[122] In margine il Manzoni notò poi questo pensiero: «La signora le aveva lasciata una impressione confusa, ma spiacevole, etc.». (Ed.)

[123] Segue, ma cancellato: Fine del tomo III. 11 Marzo 1823. Questo Brano forma il Capitolo IX appunto del tomo III della prima minuta. Vi aggiunse quest'altro brano: «La povera donna aveva un'altra faccenda su le braccia: la corrispondenza con Fermo. Quantunque egli non trovasse bel paese quello dove non era Lucia, pure sapendo che egli stava sui registri di Milano, non ardiva scostarsi dall'asilo. Faceva scrivere ad Agnese, per chiederle nuove della figlia; dico faceva scrivere, perchè i nostri eroi, simili in ciò a quelli d'Omero, non conoscevano l'uso dell'abbicì. Agnese si faceva leggere e interpretare le lettere, e incaricava pure altri della risposta. Chi ha avuto occasione di veder mai carteggi di questa specie, sa come son fatti e come intesi. Colui che fa scrivere dà al segretario un tema ravviluppato e confuso; questi, parte frantende, parte vuol correggere, parte esagerare per ottener meglio l'intento, parte non lo esprimere come lo ha inteso; quegli a cui la lettera è indiritta, se la fa leggere; capisce poco; il lettore diventa allora interprete e con le sue spiegazioni imbroglia anche di più quel poco di filo che l'altro aveva afferrato: di modo che le due parti finiscono a comprendersi fra loro come due filosofi trascendentali. Il peggio è quando la situazione della quale si vuol render conto è complicata e i disegni e le proposte che si vogliono fare sono contingenti e condizionate. Tale era il caso di Fermo. Il suo disegno era di stabilirsi a Bergamo, di viver quivi della sua professione e di farsi con quella anche un po' di scorta, di preparare un buon letto a Lucia e che allora essa venisse a Bergamo con la madre ed ivi si concludessero le nozze. Ma i tempi non erano propizii. L'amore, che dipinge le cose facili, bastava bensì a persuadere a Fermo che il suo disegno si sarebbe potuto eseguire in seguito; ma non poteva nascondergli che per allora era ineseguibile. Bisognava adunque che Fermo facesse intendere ad Agnese questo miscuglio di speranze fondate, anzi certe, di impaccio attuale, di sì nell'avvenire e di no nel presente; Agnese ricevette la lettera dopo il ritorno da Monza, intese e fece rispondere come potè. Il ratto di Lucia fece tanto strepito che la voce ne giunse a Fermo, ma per buona ventura insieme con quella della liberazione. Pure ognuno può immaginarsi quali fossero le sue angustie. Se Lucia fosse rimasta nel suo paese, Fermo certamente non si sarebbe tenuto dall'andarvi: di nascosto, di notte, travestito, per balze, per greppi, come che fosse, vi sarebbe andato. Ma egli seppe anche che Lucia era partita per Milano; e in tale circostanza, non solo il pericolo diventava per Fermo, incomparabilmente maggiore, ma il tentativo incomparabilmente più difficile e l'evento quasi disperato. Dovette egli dunque contentarsi di chiedere schiarimenti ad Agnese. La buona donna trovò il mezzo di fargli avere, per mezzo d'un mercante quei cento scudi, che Lucia aveva destinati a lui, ed una lettera, nella quale v'era l'intenzione di metterlo al fatto di tutto l'accaduto. Ma questa lettera non isgombrò le inquietudini e le ansietà di Fermo; anzi i cento scudi le accrebbero: giacchè, pensava egli, ora che Lucia, per una ventura inaspettata, possiede tanto che basta perchè noi possiamo viver qui marito e moglie, perchè non viene ella e mi manda invece questi denari, come un dono, come una elemosina, come... e qui Fermo si sentiva scoppiare... come un congedo? Voglio io denari da lei? E se ella non è mia, pensa ch'io possa da lei ricevere qualche cosa? Per quanto Agnese avesse cercato di fargli scriver chiaro che Lucia dallo spavento in poi si trovava quale egli l'aveva lasciata, Fermo alla vista di quei denari e dati a quel modo era assalito da mille dubbi torbidi e strani. Le lettere che egli faceva scrivere a Lucia, cadevano tutte in mano di Donna Prassede, la quale certo non le consegnava a cui erano indiritte, ma, pel meglio, le leggeva e si regolava su le notizie che ne ricavava. Fermo, sempre più inquieto, chiedeva ad Agnese la spiegazione di quei dubbii e del silenzio di Lucia. Quand'anche Agnese avesse saputo scrivere, non avrebbe potuto soddisfare il poveretto, perchè la cagione del silenzio le era ignota, ed essa pure non capiva bene il contegno di Lucia con Fermo. La spiegazione di tutto era nel voto fatto da Lucia, e che essa non aveva confidato nè meno alla madre. La corrispondenza andava sempre più imbrogliandosi fin che essa fu interrotta dagli avvenimenti che racconteremo nel volume seguente. Fine del tomo III». (Ed.)

[124] A Sigismondo Boldoni, che visse dal 1597 al 1630, l'11 settembre del 1899 fu eretto un monumento nel suo nativo Bellano. L'ab. Luigi Vitali nel discorso inaugurale, che pronunziò, diceva: «il Boldoni, in alcune sue lettere, con viva e commovente verità, ci descrive una delle molte discese dei barbari, il passaggio dei Lanzichenecchi, descrizione che forse ha ispirato alcune delle belle pagine dell'immortale romanzo I Promessi Sposi». Cfr. Vitali L., Patria e Religione, commemorazione, Milano, Cogliati, 1903; pp. 534-535. Da quelle lettere trasse infatti più d'una ispirazione il Manzoni. (Ed.)

[125] Qui termina il capitolo I del tomo IV e incomincia quello II. (Ed.)

[126] Prima scrisse: piangolente. (Ed.)

[127] Segue, cancellato: «La vita, signor curato, la vita, disse Perpetua». (Ed.)

[128] In margine il Manzoni aggiunse: «son venuto a fuggir l'acqua sotto una grondaja». (Ed.)

[129] Segue, cancellato: «Il Signor Lucio volle ancora opporsi, ma l'impressione di terrore che Don Ferrante aveva prodotto su gli uditori, gli rendeva poco disposti a sentire la forza delle opposizioni. Io non so niente, disse il primo, di tutte queste predizioni; so però che senza di esse si capisce benissimo perchè ora tanti muojano: muojono perchè è venuta la loro ora. Nessuno badò all'argomento del Signor Lucio». (Ed.)

[130] Il Manzoni aveva in animo di rimaneggiare tutto il rimanente di questo brano. Infatti v'incollò un fogliolino, che dice: «Deduzione più logica: 1.) generazioni; e divenute poi il ludibrio delle generazioni susseguenti; 2.) Sarebbe una storia fino a più di ammirazione; 3.) Talvolta senza richiami, etc. fino a rifiutata avvertitamente; 4.) Conclusione: Ma una siffatta storia, etc. Rifondere il tutto per adattarlo alla nuova deduzione». (Ed.)

[131] Il Manzoni soppresse questo dialogo, con il quale termina il capitolo III del tomo IV della prima minuta; ma, nel capitolo XXXVII del testo definitivo, raccontando come morì don Ferrante, non mancò di esporre quello che esso pensava intorno la peste. Ecco le parole del Manzoni: «Di donna Prassede, quando si dice ch'era morta, è detto tutto; ma intorno a don Ferrante, trattandosi ch'era stato dotto, l'anonimo ha creduto d'estendersi un po' più; e noi, a nostro rischio, trascriveremo a un di presso quello che ne lasciò scritto.