[19] Il Nuovo Ricoglitore, di Milano; anno III, parte I, n. 30, giugno 1827, pp. 440-446.

[20] Biblioteca italiana, di Milano, fascicolo del mese di luglio 1827, pp. 128-129.

[21] Non di Novara, ma di Tortona, dove nacque nel 1793. Il 27 gennaio del 1861 fu eletto deputato del collegio di Novi Ligure e lo rappresentò nell'ottava legislatura. Rieletto per la seconda volta, il 29 ottobre 1865, ma dopo essere stato in ballottaggio col marchese Gustavo Reggio, morì a Firenze rappresentante di quel collegio il 15 settembre del 1866. Cfr. Cantù Ignazio, Scrittori contemporanei d'Italia. II. Carlo Varese [I. L'autore—II. Le opere—III. Riassunto], nella Rivista Europea, nuova serie del Ricoglitore italiano e straniero; ann. I, parte II [1838], pp. 375-386, 425-498 e 498-500.

[22] La Vespa, giornale di scienze, lettere ed arti, che succede all'Ape italiana, Milano, per Nicolò Bettoni, 1827; ann. I, pp. 21-26.

[23] Corriere delle Dame, n.º 38, Milano, 22 settembre 1827, pp. 301-302.

[24] Scrive il Rovani: «Dopo il Castello di Trezzo, lusingato da un successo che, avuto riguardo al merito intrinseco del libro, ha davvero del prodigioso, il Bazzoni sentì triplicarsi l'ingegno e il coraggio, e fu sotto questa felice influenza che scrisse il Falco della Rupe; romanzo che ha maggiore estensione, che è scritto con qualche proposito, che occupa molto studio e dove lo stile sembra accarezzato dal suo autore, specialmente nelle descrizioni, le quali per altro in questo libro sono adoperate più a pompa che ad uso. Ma il nuovo romanzo piacque al pubblico assai meno del Castello di Trezzo, il quale aveva lasciato tale impronta nel cuore dei lettori che non seppero trovar posto al Falco, il quale rimase così a mezz'aria, come que' drammi che ottengono abborrito successo di stima. Al Falco tenne dietro dopo qualche anno La bella Celeste degli Spadari, che è un nonnulla senza un pregio al mondo e tanto indegna del talento di Bazzoni da non parere un'opera sua. Ma non cessò per questo il suo nome di restar popolarissimo. Fortuna che il Bazzoni non volle più metterlo in pericolo, onde stette in silenzio per lunghi anni, e non fu che per cedere alla tentazione di sfoggiare un po' di lingua fiorentinesca che scrisse la Zagranella. Ma nè l'età, nè lo studio, nè la necessità di obbedire alle pretese del pubblico, che avendo messo il labbro su cibi squisitissimi più non sapeva star contento a vivande volgari, fecero che il Bazzoni potesse superare l'autore del Castello di Trezzo.... Anche nella Zagranella v'è la solita arte dell'intreccio e il segreto di tener sempre vivo l'interesse ne' lettori. Si può dunque concludere che il Bazzoni nacque colla vocazione del romanziere, ma gli mancarono al tutto le doti indispensabili allo scrittore. Anche se i suoi libri parvero qualche cosa al numeroso popolo dei lettori per disperazione, non furono destinati a far parte del patrimonio della nostra letteratura».

[25] Il Castello di Trezzo, novella storica di G. B. B.; terza edizione, riveduta e corretta dall'autore, Milano, presso Antonio Fortunato Stella e figli, 1828; in 18º con una incisione rappresentante gli avanzi del castello. Prezzo lire 2.50.

[26] Il Crepuscolo di Milano dà esso pure la palma al Castello di Trezzo. Ecco quello che scrive: «Walter Scott ebbe genio che precorse i tempi e i lenti progressi delle scienze storiche: egli indovinò la storia per intuizione e la risuscitò ne' suoi quadri. Nondimeno chi negherà che in essi il merito principale, e spesso anche il vizio, è l'abbondanza delle descrizioni, è la fotografica precisione dei dettagli? Chi negherà che gl'imitatori di Walter Scott, privi del suo genio, dovevano riescire, come riescirono, a quel genere di romanzo, che noi, per mancanza di altro nome, chiameremmo volentieri archeologico. E poichè il romanzo storico s'inaugurò da per tutto all'ombra della imitazione di Walter Scott, qual meraviglia se anche in Italia il primo romanzo che si possa chiamare storico appartenne a quel genere? Noi vogliamo parlare del Castello di Trezzo di G. B. Bazzoni. È libro che ai suoi tempi levò un bel rumore, non tanto, crediamo noi, per intrinseco merito, quanto per la sua piena conformità colle nuove esigenze del gusto. Vi era di che allettare le fantasie in quel breve racconto, il quale ci convitava in mezzo alle rovine d'un vecchio castello a narrarci una vecchia storia. Palpitanti ed ansiosi noi seguivamo l'autore per quegli avviluppati sotterranei, nido di malandrini; per quelle sale, ricostruite colà dove ora non crescono che ortiche e gramigne; per quell'antica Milano, colle sue case di mattoni rossi, colle sue finestre a sesto acuto, col suo popolo sì diversamente e sì bizzarramente abbigliato, co' suoi gonfaloni, e co' suoi collegi di magistrati e di artieri. E per tutto questo noi gli perdonavamo di buon grado la povertà dell'azione, dei dialoghi, la sprezzatura dello stile, i non lievi errori di storia e la imperfettissima riproduzione dell'epoca; tanto ci affascinava quel profumo di medio evo, quella viva e brillante esteriorità! E neppure essa era nuova. Già da qualche anno l'Italia possedeva l'Ildegonda del Grossi, la quale, valga il vero, che altro è se non un breve romanzo, consacrato a narrarci la storia d'un affetto e a narrarcela coll'ingenuo abbandono d'una poesia, che spesso non è tale se non per la rima ed il verso? Ivi pure trovavasi la vecchia Milano del primo risorgimento, rissosa, armigera, turbolenta; ivi pure abbondava il color locale. Ma ciò che trovavasi nella novella del Bazzoni, e non in quella del Grossi, era il connubio della invenzione colla storia propriamente detta, era l'amore del finto Palamede che intrecciavasi ai casi del vero e reale Bernabò Visconti, era la fantasia che interveniva a spargere de' suoi vaghi allettamenti la fosca tenebria d'una pagina storica. Diremo noi che il Bazzoni fu veramente il primo a tentare codesta unione del vero e del falso, e che fu la priorità del tentativo quella che specialmente gli valse l'applauso de' contemporanei? Comunque sia, certo è che il tentativo era troppo imperfetto. A compiere il voto dei tempi, a creare il romanzo, che veramente si meritasse il nome di storico, ben più che l'umile studio d'un imitatore, volevasi la potenza divinatrice d'un genio. E il genio non si fece a lungo aspettare».

Come si vede, Il Crepuscolo fa al Bazzoni la parte del leone; del Varese tocca di sfuggita, par che lo conosca di seconda mano, che non abbia letto nessuno de' suoi romanzi, a cominciare dalla Sibilla, la rivale del Castello di Trezzo. Infatti, dopo aver parlato del Manzoni, del Guerrazzi, del Maestrazzi, del Rosini, del Grossi, del Cantù, del Mauri, del D'Azeglio e del Canale, soggiunge: «fra i romanzieri minori uno dei più rimarchevoli è Carlo Varese, autore d'un Folchetto Malaspina, d'una Sibilla Odaleta e d'altri romanzi, che tutti rivelano spontaneità e ricchezza di fantasia». Cfr. Del Romanzo in Italia; nel periodico Il Crepuscolo, anno IV [1853], n. 33, pp. 520-524; n. 34, pp. 535-538; n. 35, pp. 555-559; n. 41, pp. 650-655; e n. 42, pp. 666-670.

[27] Il Castello di Trezzo, novella storica di G. B. Ba.....i; in Il Nuovo Ricoglitore, anno II [1826], parte I, pp. 335-351, 434-447; parte II, pp. 496-514, 566-575, 652-666, 743-755, 825-839 e 883-897; ann. III [1827], parte I, pp. 33-46, 180-193, 267-279 e 351-361.