—Da Dio tutti e due, rispose questi, perchè siamo due poveretti. Andate, continuò poi con tuono affettuoso e solenne; andate, figliuolo mio diletto, a toglier di pene una creatura innocente, a gustare i primi frutti della misericordia; io v'aspetto, voi tornerete tosto, non è vero? noi passeremo insieme tutte le ore d'ozio che mi saranno concesse in questa giornata?

—Se io tornerò? rispose il Conte. Ah! se voi mi rifiutaste, io mi rimarrei ostinato alla vostra porta come il mendico. Ho bisogno di voi! Ho cose che non posso più tener chiuse in cuore, e che non posso dire ad altri che a voi. Ho bisogno di sentir quelle parole che voi solo potete dirmi.


IX.

Liberazione di Lucia.

Scesi [il Conte del Sagrato e Don Abbondio] nel cortiletto della casa parrocchiale, trovarono la lettiga con entro la donna, instrutta dal buon curato, e presso alla lettiga le due mule, tenute per la briglia da due palafrenieri. Salirono entrambi in silenzio; i lettighieri uscirono, per porsi sulla via che conduceva al castello; e i due cavalieri su le mule, sempre guidate a mano dai due palafrenieri, la cui compagnia fu molto gradita a Don Abbondio, seguirono posatamente la lettiga.

La casipola del curato era, ed è tuttavia, attergata alla chiesicciuola di quel paesello: la cavalcata, per porsi in via, doveva girare il fianco della chiesa e passare davanti alla fronte, sulla quale è voltato un arco che, appoggiandosi dall'altra parte sul muro della strada, forma tetto sopra di questa.

Già sulla porta del curato cominciava la folla di coloro che non potendo capire in chiesa, nè stare in luogo dove si vedesse quello che vi si faceva, cercavano almeno di starvi più presso che si potesse. Quella pompa singolare si affacciò alla turba, e i lettighieri, che erano contadini del luogo, domandarono il passo ai primi che lo impedivano, con un certo garbo inusitato, che era loro ispirato dal sentimento indistinto che servivano a qualche cosa di santo e di gentile, dall'aver veduto il Cardinale, dalla commozione che appariva su tutti i volti. La folla faceva largo, guardando ognuno quella comitiva con maraviglia e con curiosità e il Conte con un riserbo che non era più quel solito terrore. Così pian piano la comitiva si avanzava, quando giunse sotto il portico, dove si dovette rallentare ancora più la marcia per la folla di popolo chiusa fra i due muri; il Conte, guardando nella chiesa dalla porta che era spalancata, si trasse il suo cappello piumato, e inchinò la fronte fino sulla chioma della mula: atto che eccitò un mormorio di gioja e di stupore nel popolo che poteva vederlo, e si propagò per tutta la folla, ognuno raccontandone il motivo ai suoi vicini. Don Abbondio si trasse pure il suo gran cappello senza piume, s'inchinò, sentì i suoi confratelli che cantavano, e provò, forse per la prima volta, un sentimento d'invidia in una tale occasione. Oh quante volte, diss'egli in cuor suo, queste funzioni mi son parute lunghe come la fame, e non vedevo l'ora d'andarmene in sagrestia a piegare la mia cotta, e adesso terrei volentieri di star lì a cantare fino a sera, in quella santa pace, e invece bisogna andare.... Ma Dio benedetto!—sciamò egli internamente come l'uomo che è vivamente penetrato dal sentimento che gli si fa torto—giacchè m'avete ficcato in questo impiccio, almeno, almeno, ajutatemi.