Era quello il secondo anno di scarso raccolto: nel primo era stata piuttosto scarsità che carestia: le provvigioni rimaste degli anni grassi antecedenti avevano supplito tanto o quanto al difetto di quello e la popolazione era giunta al nuovo raccolto non satolla e non affamata, ma certo affatto sprovveduta. Ora, il nuovo raccolto, nel quale erano riposte tutte le speranze, fu scarso, come abbiam detto, e lo fu d'assai più del primo, in parte per maggiore contrarietà delle stagioni, e in parte per colpa orrenda degli uomini. Si guerreggiava allora in Italia, e non lontano dal Milanese, il quale si trovò soggetto ad alloggiamenti di truppe e a gravezze straordinarie. Queste furono tanto intollerabili, e le estorsioni, le rubberie, il guasto della soldatesca portati a tal segno, che molte possessioni erano rimaste abbandonate, molte campagne incolte, e molti contadini erano andati accattando quel vitto che avrebbero procacciato a sè e ad altri col lavoro delle loro braccia[107]. E dove pure s'era coltivato, le seminagioni erano state scarse, perchè l'agricoltore, tentato dall'urgente bisogno, aveva sottratta e consumata una parte e la migliore del grano che doveva esser destinato a quelle. Ottenuto appena il raccolto, la guerra stessa, che era stata la principale cagione a renderlo scarso, fu la prima a divorarne una gran parte. Le depredazioni parziali, le provvigioni per l'esercito, e lo sprecamento infinito delle une e dell'altre fecero tosto un tale squarcio in quel misero raccolto, che la fame fu preveduta, quasi sentita sotto la messe stessa. I territorj che circondano il Milanese, in parte afflitti dalla guerra, e tutti dalla sterilità comune di quell'anno, non lasciavano speranza di cavarne ajuto di viveri. Sorse quindi quel sentimento di ansia e di terrore nei più, di gioja avara e crudele in alcuni, che nasce da una cognizione confusa, ma viva, della sproporzione tra il bisogno di nutrimento e i mezzi di soddisfarlo, tra il grano e la fame: e questo sentimento produsse il suo effetto naturale, inevitabile: la ricerca premurosa, e l'offerta stentata del grano; quindi il rincaramento.
Questa sproporzione è uno di quei mali che spaventano la terra, perchè pesano ad un tempo sur una moltitudine: quando un tal male esiste, i migliori mezzi per alleggerirlo, (giacchè toglierlo non è in potere dell'uomo) sono tutte quelle cose che possono diffonderlo più equabilmente, farne sopportare al maggior numero, a tutti i viventi, se fosse possibile, una picciola porzione, affinchè a nessuno ne tocchi una porzione superiore alle forze dell'uomo; fare che quel male sia un incomodo per tutti, piuttosto che l'angoscia mortale per molti; e la morte per alcuni. Quindi il primo, il più certo e il più semplice mezzo di alleggiamento comune è l'astinenza volontaria dei doviziosi, che si privino di una parte di nutrimento per lasciarne di più alla massa del consumo universale. Poi tutto quello che può aumentare nelle mani degl'indigenti i mezzi di acquistarsi il vitto, in proporzione dell'aumento delle difficoltà, cioè del rincaramento. Aumento quindi delle mercedi, e nuovi guadagni offerti per mezzo di nuovi lavori ai molti a cui cessano in quelle circostanze i lavori e i guadagni usati. Questo mezzo però sarebbe uno scarso rimedio, sarebbe anzi un accrescimento del male, se non fosse accompagnato dalla cura attenta, assidua di somministrare il vitto anche a quei molti che per debolezza, o per infermità, non lo possono ottenere col lavoro: si avrebbero allora dei lavoratori ben nutriti e degli impotenti morti di fame: e la beneficenza sarebbe crudele per molti[108]. A questi ultimi non si può provvedere altrimenti che con l'elemosina, tanto sapientemente comandata dalla religione: quella elemosina di cui molti scrittori hanno enumerati e censurati amaramente gli abusi. Nè a torto; poichè è utile scoprire e censurare gli abusi dovunque s'intrudano: è però cosa trista e dannosa che in soggetto di tanta importanza non si sieno quasi considerati che gli abusi; e sarebbe da desiderare che alcune pigliasse la bella e forse nuova impresa di ragionare del buon uso della elemosina, di mostrare com'ella sia uno dei mezzi più potenti, più semplici, e certo più irresponsabili a tutti quei fini[109] che si propone una saggia e ragionata economia pubblica.
Questi, che abbiamo accennati, sono certamente i principali e più sicuri rimedj alla penuria delle sussistenze; e quando si fossero posti in opera, il meglio da farsi sarebbe sopportare quella parte inevitabile di patimento con tranquillità e con rassegnazione, giacchè tutte le ire, tutte le declamazioni, tutti i falsi ragionamenti non ponno far nascere una spiga di frumento, nè accelerare di cinque minuti il nuovo raccolto, che deve mettere alla disposizione degli uomini una nuova massa di sussistenza.
Ma, oltre i mezzi per render tollerabile quel male, ve n'ha pur troppo, e moltissimi, per esacerbarlo, per accrescerlo, per rendere più trista e complicata una situazione che lo è già tanto per sè; e questi mezzi sono stati, per l'ordinario, più adoperati dei primi, e sì possono ridurre a due capi principali: le idee del popolo, e i provvedimenti dei magistrati. Nella epoca di cui parliamo, le idee e i provvedimenti concorsero potentemente a produrre quel tristo effetto in un grado singolare.
Nei tempi di carestia, la carestia è il soggetto di tatti i discorsi: fatto ben naturale, ma degno di molta osservazione e di commento. Tutti ragionano delle cause del male, tutti propongono i veri rimedj, tutti dissertano di principj generali, di commercio, di monopolio, di accapparramento, di importazione, di esportazione, di circolazione. Ma la maggior parte non si è occupata mai in vita sua di questa materia: i primi pensieri sono giudizj, e l'applicazione dei principj precede alla ricerca di essi. Guaj allora a quegli che hanno pensato a questi principj nel tempo in cui nessuno vi pensava; guaj a quegli che dànno più degli altri un senso preciso a quelle parole che tutti proferiscono; guaj a quegli che hanno esaminati con una vista generale i fatti che sono l'argomento della discussione comune! Essi soli non sono ammessi a parlare: essi debbono vedere pazientemente discorrere i sofismi precipitati e baldanzosi della ignoranza, perchè chi può fermare il sofisma? la ragione in bocca loro è paradosso, e quando non si avesse altro da opporle, basterebbe quella accusa che le si fa di essere stata sui libri. La parola che suona alto, che signoreggia in quelle dolorose circostanze è quella della irriflessione: ma cessata la carestia, cessano tutti i discorsi; nessuno ne vuol più parlare, nè sentire a parlare: i libri, se quell'epoca ne ha prodotti che trattino di quella materia, sono per lo più un soggetto di contraddizione per un momento, e rimangono dopo quasi dimenticati: la società è in quel caso simile ad un povero scapestrato, il quale, trovandosi all'estremo, non ha parlato d'altro che di novissimi e di penitenza; convalescente, accoglie ancora il prete per urbanità; guarito, allontana da sè tutti i pensieri di quel momento del terrore.
Cessi il cielo che alcuno rinfacci ostilmente l'ignoranza ad un popolo che non ha mai avuto maestri, nè ozio; l'irritazione fanatica ad un popolo che non trova pane col suo lavoro. Ma quegli che meritano rimproveri acerbi e severi, quegli che per utile loro e d'altrui vorrebbero essere sborbottati come ragazzacci caparbj, tanto che si correggessero, sono coloro, i quali potrebbero meditare a loro agio sui fatti simili, esaminare le conseguenze, i giudizj, i sistemi che ne hanno cavati gli scrittori, pesare le osservazioni e le opinioni, e procacciarsi così una opinione ragionata; e non lo fanno mai; ma, al momento del serra serra, escono in campo a sentenziare furiosamente, cominciano a pensare con la voce e studiano dalla cattedra, coprono, vilipendono, calunniano le voci che nascono da un antico pensiero, ripetono in un linguaggio meno incolto e più strano i giudizj storti, le idee appassionate del popolo, e diffondono ed accrescono la stortura e la passione, si oppongono ferocemente a tutti quei raziocinj che potrebbero illuminare l'opinione dell'universale sulla natura e sulla misura del male, ricondurre gli spiriti ad una riflessione più tranquilla, e stornare quelle risoluzioni che lo peggiorano: e infervorati in queste degne imprese non si spaventano col pensiero della loro ignoranza; anzi ne cavano argomento di gloria e di fiducia; e a tutte le obiezioni, (o alla metà delle obiezioni, perchè di rado lasciano terminare una frase ad un galantuomo) rispondono con quell'inverecondo sproposito: noi non vogliamo teorie; non riflettendo nemmeno che quelle che essi sputano tutto il dì sono pur teorie; diverse da quelle dei loro avversarj, in ciò soltanto che non sono fondate sulla cognizione, o almeno sulla ricerca dei fatti.
Le storture del popolo e di questi che abbiamo detto intorno alla carestia sono molteplici per sè, e infinite nelle loro applicazioni e nei loro rivolgimenti; molte si possono vedere enumerate in alcuni libri che le hanno esaminate e ribattute con più sagacità e pazienza che profitto; ma si possono forse ridurre a due capi principali. Il primo è l'opinione che il male non esista, che il difetto di sussistenze sia soltanto una apparenza, nata da combinazioni perfide degli uomini. Questa opinione viene sempre espressa e ripetuta con una formola concisa, come tutte quelle che racchiudono un errore o un equivoco: il grano c'è. Proposizione ambigua, che può intendere una verità fatua e inconcludente, o una affermazione temeraria e fanatica. Poichè se con quelle inconsiderate parole si vuol dire che esiste una indeterminata quantità di biade, si dice il vero, ma che cosa s'insegna? che cosa si vuol concludere? quella non è, nè può essere la questione. Ognun sa che i grani si raccolgono una volta l'anno, o a certe distanze, e che si consumano alla giornata: tra l'un raccolto e l'altro ci debbe dunque esser grano più o meno: se non ce ne fosse assolutamente, non si parlerebbe più di stentare, ma di morire, e tutti, e in pochi giorni. Se poi dicendo: il grano c'è, s'intende (come s'intende) che ne esista una quantità eguale al consumo ordinario, proporzionata al bisogno, o al desiderio della popolazione; come mai una tal cosa si afferma senza conoscere, senza poter conoscere, senza cercar di conoscere il fatto su cui si forma il giudizio: la quantità del grano esistente? Eppure un fatto, che con le più minute indagini, coi calcoli più scrupolosi, con l'esame il più freddo non si conosce mai con precisione, è continuamente affermato con sicurezza, senza indagini, senza calcoli, senza esame: un fatto, che appena si può conoscere approssimativamente per gli indizj del prezzo, della ricerca, della distribuzione, del consumo, si afferma assolutamente contra la testimonianza di tutti questi indizj.
L'altra stortura, conseguente da questa, e pur madornale, è nel supporre che il male sia il caro prezzo del grano: mentre questo non è che un effetto del male vero, la sproporzione tra il grano e il bisogno; è un effetto, e un doloroso, deplorabile, funesto, acerbo, accumulate quanti epiteti vorrete, non saranno mai troppi: ma il sostantivo è: rimedio. Il caro prezzo è un rimedio, considerato parzialmente per un territorio, perchè vi attrae il grano dai paesi dove è meno scarso, e quindi a minor costo: è un rimedio considerato generalmente, perchè, forzando pur troppo migliaia d'uomini a diffalcare una parte del consumo ordinario, è cagione che si risparmj, si distribuisca per tutto l'anno fino al raccolto la scarsa e mancante vittovaglia. Se una forza qualunque potesse illudere, addormentare fino alla fine tutti i terrori, tutte le cupidigie, di modo che in un anno, scarso generalmente, il prezzo rimanesse basso come negli anni abbondanti, ne avverrebbe certamente che il consumo, fin che grano vi fosse, sarebbe eguale a quello degli anni abbondanti: si viverebbe lietamente a discrezione per qualche tempo: e l'ultimo effetto di questo terribile beneficio sarebbe di fare sparire tutta la provvigione qualche mese prima del raccolto.
Il linguaggio di coloro che hanno ben fitte in testa queste due storture è accetto al popolo, che patisce; e la cosa è troppo naturale: non riconoscendo il male nella natura delle cose, attribuendolo tutto alla perversità umana, essi mostrano nello stesso tempo una compassione, che pare più sincera per chi soffre, un grande orrore per chi fa soffrire, e fanno sempre intravedere la possibilità d'un rimedio pronto ed assoluto. Ma quegli i quali veggono chiaramente la realtà del male, non hanno cose gradite da dire a chi lo sopporta; poichè chi, dopo d'aver suggeriti alcuni rimedj per minorare il male, confessa che molto è senza rimedio, e raccomanda la rassegnazione, può difficilmente far credere che compatisce chi nega all'addolorato che la causa prima, unica del suo dolore, sia nella volontà scellerata di alcuni; converrà che abbia ben fama di onesto e di umano perchè l'addolorato si contenti di crederlo cieco e insensato, e non lo chiami atroce, fautore, complice di quelli che creano il dolore. Sono i chiaroveggenti, in quel caso, come un medico, che giunga al letto d'un infermo circondato da una famiglia amante e ignorante, dove si trovi un ciarlatano il quale assevera che il male è tutto nella cecità, o nella impostura dei medici, e ch'egli tiene un'ampollina dov'è la salute. Se il medico, il quale vede che la malattia è incurabile, si lascia uscire dalla chiostra dei denti questo suo parere, la famiglia lo riguarderà come un pazzo crudele che desidera di veder morire le persone.
Queste false idee che, a malgrado di tanti scritti ragionati e dell'aumento di tante cognizioni, vivono tuttavia latenti e come addormentate nella mente di moltissimi, pronte a ricomparire quando una penuria (che Dio tenga lontana) dia loro occasione di mostrarsi, erano ben più universali, più pertinacemente tenute, più furibondamente applicate nei tempi della nostra storia, nei quali l'ignoranza era tanto più generale, e la scienza, che era pure di pochi, consisteva in un peripateticismo, inteso come si poteva e applicato come si voleva a tutte le questioni possibili di ogni genere, in tempi in cui non esisteva ancora l'economia politica, voglio dire la scritta e ridotta in trattati, perchè l'economia politica di fatto esiste nella società necessariamente, più o meno spropositata.