Se era naturale che il popolo esultasse, non lo era meno che strillassero i fornaj: un politico avrebbe potuto dire che quello era il caso di fare soffrire un picciol numero per sollevare e tranquillare una gran moltitudine: ma il male era che questo picciol numero era appunto quello che doveva e che poteva solo dare in fatto quello che la legge comandava e prometteva in parole; e a produrre l'effetto non bastava che i fornaj avessero ricevuto un ordine preciso, non bastava che avessero molta paura, che fossero disposti a sopportare l'ultima rovina delle sostanze per salvare la persona: era necessario che potessero. Ora, la cosa comandata, era non solo dolorosa per essi, ma diveniva di giorno in giorno più difficile; ma doveva arrivare un momento in cui sarebbe stata impossibile. Il popolo stesso affrettava questo momento: quantunque gridasse risolutamente e tenesse confusamente che quel prezzo stabilito era equo, ragionevole, sentiva però anche confusamente che esso era come in guerra con tutto il resto delle cose, che era l'effetto d'una volontà e non della natura, e prevedeva pure confusamente che la cosa non avrebbe potuto andar così sempre, nè a lungo. Approfittava quindi del momento di baldoria, assediava continuamente i forni, come dice il Ripamonti, si affaccendava a carpire quel pane che gli era dato quasi da una ventura momentanea, e la sua pressa indiscreta gareggiava con la fretta e col travaglio dei fornaj. Così quella cieca moltitudine consumava improvvidamente in poco tempo, e sparnazzava in parte la scarsa e preziosa provvigione, la quale però doveva servirgli, per tutto l'anno. I fornaj, costretti ad affacchinare e a scalmanarsi per discapitare, ponevano in opera tutte le arti per far perder tempo ai chieditori di pane, senza irritarli all'estremo, adulteravano il pane con tutte quelle sostanze che, senza troppo lasciarsi distinguere, ne accrescessero il peso, e intanto non rifinivano di domandare che la legge fosse abrogata. Ma Antonio Ferrer stava immoto a tutti i richiami, come Enea agli scongiuri di Didone[113]. Generalmente parlando è impresa delle più ardue quella di smuovere un uomo da una sua ipotesi: con meno fatica gli si farà rinnegare l'evidenza dei fatti, perchè finalmente l'evidenza l'ha trovata; ma l'ipotesi l'ha fatta egli; e l'ha fatta, non per ozio, nè per ispasso, ma per un gran bisogno che ne aveva, per uscire da un impaccio. Oltre questa cagione generale, si può supporre, senza temerità, che quell'uomo, benchè dagli effetti avesse dovuto conoscere quanto il suo ordine era stato pazzo, non voleva revocarlo egli e perdere così tutto il favore del popolo, anzi cangiarlo in furore; giacchè certamente il popolo l'avrebbe creduto subornato e corrotto, se avesse tolto ciò che egli aveva stabilito come giusto. Prevedeva egli dunque che la cosa non sarebbe durata, ma lasciava ad altri la briga di dichiararla cessata legalmente. Come però spesse volte bisogna rispondere qualche cosa ai richiami che non si vogliono soddisfare, Antonio Ferrer rispondeva ai fornaj, a tutti quelli che per uficio erano costretti parlargli dello stato angustioso delle cose, rispondeva che i fornaj avevano guadagnato assai in passato, e che era giusto che tollerassero allora quella picciola perdita. I fornaj replicavano che non avevano fatto questi guadagni, e che non potevano più reggere alla perdita presente; Antonio Ferrer ripigliava che avrebbero guadagnato nell'avvenire, che sarebbero venuti anni migliori, che insomma il tempo avrebbe rimediato a tutto[114].
Il tempo è una gran bella cosa: gli uomini lo accusano, è vero, di due difetti: d'esser troppo corto e d'esser troppo lungo; di passare troppo tardamente, e d'essere passato troppo in fretta: ma la cagione primaria di questi inconvenienti è negli uomini stessi, e non nel tempo, il quale per sè è una gran bella cosa: ed è proprio un peccato che nissuno finora abbia saputo dire precisamente che cosa egli sia.
In questo caso però il tempo non poteva essere d'alcuno ajuto, anzi, adir vero, gl'inconvenienti erano di quelli che col durare si fanno più gravi. I fornaj avevano protestato fin da principio, che se la legge non veniva tolta, essi avrebbero gettata la pala nel forno e abbandonate le botteghe; e non lo avevano ancor fatto, perchè sono di quelle cose alle quali gli uomini si appigliano solo all'estremo, e perchè speravano di dì in dì che Antonio Ferrer, gran cancelliere, sarebbe restato capace, o qualche altro in vece sua. Alla fine i Decurioni (un magistrato municipale) vedendo che la minaccia de' fornaj sarebbe divenuta un fatto, scrissero al governatore, ragguagliandolo dello stato delle cose e chiedendogli un provvedimento. Probabilmente il signor Gonzalo Fernandez di Cordova avrà avuto molto a cuore di trovare un mezzo per nutrire stabilmente molti uomini; ma in quel momento, impedito egli e assorto in una faccenda più urgente, quella di farne ammazzare molti altri, non potè occuparsi della prima e ne diede l'incarico ad una commissione, ch'egli compose del presidente del Senato, dei presidenti dei due magistrati ordinario e straordinario e di due questori. Si riunirono essi tosto, o, come si diceva allora spagnolescamente, si giuntarono; e dopo mille riverenze, preamboli, sospiri, proposizioni in aria, reticenze, tergiversazioni, spinti sempre tutti verso un solo punto da una necessità sentita da tutti, conscj che tiravano un gran dado, ma convinti che altro non si poteva fare, conchiusero ad aumentare il prezzo del pane, riavvicinandolo alla proporzione del prezzo reale del frumento; e si separarono nello stato d'animo d'un minatore che avesse dato fuoco ad una mina non caricata da lui, prevedendo bene uno scoppio, ma non sapendo nè quando, nè quale egli sarebbe.
XVIII.
Don Ferrante e la sua famiglia.
Dobbiamo ora far conoscere al lettore i personaggi coi quali si trovava Lucia.
Don Ferrante[115], capo di casa, ultimo rampollo d'una famiglia illustre, che pur troppo terminava in lui, uomo tra la virilità e la vecchiezza, era di mediocre statura, e tendeva un pochette al pingue, portava un cappello ornato di molte ricche piume, alcune delle quali, spezzate nel mezzo, cadevano penzoloni, e d'altre non rimaneva che un torzo. Sotto a quel cappello si stendevano due folti sopraccigli, due occhi sempre in giro orizzontalmente, due guancie pienotte per sè, e che si enfiavano ancor più di tratto in tratto e si ricomponevano mandando un soffio prolungato, come se avesse da raffreddare una minestra; sotto la faccia girava intorno al collo un'ampia lattuga di merletti finissimi di Fiandra, lacera in qualche parte e lorda da per tutto: una cappa di ...[116], sfilacciata qua e là, gli cadeva dalle spalle, una spada, col manico di argento mirabilmente cesellato e col fodero spelato, gli pendeva dalla cintura; due manichini, della stessa materia e nello stesso stato della gorgiera, uscivano dalle maniche strette dell'abito, e un ricco anello di diamanti sfolgorava talvolta nell'una delle due sudicie sue mani; talvolta, perchè quell'anello passava anche una gran parte della sua vita nello scrigno d'un usurajo; e in quegli intervalli Don Ferrante gestiva alquanto meno del solito.