—Come! disse Federigo, non conoscete Lucia Mondella, vostra parrocchiana, che era scomparsa...?
—Monsignore sì; rispose tosto il curato, che non voleva passare per un pastore spensierato.
—Or bene, rallegratevi, disse il Cardinale, che Dio ce la restituisce: e questo signore, continuò (accennando il Conte), è lo stromento di che Dio si serve per questa opera buona. In altro momento voi mi informerete dei casi e delle qualità di questa giovine.
—Ahi! ahi! pensava fra sè Don Abbondio. Bell'impiccio a contar la storia! Questa donna è nata per la mia disperazione.
—Per ora, proseguì Federigo, quello che preme è di riaverla e di riporla nelle braccia di sua madre, e in casa sua, se potrà esservi sicura. Andrete voi dunque con questo mio caro amico (e così dicendo prese la mano del Conte, il quale lasciava dire e fare, troppo contento che un tal uomo lo governasse e parlasse per lui), andrete al suo castello, accompagnando una buona donna di questo paese, che ricondurrà quella giovine nella mia lettiga. Per far più presto, darò ordine tosto che due delle mie mule sieno bardate per voi e per lui. Vedete, continuò egli coll'accento di chi è compreso di ciò che dice, vedete che in mezzo alle tribolazioni, ai contrasti, agli affanni del nostro ministero, Dio ci prepara talvolta consolazioni inaspettate; e servi inutili, che noi siamo! pure ci adopera in opere nelle quali il bene è visibile, ci vuole cooperatori della sua provvidenza misericordiosa.
Le parole del Cardinale potevano essere belle, ma in questo caso erano veramente perdute; Don Abbondio, all'udire un tal ordine, sentì tutt'altro che consolazione, si trattava di ricondurre in trionfo, alla presenza dell'arcivescovo, quella Lucia nelle cui avventure egli si trovava intrigato un po' sporcamente, nella cui storia era parte, e in un modo e per motivi di cui l'ultima persona a cui avrebbe voluto render ragione era certamente quel Federigo Borromeo. Ma questo non era ancora il peggio: si trattava di far viaggio con quel terribil Conte, di entrare nel suo castello e senza saper chiaramente a che fare. Tutto ciò che il curato aveva inteso raccontare in tanti anni della audacia, della crudeltà, della bizzarria, della iracondia di costui si affacciava allora alla sua immaginazione e metteva in moto tutta quella sua naturale paura. Ma questa timidezza stessa poi non gli permetteva di rifiutare, di fare ostacolo ad un ordine così preciso dell'arcivescovo, in faccia a colui che ne sarebbe offeso. Vedendo poi quello pigliare amorevolmente la mano del terribil Conte, Don Abbondio stava guatando come un ospite pauroso vede un padrone di casa accarezzare sicuramente un suo cagnaccio tarchiato, ispido, arrovellato, e famoso per morsi e spaventi dati a cento persone; sente il padrone dire che quel cane è bonaccio di natura, la miglior bestia del mondo; guarda il padrone e non osa contraddire, per non offenderlo, e per non essere tenuto un dappoco; guarda il cane e non gli si avvicina, perchè teme che al menomo atto quel bonaccio non digrigni i denti e non si avventi alla mano che vorrebbe palparlo; non fa moto per allontanarsi, perchè teme di porgli addosso la furia d'inseguire; e non potendo fare altro, manda giù il cane, il padrone, e la sua sorte, che l'ha portato in quel gagno, in quella compagnia. Tali erano i sensi e gli atti del nostro povero Don Abbondio. Pure, componendosi al meglio che potè, fece egli un inchino al Cardinale per accennare che obbedirebbe, e un altro inchino al Conte, accompagnato con un sorriso, che voleva dire: sono nelle vostre mani; abbiate misericordia: parcere subjectis. Ma il Conte, tutto assorto nei suoi pensieri, sbalordito egli stesso di tanta mutazione, intento a raccogliersi, a riconoscersi, per così dire, agitato dai rimorsi, dal pentimento, da una certa gioja tumultuosa, corrispose appena macchinalmente con una piegatura di capo, e con un aspetto sul quale si confondevano tutti questi sentimenti in una espressione oscura e misteriosa, che lasciò Don Abbondio ancor più sopra pensiero di prima.
Il Cardinale si trasse in un angolo della stanza col Conte, che teneva per mano, e gli disse: Vi pare egli, amico, che la cosa vada bene così? Siete contento di queste disposizioni?
—E che? rispose il Conte, commosso e umiliato, dopo aver tanto tempo fatto il male a modo mio, dovrei ora dubitare di lasciarmi governare nel ripararlo? e da Federigo Borromeo?