[107] Lampugnano, La pestilenza seguita in Milano, Milano, 1634, pag. 19. [Nota del Manzoni].
[108] Quest'inciso, mi pare, imbarazza la serie delle idee, massimamente perchè beneficenza significa più direttamente dono gratuito, che una ricerca di lavoro. [Postilla del Visconti].
[109] A molti di quei fini, se non m'inganno. [Postilla del Visconti].
[110] Qui il Manzoni aggiunse, in margine, ma poi cancellò: «Gli uomini facevano allora quello che pur troppo hanno fatto quasi sempre. Dicono intollerabile la sventura quando è ancora in picciol grado, la rassegnazione sembra loro impossibile quando è ancor facile: s'ingegnano tanto che la rendono più grave, e che la spingono talvolta ad un segno, in cui non resta più nemmeno ad essi la forza necessaria per essere impazienti, ed hanno, ben più della rassegnazione, lo stupore». (Ed.)
[111] Il Manzoni vi ha scritto di fianco: «Grida del 2 Agosto 1628». (Ed.)
[112] Eccone il racconto: «Non la guerra propriamente detta, ma un passaggio di truppe, più funesto agli abitanti che nessuna guerra più accanita, desolò una parte del Milanese, e condusse la peste, dalla quale nessun angolo di quel paese fu salvo. Ci conviene ora accennare brevemente le origini di tanta rovina. Vincenzo I Gonzaga, Duca di Mantova, era morto nel 1612, lasciando tre figli. Il primo, Francesco, morì nello stesso anno, e non rimase di lui che una figlia, per nome Maria; Ferdinando, che dopo di lui tenne lo Stato, morì senza prole legittima nel 1626; Vincenzo II, l'ultimo dei fratelli, gli succedette in età di 32 anni, già consumato dagli stravizi, senza speranza di prole e manifestamente vicino al sepolcro. Già molte ambizioni, molte cupidigie, molti sospetti stavano all'erta aspettando ch'egli vi scendesse. Ma egli aveva instituito erede per testamento Carlo Gonzaga, Duca di Nevers, del resto suo parente più prossimo. E per assicurare l'effetto di questa disposizione, aveva segretamente fatto scrivere al Nevers che mandasse a Mantova il figlio, pur Carlo, Duca di Rethel, affinchè al momento che il ducato verrebbe a vacare, potesse pigliarne il possesso in nome del padre. Ma, oltre il ducato di Mantova, dalla successione del quale erano per investitura escluse le femmine, Vincenzo lasciava pur quello del Monferrato, al quale, pel complicato, confuso, incerto, variamente applicabile diritto pubblico d'allora, Maria, nipote di Vincenzo, poteva aver qualche ragione. Per togliere ogni soggetto ed ogni pretesto di dissensioni, pensò il Duca Vincenzo, o chi pensava per lui, a dare quella Maria in moglie al Duca di Rethel, che aveva fatto chiamare. L'aspettato giovane arrivò che il Duca Vincenzo era agli estremi: le nozze, che questi aveva proposto, si fecero nella notte dopo il 25 Dicembre 1628, mentre egli moriva.
«La morte e il matrimonio terminano per lo più le tragedie e le commedie del teatro, ma danno sovente principio alle tragedie e alle commedie della vita reale. Al mattino lo sposo comparve in grande abito da lutto, assunse il titolo di Principe di Mantova, e padrone delle armi e della cittadella, fu senza difficoltà riconosciuto dagli abitanti. Ma v'era altri a questo mondo che avevano qualche cosa da dire in quella faccenda.
«Luigi XIII re di Francia o per dir meglio il Cardinale di Richelieu, sosteneva il Nevers, uomo d'origine italiana, ma nato francese; anzi aveva egli, il Cardinale, per mezzo di legati, avuta gran parte nel testamento del Duca Vincenzo. Don Filippo IV, o per dir meglio il Duca d'Olivares, non poteva patire che un principe francese venisse a stabilirsi in Italia, e sosteneva le pretenzioni di Don Ferrante Gonzaga, parente più lontano del Duca Vincenzo.
«Carlo Emmanuele Duca di Savoja aveva pure antiche pretenzioni sul Monferrato; i Veneziani, ai quali dava ombra la grande potenza spagnuola in Italia, favorivano il Duca di Rethel, ma con trattati, con promesse e con minacce; e Urbano VIII, inclinato a quel Duca e sopra tutto alla pace, ajutava, come poteva, queste due cause con raccomandazioni e con proposte di accomodamenti. Finalmente l'imperatore Ferdinando II pretendeva che il Duca di Nevers, erede trasversale, non aveva potuto senza il suo consenso impossessarsi di feudi dell'impero, la successione ai quali era rivendicata da altri. Richiedeva quindi che il possesso degli Stati fosse depositato presso di lui, finch'egli gli aggiudicasse per sentenza, e citò il Duca di Nevers con tutte le formalità allora in uso. V'erano poi altre pretenzioni secondarie e più intralciate, che passiamo sotto silenzio, per non annojare il lettore, il quale comincia forse a mormorare; e certamente non saprà abbastanza apprezzare la fatica che facciamo per restringere in brevi parole tutta questa parte di storia. Il Duca d'Olivares, istigato continuamente dal Cordova, governatore di Milano, strinse un trattato col Duca di Savoja contra il novello Duca di Mantova. Questi si pose sulla difesa, si venne alle mani, Carlo Emmanuele invase il Monferrato, e Cordova pose l'assedio a Casale. Il Duca di Mantova, stretto da due nemici potenti, invocava gli amici; ma i Veneziani non volevano muoversi se il Re di Francia non mandava un esercito in Italia, e il Re di Francia, o il Cardinal di Richelieu, era impegnato nell'assedio della Rocella. Presa questa, parati o vinti certi intrighi imbrogliatissimi di Corte, il Re e il Cardinale s'affacciarono all'Italia con un esercito, chiesero il passo al Duca di Savoja; si trattò, non si conchiuse, si venne alle mani, i Francesi superarono e acquistarono terreno, si trattò di nuovo, il passo fu accordato, il Re e il Cardinale s'avanzarono, trassero agli accordi il Cordova spaventato, gli fecero levare l'assedio di Casale, vi posero guernigione francese, e tornarono a casa trionfanti, e accompagnati da due sonetti dell'Achillini. Il primo, quello che comincia col famoso verso:
Sudate, o fuochi, a preparar metalli,