Gli sventurati abitanti della campagna avevano veduta la scarsità del raccolto, avevano vedute e sofferte le atroci dissipazioni della soldatesca, e gli sventurati abitanti della città le avevano pure intese raccontare: ma quando la carestia cominciò a farsi sentire, nè gli uni, nè gli altri volevano accagionare di un tanto male una causa passata e irrevocabile. Come se non avessero veduto nulla, o tutto dimenticato, attribuivano il caro prezzo soltanto alla crudele ingordigia di quegli che possedevano il grano. E una circostanza speciale avrebbe dovuto pure avvertirli di esaminare più freddamente, se l'esame freddo fosse possibile in quei casi. L'anno antecedente era pure stato scarso; e si era per tutto quell'anno gridato contra gli accapparratori come contra la sola cagione della carezza; si era detto che il grano abbondava, ma era tenuto chiuso, stivato, murato nei granaj degli avari. Ora l'anno era passato, si era fatto il nuovo raccolto; sarebbe stata cosa molto naturale ricercare se quel grano era stato finalmente venduto, o no. Nel primo caso, avrebbero dovuto gli uomini conchiudere che s'erano dunque ingannati nell'affermare che il grano abbondava, poichè s'era venduto a caro prezzo fino al raccolto, appena aveva bastato. Che se il grano dell'anno antecedente non era venduto, esisteva dunque; i capitali degli avari, i granaj erano occupati; come dunque potevano essi fare ancora nuove incette? Ma la popolazione, sfogando sempre il suo dolore con imprecazioni, non pensava che le ultime contraddicevano alle prime. Si diceva anche che molti accapparravano i grani per ispedirli in altri paesi; e in questi altri paesi si gridava che i grani erano spediti a Milano. Tutti quelli che ne possedevano erano oggetto di minaccia e di abbominazione: i possessori che non lo vendevano erano tiranni; quegli che lo comperavano per rivenderlo, mostri addirittura; i fornaj che ne facevano provvista, scellerati che volevano ritirarlo dal commercio e imporgli il prezzo che sarebbe piaciuto alla loro avidità. Che ognuno provvedesse la quantità che poteva essergli necessaria fino al raccolto, era cosa impossibile. Quindi se la popolazione avesse voluto o potuto rendersi un conto esatto delle sue idee e dei suoi desiderj, avrebbe trovato ch'ella voleva che il grano non fosse in nessun luogo. Il prezzo, straordinario al momento stesso del raccolto, crebbe nell'autunno, crebbe straordinariamente al cominciare dell'inverno, e col prezzo crebbe il fremito e il clamore del popolo, il quale accusava già apertamente i magistrati di negligenza, anzi di connivenza, con coloro che lo affamavano.
Non è però da dire che i magistrati non facessero dalla parte loro molti spropositi; ma questi erano, in numero e in grossezza, ancora ben lontani dai desiderj e dalle richieste del popolo. Il maneggio delle cose forza a riflettere anche quelli che sono più nemici della riflessione; e chi deve operare o comandare direttamente scorge talvolta, anche a mal suo grado, anche chiudendo gli occhi, l'impossibilità o l'assurdità d'un provvedimento che è domandato con furore dai molti che lo stimano giusto, e lo credono agevole. Oltre di che, l'effetto immediato di quegli spropositi era di esacerbare la condizione universale; si sentiva crescere il male; e l'aumento si attribuiva non già alla efficacia funesta degli spropositi fatti, ma al non farne abbastanza[110]. Era stato tassato il prezzo massimo del riso a lire quaranta imperiali il moggio per la città di Milano[111]: la conseguenza fu che quegli che possedevano riso e potevano venderlo a molto maggior prezzo per tutto altrove, non ne spedirono più un grano alla città; e questa si trovò senza riso. Altro editto che tassa il riso allo stesso prezzo massimo per tutto lo Stato: altra conseguenza, che i possessori ricusino di vendere ad un prezzo comandato quella merce a cui la rarità ne ha assegnato un maggiore. Ordine di vendere il genere a chiunque ne offra il prezzo tassato: industria dei possessori a nasconderlo, per poter rispondere: non ne ho. Pene severe, indeterminate, arbitrarie a chi lo nasconde: nuova industria, nuovi aguzzamenti d'ingegno, nuovi trovati per evitare le pene senza esser danneggiato. Comparvero allora, come dovevano comparire, di quegli uomini i quali conoscono a perfezione l'arte di eludere gli editti, arte tanto più facile, quanto più gli editti sono assurdi. Costoro, osservato lo stato delle cose, fatte le loro ragioni, trovarono che comperando il riso ad un prezzo molto maggiore dell'assegnato arbitrariamente, si poteva fare ancor molto guadagno: offersero quel prezzo ai possessori, i quali non rispondevano di non aver riso da vendere a chi lo pagava più di quello che comandava la legge. Questi nuovi compratori trovavano poi il modo di rivendere il riso a maggior prezzo agli Stati vicini, dove non v'era tassa, o di conservarlo nascosto in onta degli editti: il modo consiste, come ognun sa, nello studiare non tanto la volontà unica donde è uscita la legge, quanto le volontà molteplici, varie, più vicine, che debbono eseguirla, e nel trovare i mezzi di eludere queste volontà, o di comperarne la complicità.
Quello che si è detto del riso accadeva di tutti gli altri grani: come il possederli, il farne commercio, era un rischio dell'avere e della persona, un soggetto di terrore, un peso di sospetto pubblico, quasi un marchio d'infamia, così avvenne che questo commercio non fosse quasi più ricercato che dagli uomini i più esperti ad eludere il rischio, i più agguerriti contra l'odio e contra l'infamia; i quali sapevano come tutte queste cose, affrontate e sofferte con una certa sapienza particolare, possono fruttare danari.
La scarsità del frumento e i mezzi posti in opera per renderlo più comune lo avevano fatto salire ad un prezzo esorbitante. Si vendeva cinquanta lire il moggio, se crediamo al Ripamonti, allora vivente: settanta, anzi ottanta, se vogliamo stare al detto di Alessandro Tadino, medico riputatissimo di quei tempi, che scrisse anch'egli (a dir vero, con le gomita) una storia della peste e della carestia che l'aveva preceduta. Ma supponendo anche esagerata l'asserzione di quest'ultimo, il prezzo attestato dal Ripamonti era tale da porre in angustia una gran parte della popolazione.
I mali nei loro cominciamenti producono nell'uomo, generalmente parlando, una irritazione più forte del dolore. Sclama egli, da prima, che i mali sono intollerabili, che sono giunti all'estremo, e tanto fa, tanto s'ingegna, tanto s'arrabatta, che coi suoi sforzi crea egli questo estremo, che naturalmente non sarebbe arrivato: s'accorge allora che si può soffrire molto di più di quello ch'egli aveva creduto dapprima, ogni nuovo colpo gli rivela una nuova facoltà dì patire e di accomodarsi, ch'egli non sospettava in sè stesso; e salta per lo più dalla rabbia all'abbattimento, senza aver toccata la rassegnazione.
Per sua sventura il popolo milanese trovò in quella occasione l'uomo secondo i suoi desiderj, l'uomo che partecipava delle sue idee, e che, assecondandole, gli procurò una gioja corta e fallace, a cui doveva succedere un nuovo dolore senza disinganno, un nuovo furore, l'ebbrezza del delitto, lo spavento delle pene, e quindi la tranquillità stupida della disperazione impotente.
Il governatore di Milano, Gonzalo Fernandez di Cordova, si trovava allora a campo sotto Casale, per una guerra, atroce nella condotta, orrenda nelle conseguenze, e nata da certi pettegolezzi, dei quali parleremo più tardi e più laconicamente che sarà possibile[112]. Nella sua assenza governava lo Stato il gran cancelliere Antonio Ferrer. Questi, stordito dai richiami continui e crescenti del popolo, stordito dal vedere che tutti i provvedimenti già dati, invece di togliere il male, lo avevano accresciuto, non sapendo più che fare e persuaso che qualche cosa bisognava pur fare, s'appigliò al partito di quelli che non veggono nelle cose reali un elemento ragionevole di determinazione: fece un'ipotesi. Suppose che il frumento si vendesse trentatre lire il moggio, nè più nè meno. Ammessa l'ipotesi, tutte le cose si raddrizzavano e correvano a verso. Il prezzo del pane si trovava proporzionato alle facoltà della massima parte, cessavano quindi i patimenti, le minacce, le angustie; era un altro vivere. Animato e rallegrato dallo spettacolo che la sua fantasia aveva creato, Antonio Ferrer fece un altro passo: pensò che quel lieto vivere si sarebbe ricondotto se si fosse potuto far discendere il pane al prezzo corrispondente a quel prezzo ipotetico del frumento. Procedendo col pensiero, trovò che un suo ordine poteva produrre questo effetto; e conchiuse che bisognava dar l'ordine. Il pover'uomo non badò che cosa fosse conchiudere dal supposto al fatto, operare come se le cose fossero in uno stato diverso da quello in cui erano: non pose mente a distinguere che quel tale prezzo moderato era un bene in quanto fosse stato conseguenza naturale della proporzione tra la ricerca e la quantità esistente, ma non un bene per sè, e in ogni modo. Non pensò a niente di tutto questo; fece come una donna di mezza età che per ringiovinire alterasse la cifra della sua fede di battesimo. L'ordine fu dato, promulgato ed eseguito.
Ordini meno iniqui e meno insani avevano trovato nelle volontà, nella natura stessa delle cose, ostacoli invincibili, ed erano rimasti senza esecuzione, ma alla esecuzione di questo vegliava il popolo, il quale, come era ben naturale, l'aveva accolto con un grido di esultazione; e vedendo finalmente esaudito e convertito in legge il suo desiderio, non sofferiva che fosse da burla. Il popolo accorse tosto ai forni a domandare il pane a quel prezzo legale, e lo domandò con quell'aria di risolutezza e di minaccia che danno la forza e la legge insieme unite.