I lettighieri, che avevano deposta la lettiga, ascoltata a borra aperta questa arringa, ripresero le cinghie su le spalle, continuarono la loro strada, le mule seguirono, e si giunse alla porta del castello.
Gli scherani del Conte, che al suo avvicinarsi al castello s'incontravano sempre più frequenti, già stupiti di quel suo uscir solo al mattino in un giorno di tanto movimento e di tanto concorso, lo erano ancor più allora di vederlo tornare al seguito d'una lettiga chiusa, a paro d'un prete, con quelle cavalcature sconosciute: ma quello che portava al sommo il loro stupore si era di vedere il loro padrone senz'armi. Quella partenza aveva dato luogo a molte congetture, e fatta nascere una aspettazione di qualche cosa di nuovo, ma il ritorno, invece di soddisfare la curiosità, la cresceva e la impacciava da vantaggio. Era una preda? Come l'aveva fatta il padrone solo? e perchè il vincitore tornava disarmato? O che diamine era? Chinandosi umilmente davanti al padrone, che passava, cercavano essi di spiare sul suo volto qualche indizio di questa faccenda, ma il volto del Conte era impenetrabile: e gli scherani rimanevano a guardarsi l'un l'altro con la bocca aperta.
Alla porta, il Conte scese dalla mula, e fece cenno di fare altrettanto a Don Abbondio, che lo guardava attentamente, appunto per non perdere un cenno; e veduto questo, si lasciò tosto sdrucciolare dalla sua mula. Il Conte disse ai palafrenieri: aspettate qui; disse al curato di seguire la lettiga; andò egli dinanzi, e disse ai lettighieri: seguitemi. Tutto si fece come egli aveva imposto: il Conte entrò col suo seguito nel cortile, si avviò alla stanza dov'era Lucia, ed entrato in quella che le era vicina, fece restare i lettighieri, si chiuse dentro, e comandò che la lettiga fosse posta a terra. Aprì allora lo sportello, diede la mano alla buona donna, la fece uscire e disse sottovoce, in modo da non essere inteso che da quelli che lo vedevano: In quella stanza è la giovane da condursi via: e con lei una vecchia malandrina.... una vecchia. Io la chiamerò fuori: voi entrate, e voi pure, signor curato. Annunziate a quella giovane che è libera, che deve partir tosto con voi, che la cosa deve passare quietamente; non perdete tempo: quando ha inteso, quando è disposta, bussate, la lettiga verrà nella stanza: fatela sedere in essa, ponetevi al suo fianco, tirate le cortine e venite qui: io vi aspetto: andrò innanzi, poi la lettiga, poi il signor curato; dritto alla porta; quivi saliremo sulle nostre mule, e ripartiremo. E voi, disse rivolto ai lettighieri, zitti. Così detto condusse la buona donna ed il curato sulla soglia della porta chiusa, che dava alla stanza di Lucia, bussò: s'udì la voce della vecchia, che disse: chi è egli? Io, rispose il Conte: la vecchia aprì, e vide le due faccie inaspettate col padrone; restò come incantata. Uscite, le disse il Conte; quella uscì tosto, e i due salvatori entrarono. Fermatevi qui, disse allora il Conte alla vecchia; e non disse altro: egli, la vecchia e i lettighieri stettero tutti immobili, egli a tender l'orecchio e a numerare i movimenti, i lettighieri ad attendere, e la vecchia a smemorare.
Lucia aveva passata la notte in un letargo, agitato da sogni tormentosi e da risveglimenti più tormentosi ancora. Al mattino la vecchia, destandosi, aveva chiamata Lucia, e non udendo risposta, s'era levata in fretta, aveva aperte le finestre, e avvicinatasi alla captiva, chinatasi a guardarla, le aveva chiesto se dormisse, se volesse togliersi da quel cantuccio e ristorarsi di cibo, che doveva averne bisogno. No, lasciatemi quieta, ricordatevi del vostro padrone, era stata la sola risposta di Lucia. La vecchia brontolando s'era ritirata, e per far qualche cosa s'era posta a rifare il suo letto. Quindi era andata ad una tavola, dov'erano le reliquie della cena, vi si era seduta e s'era messa a mangiare, accompagnando questa operazione con le parole e con gli atti ch'ella credeva più opportuni ad eccitare l'emulazione di Lucia e a vincere il suo proposito: poichè la vecchia non poteva supporre che si resistesse a lungo ad una tentazione di questa fatta, principalmente dopo un lungo digiuno, come quello che aveva patito Lucia. Cominciò dunque a sclamare: Ih! quanta roba! ce n'è per quattro bravi! e che grazia di Dio. Quindi stese un mantile e cominciò a trinciare un pezzo di stufato, regolando ogni movimento in modo che il romore eccitasse nella mente di Lucia una immagine chiara di quello che ella faceva. E questa sua cura era spinta al segno (la delicatezza dei lettori ci perdoni se per seguire fedelmente il manoscritto in tutto ciò che può essere una rappresentazione del costume, ripetiamo anche questa particolarità) che, postasi a mangiare, ella andava rimasticando nella sua bocca ssdentata il boccone, producendo con affettazione quei suoni che a ragione proscrive Monsignor della Casa, perchè ella s'immaginava che in quei suoni ci fosse qualche cosa di appetitoso; la sua educazione e le sue antiche abitudini avevano talmente elevata sopra le sue idee, l'idea di mangiare di quei bocconi che non sono concessi a tutti, che tutto ciò che era associato a questa idea era per lei importante, leggiadro, irresistibile. Buono! diceva di tratto in tratto. Buono! viva l'abbondanza! muoja la carestia! Bella cosa vivere in casa dei signori! E pure di tratto in tratto dava una occhiata alla sfuggita al cantuccio, ma vedendo Lucia insensibile, si adirava dell'inutilità dei suoi artifici così reconditi, e mescolava alle esclamazioni di ammirazione e di gioja, un brontolio sordo di ehu! ehu! smorfia, smorfia, smorfia! venne finalmente all'ultima prova e al più forte esperimento. Prese con la sua destra rugosa e scarnata un fiasco, che stava sulla tavola, con la sinistra un bicchiere, e fattili prima cozzare un tratto e tintinnire, sollevò il fiasco, lo inclinò sul bicchiere, lo riempì, se lo pose alla bocca, tracannò un sorso, ritirò il bicchiere, battè due o tre volte un labbro contra l'altro, e sclamò: Ah! questo risusciterebbe un morto! Bella felicità averne dinanzi un buon fiasco! Al diavolo i rangoli e i pensieri! Non mi duole più nemmeno d'esser vecchia, ma se fossi giovane, ah! come vorrei godermela! Detto questo, ripose il bicchiere alla bocca, lo vuotò, e cheta cheta si volse al cantuccio, e rimase tra lo stupore e la stizza vedendo che anche l'incanto più forte non aveva prodotto alcun effetto.
—Non volete mangiare un boccone e bere un sorso? diss'ella a Lucia. No, fu la risposta; proferita in modo da non lasciare alla vecchia la lusinga che la resistenza produrrebbe maggior effetto. Finalmente la vecchia si levò dalla tavola, prese una scranna, la portò presso una finestra, e tolta la sua rocca si pose a filare, pensando ai casi suoi ed aspettando la venuta del padrone con molta inquietudine.
Per comprendere i pensieri stranamente molesti che ronzavano nella mente della vecchia filatrice è necessario avere una idea di quella mente e dei casi che l'avevano modificata.
Era costei nata (come dice il volgo di Lombardia) sotto le tegole del Conte, o per dir meglio del padre del Conte, dieci anni prima di questo. Ciò ch'ella aveva inteso, ciò ch'ella aveva veduto dai suoi primi anni le avevano dato un concetto grande, indeterminato, predominante del potere e del lustro de' suoi padroni. La massima principale ch'ella aveva attinta dalle istruzioni, dagli esempj, da tutto, era che bisognava obbedir loro: che ciò fosse per dovere, fosse per interesse, fosse per destino, erano questioni che non s'erano mai presentate al suo spirito: ella sapeva che bisognava obbedire. Ebbe ella poi l'onore di sposare il custode del castello quando i padroni non facevano ivi che una breve villeggiatura, abitando in Milano la maggior parte dell'anno. L'uficio del marito doveva presentare cento occasioni che rinforzassero ed estendessero l'idea che la nostra allora giovane donna aveva del potere della famiglia per lei sovrana; e la parte ch'ella doveva prendere nei servizj del marito le furono occasione di applicare la sua obbedienza, di esercitarla e di avvezzarla a tutto. Quando il Conte divenne padrone, quel potere divenne ancor più grande e più attivo in proporzione dell'attività violenta dell'animo di lui: e coloro che erano ministri di questo potere dovettero divenire ancor più obbedienti e più soperchiatori, essere più spaventati e fare più spavento: pochi servitori, ai quali la coscienza disse che era troppo, si ritirarono: quegli che rimasero, crebbero nella perversità, come una pianta velenosa cresce di grandezza e di forza malefica quando si trova in un terreno confacente. Il marito della nostra eroina fu di quelli che rimasero. Quando poi il Conte, carico già di delitti e bandito capitalmente, venne ad abitare stabilmente il castello, che fu per lui un asilo ed un campo allo stesso tempo, per condurvi quella vita della quale abbiamo dato un cenno, è facile immaginarsi quale dovesse essere allora l'attività e l'obbedienza di coloro che stavano al suo servizio e presso di lui. La sciagurata fu madre di una figlia, dir a suo tempo fu sposata ad uno scherano del Conte, e di due figli, che furono scherani e furono soprannominati, il Nato-in-casa e lo Spettinato. Alla morte del marito ella rimase senza servizio determinato, ma destinata a tutti quelli che potevano essere prestati da una donna accostumata com'ell'era.
Tener disposto il pranzo pei bravi a qualunque ora tornassero da una spedizione, medicare i feriti, accudire insomma ad essi, era la sua occupazione più ordinaria. Quasi tutte le sue idee erano ricavate dai loro colloquj, ma tutte erano dominate da una idea principale, quella di non dispiacere al padrone.
Le impressioni della infanzia l'avevano abituata ad una riverenza tremante per lui; vissuta ai suoi servizj, ella non poteva immaginare che fuori di lui vi potesse essere per essa un asilo, un sostegno; e aveva tanto inteso dire, tanto aveva veduto degli effetti della collera di lui, che il minimo grado di quella collera la metteva in un'angoscia mortale. In tutto ciò che ella aveva a fare e a dire non aveva quindi da gran tempo altra cura che di accontentarlo; ogni altra regola taceva dinanzi a questo unico interesse, che era quasi divenuto un istinto; anzi ogni altra regola si era a poco a poco quasi smarrita affatto dalle sue idee. Quei pochi pensieri e documenti di religione, che le erano stati dati confusamente nella infanzia, erano obliterati dal disuso, dal non sentirli mai rammemorare, e l'idea di giusto e d'ingiusto, che pure è deposta come un germe nel cuore di tutti gli uomini, svolta nel suo fin dal principio, insieme con le passioni del terrore e della cupidigia servile, accomodata per abito ai principj che tutto giorno sentiva predicare e dalle azioni che vedeva compiersi, e alle quali ella partecipava, era divenuta una applicazione mostruosa di tutte queste idee e di tutte quelle passioni.
La volontà capricciosa, irregolare, violenta del Conte era per lei una specie di giustizia fatale; spiacergli era colpa, o sventura; male insomma. La ragione o il torto stavano per essa nella approvazione, o nel malcontento del terribile padrone; poichè quale altro argomento di ragione comune poteva aver luogo in quella casa e fra quelle persone? quale principio generale di equità avrebbe potuto essere invocato da coloro che non li riconoscevano nei rapporti con gli altri che li violavano tutti? E come mai avrebbe potuto aver ragione una volta quella che, servendo alle soperchierie e rallegrandosene, rinunziava di fatto ad ogni principio di diritto, e nello stesso tempo non aveva forza alcuna, non aveva una minaccia per sostenere un diritto quando il suo interesse la portasse a sentirlo e ad ammetterlo? A tutte queste abitudini di servitù e di annegazione perversa, si aggiungeva un sentimento, in origine, migliore, che le rinforzava: il sentimento della riconoscenza. Avvezza costei a ricevere il suo sostentamento dal Conte, riconosceva la vita come un dono della volontà di lui, come un beneficio della sua potenza. E avvezza pure a risguardarsi dalla infanzia come cosa del suo signore, provava un certo orgoglio di consenso per quella sua potenza, pel terrore ch'egli incuteva; le pareva di essere qualche parte di un sistema molto importante.