Per consiglio dell'abate Costanzo Gazzera, scrisse la Storia della Repubblica di Genova dalla sua origine sino al 1814, che ebbe due edizioni [Genova, tip. Ynes Gravier, 1835-1838, otto volumi in-8; e Venezia, Fontana, 1840, otto volumi in-16]; compilazione affatto dimenticata, che gli costò quattro anni di ricerche, di studio e fatica, e (a sua stessa confessione) «non fu gradita ai Genovesi, nè dubitarono asserire» ch'egli «l'aveva scritta d'ordine del Governo». Questo lavoro gli aprì le porte della R. Deputazione di storia patria, alla quale fu ascritto come socio corrispondente il 25 febbraio 1837. Tradusse dallo spagnuolo le seguenti commedie:
In bocca di bugiardo la verità è sospetta, commedia di don Giovanni Ruiz, liberamente tradotta dallo spagnuolo, Milano, vedova Stella, 1841; in-18.
Sì col labbro e no col cuore, ossia il consentimento delle ragazze, commedia di L. F. di Moratin, traduzione dallo spagnuolo, Milano, vedova Stella, 1841; in-16.
[13] Brevi notizie sulla vita di Carlo Varese; in Brofferio A., I miei tempi, memorie; XVII, 96-98.
[14] Invece il Tommaseo, la giudica «opera di forte ingegno»; afferma che «dalla storia il ch. A.» ha «saputo trarre partito a rendere animato e vero ed efficace il racconto»; che «non si può non ammirare un talento di descrizione, una fecondità drammatica pressochè originale»; che «la vivezza della pittura ricopre quasi sempre anche i pochi difetti della concezione»; riconosce però che «de' dialoghi altri son distesi con naturalezza e con grazia, altri tengono un po' del pesante e dell'affettato»; conchiude, che «quel che si dice del dialogo, può dirsi de' sali: altri piccanti, naturalissimi, originali, più fini tal volta di Walter Scott, il qual cerca spesso lo spirito nell'amarezza e l'acume nella singolarità; altri languidi, mendicati, comuni». Cfr. Antologia, di Firenze, tom. XXIX, n. 87, marzo 1828, pp. 87-93.
[15] Il Castello di Trezzo, novella storica di G. B. B., Milano, presso Antonio Fortunato Stella e figli, 1827; in-8 di pp. 146, con una incisione rappresentante gli avanzi del castello. Prezzo lire 2.60 ital.
[16] Del Carmagnola la Gazzetta di Genova dette questo giudizio [n. 5, 15 gennaio 1820]: «Una tragedia ove sono apertamente violate le inviolabili leggi della unità di luogo e di tempo; tragedia di cui eroico non è l'argomento, giacchè non v'è in essa di greco altro che un coro, ed è tutta irta di nomi, italiani sì, ma volgari, trattandosi di fatto troppo recente (1426-32); tragedia in cui gli interlocutori si danno del voi, e la verseggiatura, sebbene nulla abbia in sè di vizioso, e sia anzi lavorata con maestria e naturalezza assai, pure osa scostarsi da quella uniforme e stringata rigidezza, che deve esser indispensabile allo stile tragico, dopo l'esempio d'Alfieri; tale tragedia non può, fuor di dubbio, giudicarsi che pessima e perniciosa. Molti sono d'avviso contrario, e ci avvediamo, pur troppo, ch'essa è letta con piacere, e e la si trova ricca di nuove e schiette bellezze. Ma noi devieremmo dal sentiero felicemente battuto da' giornalisti confratelli, a cui, come sa ciascuno, sta di tanto più a cuore l'onor letterario italiano, che non l'utile proprio, se non fulminassimo, e tosto, colle più solenni censure il Conte di Carmagnola, l'autore, i lettori plaudenti e per ultimo il tipografo. Ci vien detto che il sig. Alessandro Manzoni sia noto e caro non meno ai buoni studj che ai veri filantropi. Che monta? egli ha peccato. Vi sono autorità in letteratura a cui è dovere l'ubbidire, sotto pena di essere dichiarato ribelle. E che è poi questo appellarsi alla ragione, e scrivere una prefazione, che porrebbe in imbarazzo chiunque volesse confutarla con lealtà? Per buona sorte, ove trattasi di autorità letteraria, la ragione e la lealtà sono frivolezze». La Gazzetta però nel suo numero del 12 febbraio stampava La battaglia di Maclodio, confessando: «è un magnifico pezzo di poesia lirica, in cui si compiangono i miseri effetti di una battaglia data tra italiani e italiani. Quest'ode, o inno, o coro, come il chiama l'Autore, commove gagliardamente nell'udirlo recitare separato, molto più che leggendolo ove è posto, e viemmeglio se ne assaporano le molte e singolari bellezze».
Il coro di Maclodio, «magnifico pezzo di poesia lirica, «che si può chiamare sublime nel suo genere», fu riprodotto anche dalla Gazzetta Piemontese [n. 19, 12 febbraio 1820]; la quale discorse della tragedia con benevolenza. «Quel giusto desiderio» (così scrive) «da noi più volte in questi fogli manifestato di veder gli ingegni italiani rivolgersi alle nostre antiche istorie, e dai fatti de' nostri maggiori desumere argomenti di tragedie, che, impressionate di pensieri, di passioni e di modi veracemente italiani, divenissero un efficace eccitamento ad irritare le chiare azioni di quegli illustri trapassati, questo desiderio è stato ora, e assai più presto di quello che ci aspettavamo, soddisfatto dalla nobil penna del sig. Alessandro Manzoni». Dà un sunto della tessitura, poi prosegue: «Son questi i fatti sui quali s'aggira; fatti che mi sembra doversi toccare assai più, che non le perpetue cene di Tieste e i delitti dell'infausta razza d'Agamennone. L'autore non ha voluto farsi carico di nessuna regola d'unità di luogo o di tempo; de' principii che lo guidarono in questa bella composizione discorre egli stesso nella prefazione, e l'indole di questo giornale non ci lascia luogo a discuterli ponderatamente. Lasciamo al giudizio e molto più al cuore de' lettori il decidere dello stile e della sceneggiatura di questa tragedia. Queste discipline appartengono al gusto; e se l'A. è riuscito a dilettar grandemente anche con modi non ancor tentati, o non per anco eutenticati, noi loderemo sempre i suoi tentativi. Ma la sentenza finale sopra queste questioni di gusto spetta all'Italia intiera».
[17] Rovani G., Le tre arti considerate in alcuni illustri italiani contemporanei, Milano, Treves, 1874; I, 204-205.
[18] Nel 1827 furono stampati due altri romanzi: Cabrino Fondulo, frammento della storia lombarda sul finire del secolo XIV e il principiare del XV, opera di Vincenzo Lancetti, cremonese, Milano, co' torchi d'Omobono Manini, 1827: due volumi in-24; di pp. 781, e Alessio o gli ultimi giorni di Psara, romanzo storico di Angelica Palli, Italia [Livorno], 1827; in-12. Questi due racconti però non appartengono al genere di Walter Scott. Notava infatti la Biblioteca italiana, fascicolo dell'agosto 1827, pp. 179-180: «Cabrino Fondulo è un personaggio degnissimo veramente di storia e se non erriamo acconcissimo ad un romanzo del genere di Walter Scott.... Se il sig. Lancetti avesse voluto fare del suo Cabrino il protagonista di un romanzo, pensiamo che ne sarebbe riuscito assai facilmente un lavoro perfetto, perchè egli si mostra padronissimo dell'argomento e sicuro conoscitore di tutti i grandi e i piccioli personaggi di quella età, e la storia di Cabrino ha quasi da natura la forma di un compiuto romanzo». Affermava G. Montani che alcuni moderni romanzi storici «potrebbero accettarsi per belle e buone istorie, se a tal uopo bastasse per noi il non trovarvi mescolato al vero nulla o quasi nulla d'inverosimile». E soggiungeva: «Del loro numero è Cabrino Fondulo, non impropriamente intitolato frammento della storia lombarda, poichè fondato, per ciò che contiene di più essenziale, sopra documenti, a cui s'appoggia o potrebbe appoggiarsi quell'istoria, e pel rimanente sopra congetture, giustificate in gran parte o dai documenti o da altri che all'istoria generale d'Italia già sono familiari. In grazia di ciò che avvi in esso di congetturale, e che or serve d'abbellimento, or di legame ai fatti meno dubbi, l'autore non ricusa che si chiami romanzo». Mentre il Lancetti fa servire «l'invenzione alla verità» (è sempre il Montani che scrive), la Palli «fa servire la verità ad una bella invenzione», descrivendo un episodio del risorgimento della Grecia del giugno 1824. Cfr. Antologia, tom. XXVII, n. 80, agosto 1827, pp. 75-94.