è tutto di lode; l'altro è di consiglio, perchè la poesia ha sempre avuto questo nobile privilegio di ravvolgere avvisi sapientissimi e insegnamenti reconditi negli idoli lusinghieri della fantasia e nella magica armonia dei numeri. L'Achillini consigliava il Re di Francia, vincitore della Roccella e liberatore di Casale, di tentare l'impresa del Santo Sepolcro, nè più nè meno. Però il Cardinale di Richelieu non ne fece nulla: convien dire che avesse altro in testa. Ma i Veneziani, che allo scendere de' Francesi, s'eran dichiarati e mossi, istavano per legati e per lettere presso il Cardinale perchè l'esercito da lui condotto non tornasse indietro, e adducevano mille ragioni, per provare che non era da far conto su quei trattati; ma il Cardinale badò alla prosa dei Veneziani come ai versi dell'Achillini. La guerra continuò infatti contro il Duca di Mantova. Questi aveva fatte e andava facendo tutte le sommessioni immaginabili all'imperatore a fine di placarlo e di piegarlo ad accordargli l'investitura. Ma Ferdinando stava fermo in esigere che i ducati fossero a lui ceduti in deposito; e irritato dalle ripulse del Duca, più che ammansato dalle sue riverenze; irritato di più dell'aver questi domandato il soccorso francese, stimolato dalla Corte di Madrid, si dichiarò anch'egli nemico del Duca di Mantova. L'esercito Alemanno, di circa trentasei mila uomini, ragunato sotto il comando del Conte di Colalto, ebbe ordine di portarsi all'impresa di Mantova; la vanguardia che, già da qualche tempo aveva occupato ostilmente il paese de' Grigioni, si diffuse per la Valtellina e ai 20 di settembre entrò nello Stato di Milano». Questo brano è tolto dal capitolo I del tomo IV. (Ed.)

[113] Lascerei questo paragone così intempestivo in materia così triste. [Postilla del Visconti].

[114] Qui termina il capitolo V del tomo III. Il brano che segue è il principio del capitolo VI. (Ed.)

[115] Prima, come fu detto, gli pose nome Valeriano; poi lo ribattezzò Don Ferrante. (Ed.)

[116] Lacuna dell'originale. (Ed.)

[117] Francesco D'Ovidio [Manzoni e Cervantes; in Discussioni manzoniane, Città di Castello, Lapi, 1886; pagine 68-72] col solito suo acume paragonò la biblioteca dì don Quijote con quella di don Ferrante. Lorenzo Stoppato [La Biblioteca di don Ferrante, Milano, tip. Bortolotti di Giuseppe Prato, 1887; in-16º di pp. 59] ne fece soggetto di una geniale conferenza, letta a Milano, il 17 febbraio 1887, nella sala dell'esposizione permanente di belle arti. Cfr. pure: I Don Ferranti ossia i moderni avvocati della peste; in La Civiltà cattolica, anno XIII, serie V, vol. II, quaderno 291 di tutta la collezione, 3 maggio 1862, pp. 257-268.—Bacci O., Don Ferrante nei «Promessi Sposi»; in Saggi letterari, Firenze, Barbèra, 1898; pp. 87-129. (Ed.)

[118] Segue, cancellato: «delle poche rime stampate e di quelle poche prose di Claudio Achillini»; e poi: «delle rime stampate, del discorso accademico e delle poche lettere di Claudio Achillini». Qui il Manzoni accenna senza dubbio alle Rime | e Prose | di Claudio | Achillini. | In questa nuova impressione | accresciute di molti sonetti, | et altre compositioni | non più stampate: | Con aggiunta di diverse | Bellissime Lettere di Proposta, e | Risposta del medesimo autore. | In Venetia, M.DC.LVI. | Per Giacomo Bortoli. | Con licenza de' Superiori; in-12º. È questa infatti la prima volta che furono raccolte e stampate le «poche lettere» dell'Achillini, mentre le sue Rime avevano avuto una quantità di edizioni. Essendo state raccolte e stampate nel 1656, non potevano figurare nella biblioteca di Don Ferrante, morto nel 1630; il Manzoni cancellò dunque l'accenno e corse al ripiego di fargli invece possedere «una raccolta manoscritta di alcune lettere» dello stesso grand'uomo. «Poche lettere», (nota il mio amico Luigi D'Isengard), «ma c'è da imparare una nuova maniera di estetica:—Il sonetto inviatomi da V. S. è cosa angelica, per non dire un angelo in versi. I due terzetti sono due Chori di Grazie. La chiusura è una prigionia di maraviglie.—Dopo il qual giudizio non è da mettere in dubbio che il maggior poeta di quanti ne nascessero, o tra i Toscani, o tra i Latini, o tra i Greci, o tra gli Hebrei sia Giambattista Marini; e non è da stupire che la sacra eloquenza fosse tutta nel saio d'un cappuccino così macilente e confitto e sepolto dentro ai panni, che si vede, anzi non si vede, e non si ode che una lana agitata che sgrida, un mantello vocale, un cappuccio che atterrisce; un fuoco che scintilla fuori dalle ceneri, una nuvola bigia che tuona spaventi, una penitenza spirante, un sacco di querele che si riversa addosso ai peccatori. Oh Dio, quanto è vero, che questo è il vero modo di predicare; e se tutti i predicatori fossero tali, so certo, che più consideratamente camminerebbe il mondo». Cfr. D'Isengard L., Claudio Achillini e Don Ferrante; in La Rassegna nazionale, di Firenze, anno XX, vol CIV, fascicolo del 1º dicembre 1898; pp. 629-636. (Ed.)

[119] Segue, cancellato: «Non vorrei con tutto questo che alcuno pigliasse Don Ferrante per un uomo straordinario, perchè avendo studiato un po' tutta la sua vita ed inclinando ora alla vecchiezza, fra gli autori che teneva in stima particolare contasse molti recenti, alcuni viventi, e alcuni perfino assai più giovani di lui. Don Ferrante era quello che doveva essere, quello che sono sempre stati e saranno sempre gli uomini provetti, i quali già da gran tempo hanno veduto dove stia la perfezione del sapere, hanno adottato un sistema, e chiuso il numero delle loro idee. La loro avversione, i loro sospetti, le loro ire non sono già contra gli uomini nuovi, ma contra le idee nuove; anzi se fra i giovani sorge taluno, che ricevendo con molta venerazione le dottrine che trova trionfanti, le studia, vi si affonda dentro, e le estende e dà loro un nuovo lume, i provetti riconoscono il suo merito e lo esaltano con ammirabile imparzialità. Oh! se al tempo di Don Ferrante fossero venuti oltre giovani che avessero ardito riesaminare quelle idee che dovevano soltanto ricevere ed applicare, giovani che avessero frugato in tutti quegli assiomi, di quegli che invece di dire: Capisco, dicono: Perchè? avreste veduto come Don Ferrante gli avrebbe pettinati, ma per buona sorte non ve n'era uno». (Ed.)

[120] Nell'autografo, forse per una svista, c'è scritto: strascurato. (Ed.)

[121] Di Silietta il Manzoni parla di nuovo nel capitolo I del tomo IV. «Dalla fine dell'anno 1628», (così scrive) «alla quale siamo pervenuti con la narrazione, in sino alla metà del 1630, i nostri personaggi, quale per elezione e quale per necessità, si rimasero a un di presso nello stato in cui gli abbiamo lasciati: e la loro vita non offre in questo tempo quasi un avvenimento che ci sembri degno di menzione. Noi non poniamo, per esempio, tra gli avvenimenti memorabili la vestizione di Silietta, come non si considera per una epoca importante nella storia astronomica una piccola eclissi preveduta e calcolata e non visibile in Europa». Il tratto però che riguarda Silietta è cancellato. (Ed.)