mondo se dovessero nelle loro birberie essere esenti da ogni perplessità[212].