Queste lettere, che subito furon date alle stampe, levarono un gran rumore e più volte tornarono a veder la luce. La prima edizione ha questo titolo: Due lettere | L'una | Del Mascardi all'Achillini | L'altra | Dell'Achillini al Mascardi | sopra le presenti calamità. | Dedicate all'Illustriss. Signora | D. Maria Pepoli | Contessa di Castiglione, Sparvi, | E Barragazza. | In Bologna, per Francesco Casanio 1630. Con licenza de' Superiori | Ad istanza di Bartolomeo Cavalieri et Cesare Ingegneri; in-4º picc. di pp. 24. Furono riprodotte: In Firenze, MDCXXXI. | Nella Stamperia di Pietro Nesti al Sole | con licenza de' superiori; in-4º di pp. 16—In Roma, Per Lodovico Grignani, MDCXXXI. | Con Licenza de' Superiori; in-4º di pp. 20—e In Roma, et in Milano | Ad istanza di Gio. Batt. Bidelli | MDCXXXI; in-18º di pp. 32. Poi vennero inserite nella raccolta delle Rime e prose dell'Achillini, stampata a Venezia nel 1656, 1673, ecc. È probabile che il Manzoni leggesse la lettera ispiratrice in una di queste ultime edizioni; ma non si può escludere che potesse avere avuto tra mano anche una delle altre stampe, sebbene assai rare. Infatti consultò un numero grande di libri e di opuscoli intorno alla peste del 1630; quanti ne potè trovare. E poi pizzicava di bibliofilo. Sta lì a provarlo un esemplare, postillato di suo pugno, della Serie | de' | testi di lingua | usati a stampa nel Vocabolario | degli Accademici della Crusca | con aggiunte | di altre edizioni da accreditati scrittori molto pregiate, | e di osservazioni critico-bibliografiche, | Bassano MDCCCV. Dalla Tipografia Remondiniana | con R. permissione; in-8º; che si conserva nella libreria di Brusuglio.
Il prof. Lorenzo Stoppato [La Biblioteca di Don Ferrante, Milano, tip. Bortolotti di G. Prato, 1887; pp. 47-49] pigliò le difese di don Ferrante, ponendogli in bocca questa risposta al Guerrini: «Caro signor mio, Ella mi imputa di plagio? Ma non sa Ella che il distinguere fra sostanza e accidente è una delle formule più consuete e precise della filosofia aristotelica, e che l'applicazione della formula importa uno sviluppo eguale di ragionamento, per ogni caso? Che non varia altro che la materia alla quale viene applicata? E mi crede così da poco da aver bisogno di copiare un ragionamento, come farebbe uno scolaretto? E Lei mi fa un gran caso dell'aver io considerata la peste come sostanza e come accidente? Ma non sa che gli scolastici hanno disputato per fino se Dio fosse accidente o sostanza». Fin qui la difesa non fa una grinza; dove zoppica è in quello che segue: «Nè mi venga a dire che io ho copiato dall'Achillini... Dica piuttosto che anche l'Achillini ha copiato quel ragionamento, e lo ha copiato precisamente da Massimiliano Viani di Pallanza. Costui infatti, nei suoi Dialoghi su i rimedi efficacissimi per guardarsi dal mal contagioso, stampati a Milano, dal Rolla, l'anno 1630, a pag. 40» [correggi pp. 44-45], «scrive:—Per compiacervi dirò quello che dice alcuno filosofo sopra tali particolari, circa il punto che sii questo fomite, o seminario pestifero... Se egli sii accidente, o sustanza. Se accidente, o è trasportato, o è prodotto. Al primo modo repugna la filosofia, la qual non ammette passaggio degli accidenti da un soggetto all'altro... Se sustanza, o è semplice, o è composta. Se è semplice, o ella è aerea, e perchè in breve tempo non vola alla sua sfera? O è acquea, e perchè, o non bagna, o non è dall'ambiente, tante volte accidentalmente secco, disseccata e consumata? O è ignea, e perchè non abbrucia? O è terrea, e perchè, o non si vede, o col tatto non si sente? Se è sostanza composta, dicono che dovrebbe, o con l'occhio, o col tatto discernersi... Quanto poi alla generazione di questo male, può seguire per alterazione o correzione d'aere, cioè per l'aere viziato e corrotto per aspetti nemici di stelle—». Lo Stoppato conchiude: «Eccovi, caro signor critico, che anche il vostro Achillini è un plagiario e ha copiato ad litteram dal Viani».
Ho qui dinanzi il suo libro e comincio col trascriverne il titolo: Remedii efficacissimi | per | guardarsi dal mal contaggioso, | Accioche non vadi infettando i Vicini, | nè faccia progresso; | con altri avertimenti | necessarii per tali bisogni. | Opera | composta in forma di Dialogo | da Massimigliano Viani | di Pallanza | Per beneficio pubblico. | In Milano, | Appresso Carlo Francesco Rolla Stampat. | vicino al Verzaro. È un volumetto in-8º di pp. 51, oltre 8 in principio e 3 in fine. L'anno manca; ma si deduce dalla lettera dedicatoria del Viani All'Ill.mo Magistrato della Sanità dello Stato di Milano, scritta da «Milano li 23. Giugno 1657»; nonchè dall'approvazione del Magistrato stesso, che è del 27 del medesimo mese. In questa approvazione si commenda anche il libro, e si esortano le Comunità, «per il loro particolare beneficio, a provvedersene d'una copia, prohibendosi a ciascun stampatore et ad ogni altra persona il stampare, far stampare, o introdurre da di fuori di questo Stato per anni dodici prossimi avvenire la medesima opera; et ciò sotto pene pecuniarie et anco corporali». Ecco dunque provato che l'Achillini non è per nulla un plagiario. Lo sarà il Manzoni? Osserva Luigi Morandi [cfr. La Perseveranza del 19 febbraio 1879]: non solo non può parlarsi «di plagio, ma neppure d'imitazione, almeno nel senso più ovvio che si da a questa parola»; è «una trovata storica», la quale prova che anche i personaggi e i fatti inventati, furono dal Manzoni «coloriti con tinte ricavate da fatti e da personaggi consimili e realmente storici di quel tempo». Ribadisce Orazio Bacci: «Non si potrebbe parlar mai di un plagio, sibbene di un substrato storico—quasi direi—che l'autore volle dare alla sua figura; e la citazione della fonte non era necessaria, nè forse artisticamente possibile». Notevole è poi ciò che scrive il D'Isengard: «Che il Manzoni, volendo ritrarre nel suo romanzo la Lombardia del secolo XVII, abbia fatto uno studio accuratissimo di quell'età, dei luoghi, dei costumi, dei caratteri e degli avvenimenti, è cosa risaputa... Non si contentò di studiare quel secolo nelle linee principali, ma scese ai particolari; ben sapendo che i fatti minimi, come insegnò Bacone, giovano a spiegare i fatti massimi. Colla virtù assimilativa dei grandi ingegni, e coll'industriosa abilità delle api, fabbricava il suo miele. Nel libro di Stefano Stampa si legge:—Una volta mi mostrò nel Ripamonti [Qui lo Stampa è tradito dalla memoria. Gli mostrò invece il La Croce, dove a pag. 77 si riporta la predica. (Ed.)] il testo somigliantissimo della predica del padre Felice, dicendo:—Vedi son quasi le stesse parole delle quali mi son servito io.—Della lettera dell'Achillini avrebbe potuto dire egualmente: Vedete, per far parlare a don Ferrante il linguaggio della pedanteria, con tutti gli errori e le superstizioni del tempo, non m'è parso vero di trovare in quella lettera il fatto mio. Ma come l'orpello dell'Achillini nel crogiuolo manzoniano sia divenuto oro purissimo, questo è un segreto dell'arte». Giuseppe Galli [Un'operetta inedita del Card. Federico Borromeo sopra la peste in Milano ed i «Promessi Sposi»; nell'Archivio storico lombardo, ann. XXX, vol XX, pp. 110-137] scoprì che il Manzoni approfittò di un'opinione espressa dal Lampugnano a p. 13 del suo libro: La peste seguita a Milano l'anno 1630, stampato nel 1634, per metterla in bocca a don Ferrante. L'opinione del Lampugnano è questa: «Nè finalmente mi da l'animo di concedere che la peste sia qualità contagiosa. Perchè sarebbe accidente. Nè potendo l'accidente essere contrario alla sostanza, non capisco come possa da subietto in subietto passare ad operare la corruzione». Sentiamo adesso la medesima opinione uscita dal crogiuolo manzoniano: «Riman da vedere se possa essere accidente. Peggio che peggio. Ci dicono questi signori dottori che si comunica da un corpo all'altro; che questo è il loro achille, questo il pretesto per far tante prescrizioni senza costrutto. Ora, supponendolo accidente, verrebbe a essere un accidente trasportato: due parole che fanno ai calci, non essendoci, in tutta la filosofia, cosa più chiara, più liquida di questa: che un accidente non può passar da un soggetto all'altro».
Il Manzoni dice che nella «scienza cavalleresca» don Ferrante «meritava e godeva il titolo di professore», e non a torto, giacchè «aveva nella sua libreria, e si può dire in testa, le opere degli scrittori più riputati in tal materia: Paride dal Pozzo, Fausto da Longiano, l'Urrea, il Muzio, il Romei, l'Albergato, il Forno primo e il Forno secondo di Torquato Tasso».
Il Forno o vero della nobiltà, dialogo del signor Torquato Tasso, vide la luce a Vicenza, nel 1581, per Pierin Libraro; il Trattato del modo di ridurre a pace l'inimicitie private, di Fabio Albergati, fu pubblicato a Roma, co' torchi dello Zannetti, nel 1583; i Discorsi cavallereschi del conte Annibale Romei, divisi in cinque giornate, vennero impressi a Venezia dallo Ziletti nel 1585. Di Girolamo Muzio, giustinopolitano, si hanno ben cinque opere: Le Risposte cavalleresche, Venezia, Giolito, 1551; Il Duello, Venezia, Giolito, 1558; La Faustina, dell'armi cavalleresche a' Principi e cavalieri d'onore, Venezia, Valgrisi, 1560; Il Cavaliero, Roma, Blado, 1569; Il Gentilhuomo, distinto in tre dialoghi, Venezia, Valvassori, 1575. Lo spagnuolo Girolamo d'Urrea è autore del Dialogo del vero onore militare, nel quale si definiscono tutte le querele che possono occorrere fra l'uno e l'altro uomo, con notabili esempi di antichi e moderni, che fu tradotto in italiano da Girolamo Ulloa e stampato a Venezia dal Sessa nel 1569. Di Fausto da Longiano si ha Il Gentilhuomo, diviso in due parti, Venezia, 1542 e 1544; e Il Duello regolato alle leggi dell'onore, con tutti i cartelli missivi e responsivi, Venezia, Valgrisi, 1552; e di Paride dal Pozzo i Libri IX del Duello, Venezia, 1521. Oltre questi «antichi», c'era un suo contemporaneo, che don Ferrante riteneva «l'autore degli autori», il «celebre Francesco Birago». E anzi il Manzoni nota che «fin da quando venner fuori i Discorsi cavallereschi di quell'insigne scrittore, don Ferrante pronosticò, senza esitazione, che quest'opera avrebbe rovinata l'autorità dell'Olevano, e sarebbe rimasta, insieme con l'altre sue nobili sorelle, come codice di primaria autorità presso i posteri». Li Discorsi cavallereschi del Signor Francesco Birago, Signore di Melone e di Siciano, ne' quali, con rifiutar la dottrina cavalleresca del Signor Gio: Battista Olevano, s'insegna a racchettare honorevolmente le querele nate per cagione d'honore, ebbero una prima edizione a Milano, dal Bidelli, nel 1622, che poi li ristampò «riveduti et accresciuti» nel 1628. Oltre un Trattato cinegetico, o vero della Caccia, Milano, Bidelli, 1628, il Birago compose tre altre opere cavalleresche, «nobili sorelle» de' Discorsi, cioè: Dichiaratione et avvertimenti poetici, istorici, politici, cavallereschi e morali sulla Gerusalemme conquistata del Tasso, Milano, Somasco, 1616; Consigli cavallereschi, ne' quali si ragiona circa il modo di far le paci, con un'Apologia cavalleresca per il Sig. Torquato Tasso, Milano, Bidelli, 1623; e le Decisioni cavalleresche. Si hanno insieme raccolte col titolo: Opere cavalleresche del Signor Francesco Birago, distinte in quattro libri, cioè; Discorsi, Consigli libro I e II e Decisioni, Bologna, Longhi, 1686; in-4º.
Il dott. Ubaldo Mazzini [La Cavalleria nei Promessi Sposi, nuovo contributo alla ricerca dei fonti manzoniani; nella Rassegna nazionale, di Firenze, ann. XXI, vol. 109 della collezione, 16 settembre 1899, pp. 333-346], ritiene che il Manzoni «ha avuto per guida un'opera soltanto d'un solo di quegli autori», i Consigli cavallereschi del Birago. «Gli altri autori e le loro opere» (così il Mazzini) «ha trovato citati ne' Consigli ad ogni capitolo, ad ogni pagina, e parecchie volte: con questo però non voglio escludere che egli li abbia consultati; ma più letti che studiati, come direbbe egli stesso». No: il Manzoni era troppo coscienzioso, troppo diligente, per contentarsi di bere a una sola fontana; gli ha letti tutti, gli ha tutti studiati; c'è da giurarlo. Scorrendo i Consigli (è sempre il Mazzini che scrive) «non solo è facilissimo trovarvi il riscontro con alcuni passi dei Promessi Sposi, ma ben si comprende ancora come abbia fatto del Birago l'autore prediletto di don Ferrante, il suo amico; come io elevi sopra tutti gli altri, e il perchè della profezia intorno all'Olevano. Ultimo venuto nella nobile falange dei trattatisti dell'honore, contemporaneo e compatriota di don Ferrante, il Birago, per lo stile, il gusto, il modo di argomentare caratteristico dell'età in cui visse, è ben naturale che tanto andasse a' versi di don Ferrante... Si può pensare che lo stesso nome di don Ferrante il Manzoni l'abbia tratto dai Consigli del Birago, giacchè nel Consiglio IV, in cui si esamina il caso di chi pretende essergli stato venuto meno della parola, si tratta appunto della vertenza insorta tra certo signor Ferante Novà ed il signor Giovaniacomo Latuada».
Intorno a questa incarnazione d'un dotto del Seicento, morto, «come un eroe di Metastasio, prendendosela con le stelle», è pure da consultarsi: Albertazzi A., Don Ferrante, in Fanfulla della Domenica, ann. XXII, n. 6. (Ed.)
[132] Il lazzeretto. (Ed.)
[133] Il canonico Giovanni Finazzi, amico del Manzoni, pubblicava a pp. 409-485 del tom. VI della Miscellanea, di storia italiana, edita per cura della Regia Deputazione di storia patria, Torino, Stamperia Reale, 1865, la Relazione della carestia e della peste di Bergamo e suo territorio negli anni 1629 e 1630, scritta da Marc'Antonio Benaglio, premettendovi, tra le altre, queste parole: «Chi volesse la storia della peste di Bergamo del 1630, la c'è (dice il Manzoni al cap. XXXIII de' suoi Promessi Sposi), scritta per ordine pubblico da un tal Lorenzo Ghirardelli: libro raro però e sconosciuto, quantunque contenga forse più roba, che tutte insieme le descrizioni più celebri di pestilenze. E quantunque il Ghirardelli, come pubblico cancelliere della città e dell'offizio di sanità, fosse uno di quegli uomini, ai quali (per dirlo collo stesso Manzoni nella Colonna infame) in qualche caso può esser comandato e proibito di scrivere la storia, nondimeno pel carattere di onoratezza e lealtà sua propria, e pel savio e liberale incarico raccomandatogli dal voto del maggior consiglio della stessa città, con rara accuratezza dei più minuti dettagli (come appunto portava la parte presa in proposito il 26 dicembre 1631 dal maggior consiglio) descrisse le vicende e il successo di quella peste dai primi pronostici che se n'ebbe e dai primi principii ond'essa pullulò e andò serpendo nel territorio, con i progressi, accrescimenti e strage atrocissima, così nella città, come nel contado; narrando e descrivendo non solo li ordini e provvisioni fatte dal Magistrato della sanità per la preservazione universale, ma anco gli errori occorsi per aversi poco esperienza di sì fatti maneggi, con filo continuato di narrar veramente tutte le cose più notabili, con l'ordine e serie de' tempi, sino all'intiera e totale estirpazione. Ma di quella peste, che fu sì fiera e desolante, oltre al Ghirardelli, altri de' nostri lasciarono più o meno dettagliate memorie, che se fossero pubblicate tornerebbero per avventura di non inutile commento o supplemento alla storia di esso Ghirardelli, e potrebber recare alcune particolarità di fatti, da far meglio conoscere quel tratto di storia patria, più famoso che conosciuto. Ora fra gli scrittori di così fatte memorie crediamo di dover prescegliere Marc'Antonio Benaglio, cancelliere che fu del venerando consorzio della misericordia: che in più succoso e vivace stile, che non facesse per avventura il Ghirardelli, ce ne lasciò una dotta e coscienziosa Relazione». (Ed.)
[134] Dal capitolo IV del tomo IV tolgo il seguente brano riguardante gli untori: «La cagione d'un così subito e portentoso aumento del male fu data a voce di popolo agli untori: si disse con asseveranza e si ripetè con furore, che quegli uomini, congiurati allo sterminio della città, prendendo il destro della processione, che l'aveva posta tutta unita, per così dire, in loro balìa, avevano unti in quel giorno quanti avevano potuto, e sparso tutto il cammino di polveri venefiche, per le quali il contagio s'era appiccato alle vesti, ai piedi scalzi, anche alle scarpe dei divoti e inavvertiti pellegrinanti. L'opinione delle unzioni, che fino allora non aveva prodotta che una vaga inquietudine e ciarle, dopo questo, ch'ella prendeva per un gran fatto, cominciò a partorire ben altri effetti. Due principali furono distinti e notati dal Ripamonti, uomo che, in molti punti, liberandosi e segregandosi dalla opinione pubblica dei suoi tempi, volse la mira delle sue osservazioni alle cose appunto che nessuno, o quasi nessuno avvertiva, esaminò quella opinione stessa, mutò sovente i termini della questione, fu solo a discernere e a dire molte verità, e fece intendere che molte ancora ne dissimulava, molte ne indeboliva per non irritare il giudizio pubblico, il quale, come traspare chiaramente dalla sua storia, gli faceva una gran paura e una gran compassione nel tempo stesso. Un effetto fu che i magistrati, tutti i potenti, ingolfati in ispeculazioni politiche, divagati e avviluppati colla mente nei segreti delle corti per arzigogolare quale dei principi, quale dei re stranieri potesse essere il capo della trama, non pensavano a quello che era da provvedersi nelle urgenti congiunture della peste; e spaventati poi dalla vastità supposta e dalla oscurità stessa delle insidie, si abbandonavano sempre più a quella stanca trascuratezza, che è compagna della disperazione. L'altro effetto più deplorabile, atroce, fu di estendere, di facilitare, di irritare i sospetti e di giustificare, di santificare tutte le offese più crudeli, che quei sospetti potevano suggerire. Non solo dallo straniero, dal nimico, dalla via pubblica si temeva, ma si guardava alle mani dell'amico, del servo, del congiunto, ma si poneva il piede con sospetto per la casa. Ma orribil cosa! si tremava al contatto della mensa, del letto nuziale. Il viandante straniero che, non ben sapendo fra che uomini si trovava, si rallentasse a baloccare sul cammino, o che stanco si sdraiasse per riposare, il mendico che per città si accostava altrui tendendo la mano, colui che inavvertitamente toccasse la parete di una casa, l'affrettato che urtasse altri per via, erano untori; al terribile grido d'accusa accorrevano quanti avevan potuto udirlo; l'infelice era oppresso, straziato, talvolta morto dalle percosse, o trascinato alle carceri, tra gli urli e sotto le battiture, benediceva nel suo cuore affranto quelle porte, e vi entrava come dalla tempesta nel porto. E quante volte saranno accorsi alle grida, avranno partecipato al furore comune di quegli stessi che più tardi poi dovevano esser vittime d'un simile furore.