«Così l'irreligione esacerbava la sciagura che una applicazione falsa ed arbitraria della religione aveva estesa ed accresciuta. Dico l'irreligione, perchè se l'ignoranza e la falsa scienza delle cose fisiche, e tutte le altre cagioni, di cui abbiamo parlato di sopra, poterono far ricevere comunemente l'opinione astratta di unzioni e di congiure, furono certamente le disposizioni anti-cristiane di quel popolo corrotto, che rendettero quella opinione attiva e feroce nell'applicazione. Nessuna ignoranza avrebbe bastato a così orrendi effetti, quando fosse stata congiunta con quel sentimento pio che prepara gli animi alla tranquillità ed alla riflessione, che avverte a pensar di nuovo quando il pensiero diventa un giudizio, una azione su le persone, se fosse stata insomma congiunta con quella carità che è paziente, benigna, che non si irrita, che non pensa il male, che tutto soffre. Ma l'intolleranza della sventura, la disciplina e l'oblio delle speranze superiori a tutte le sventure del tempo, l'orrore pusillanime e furioso della morte erano le cagioni che mantenevano negli animi una irritazione avida di sfogo e di vendetta, e quindi sempre in cerca di fatti che ne dessero l'occasione, quindi ancora pronta a trovar questi fatti ad ogni momento.

«Il Ripamonti riferisce due esempi di quel furor popolare, avvertendo bene i suoi lettori di averli trascelti non già perchè fossero dei più atroci fra quegli che accadevano alla giornata, ma perchè di quei due egli fu testimonio.

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«I magistrati, i quali avrebbero dovuto reprimere e punire quell'iniquo furore, lo imitarono e lo sorpassarono con giudizj motivati e ponderati al pari di quei popolari, che abbiam riferiti, con carneficine più lente, più studiate, più infernali. Passare questi giudizj sotto silenzio sarebbe ommettere una parte troppo essenziale della storia di quel tempo disastroso; il raccontarli ci condurrebbe o ci trarrebbe troppo fuori del nostro sentiero. Gli abbiamo dunque riserbati ad un'appendice, che terrà dietro a questa storia, alla quale ritorniamo ora; e davvero».

Nel capitolo V del tomo IV della prima minuta il Manzoni prese a trattare esclusivamente del processo degli untori; poi stralciò que' fogli, per formarne un'appendice al Romanzo, svolgendo il soggetto in modo più largo. Se ne conserva il primo sbozzo, già intitolato: Capitolo V, poi Appendice storica su la Colonna infame. Sono 60 fogli di 4 pp. l'uno, il primo de' quali non è numerato: gli altri portano la numerazione 1-59, fatta dal Manzoni stesso. Alcuni fogli serbano, ma cancellata, la numerazione che ebbero quando fecero parte del manoscritto del Romanzo e sono: 53, divenuto I; 54-57, divenuti 2-5; 62-67, divenuti 10-15; 65-67, ripetuti, diventati 18-20; 68-70, mutati in 21-23. Comincia: «Due femminelle, Catterina Rosa e Ottavia Boni, trovandosi sgraziatamente alla finestra di buon mattino il giorno 21 di giugno»; finisce: «e noi con uno scopo ben meno importante, e con tanto minor corredo d'ingegno, ci siamo però proposti di fare ciò che non era ancor stato fatto».

Quando il Manzoni depose il pensiero di stamparla insieme col Romanzo e invece stabilì di farne una pubblicazione separata, la intitolò: Storia della Colonna infame, e vi premise queste parole: «Fra i molti giudizj legali che nel 1630 e al di là, furono portati in Milano, su persone accusate d'aver propagata la peste con unzioni, uno parve ai giudici così degno di memoria, che decretarono un pubblico monumento a mantenergliela; e fu quella colonna nominata infame, che stette in piedi cento quarantott'anni. E in questo eglino s'apponevano: il giudizio fu veramente memorabile. Ma un monumento non è una storia: anzi talvolta è, non solo meno, ma qualche cosa di contrario alla storia. Ma se quei giudici non ci avessero dunque lasciato altro, ci avrebbero dati, per verità, ben pochi mezzi per conoscere ciò di che volevano farci ricordare. Ma, senza volerlo, e probabilmente senza pensarvi, essi furono occasione che altri, probabilmente ancora senza averne l'intenzione, conservasse al pubblico i materiali bastanti per la storia di quel giudizio. In mezzo a quei tapini accusati si trovò, per le singolari circostanze che racconteremo, un uomo di gran condizione. Quest'uomo, potendo per la sua giustificazione ricorrere a mezzi dei quali gli altri non avevano per avventura nemmeno l'idea, e che non sarebbero stati in poter loro quand'anche i difensori gli avessero loro suggeriti, quest'uomo, dico, pubblicò con le sue difese e in appoggio di quelle, un grande estratto del processo, che, come a reo costituito, gli fu comunicato. Su quel volume, che non debb'essere mai stato comune, ed ora è singolarmente raro, si è principalmente compilata la seguente storia. Il soggetto di essa è il giudizio dei due condannati, il nome dei quali fu iscritto nel monumento, e quello dell'uomo di condizione che fu assoluto. Degli altri avviluppati in quello sciaguratissimo affare si citerà ciò che serve ad integrare la storia principale, o anche quei tratti che per la loro singolarità e importanza loro possono parere sempre opportuni, e che uno non saprebbe risolversi ad ommettere, quando vi sia un appiglio per farli conoscere».

In fine allo sbozzo dell'Appendice il Manzoni scrisse la seguente dichiarazione: «Alcuni libri, collezioni, manoscritti, rarissimi, ed anche unici, da cui l'autore ha ricavato molte notizie per questo lavoro, e per quello che lo precede, gli furono comunicati con molta gentilezza, e lasciati con molta sofferenza o da amici, o da persone ch'egli non ha l'onore di conoscere personalmente, ma che per obbligar qualcheduno non hanno bisogno di conoscerlo. Si degnino tutti di gradire l'attestato della sua gratitudine, e l'omaggio reso ad una cortesia che in altri casi potrebbe essere di molto vantaggio alle lettere».

Tra le carte del Manzoni si trovano alcuni fascicoli, che egli stesso intitolò: Estratti e citazioni per servire alla descrizione della peste, al processo degli untori, alla storia politica di quel secolo. Son copie di documenti tratti dall'Archivio Civico e dall'Archivio di S. Fedele di Milano, spogli di gride, appunti presi da manoscritti e da opere a stampa. Con la guida di questi Estratti e delle citazioni che il Manzoni stesso fece ne' capitoli XXVIII, XXXI e XXXII de' Promessi Sposi, do qui un elenco delle fonti alle quali attinse nel descrivere la carestia e la peste famosa.

Josephi Ripamontii | canonici scalensis | chronistae urbis | Mediolani | Historiae patriae | decadis V | libri VI. | Mediolani | Ex Regio Palatio, Apud Io: Baptistam et Iulium Caesarem Malatestam Regios Typographos, senza anno; in-4º di pp. 419, oltre 42 in principio e 1 in fine non numerate; col ritratto del Ripamonti, disegnato dallo Storer e inciso in rame dal Blanc.

Josephi Ripamontii | canonici scalensis | chronistae urbis Mediolani | de Peste | quae fuit anno CIƆ | Ɔ CXXX. | libri V. | desumpti | ex Annalibus | urbis | quos LX. | Decurionum | autoritate | scribebat (In fine:) Mediolani | Apud Malatestas, Regios ac Ducales | Typographos, senza anno; in-4º di pp. 411, oltre 12 in principio e 1 in fine non numerate. [Nel primo libro tratta della carestia e della peste, nel secondo degli untori; il terzo ha per soggetto le geste del cardinale Federigo Borromeo e del clero durante il contagio; nel quarto parla del Magistrato di Sanità; nel quinto paragona la peste del 1630 con quelle precedenti. Le postille che vi fece il Manzoni sono a stampa a pp. 449-453 del vol. II delle sue Opere inedite o rare. Cfr. anche: La Peste di Milano del 1630 libri cinque, cavati dagli Annali della città e scritti per ordine dei XL Decurioni dal canonico della Scala Giuseppe Ripamonti, istoriografo milanese, volgarizzati per la prima volta dall'originale latino da Francesco Cusani, con introduzione e note, Milano, tipografia e libreria Pirotta, 1841; in-8º gr. di pp. XXXVI-362.—Cfr. pure: Cusani F., Paolo Moriggia e Giuseppe Ripamonti, storici milanesi; nell'Archivio storico lombardo, ann. IV, fac. I, 31 marzo 1877, pp. 43-69].